Sala
Cavalieri 1
S56 - Pedofili e
pedofilofobi
Moderatori
R. Rossi, C. Muscatello
Si cura o no?
A. Berti, S. Mungo
Dipartimento di Scienze
Psichiatriche, Università di Genova
Per lo psichiatra sostenere che la pedofilia sia una
malattia presuppone non solo un preciso inquadramento diagnostico ma anche
delle ipotesi di cura e il tentativo di attuarle.
L’esiguità di domande terapeutiche, il clima di
obbligatorietà che le accompagna e l’alto grado di recidiva indurrebbero a
definire la pedofilia come incurabile.
Ma prima di dare una risposta definitiva in questo
senso è necessario prendere in considerazione le modalità e il grado di
espressione della parafilia, ad esempio se si tratti di un individuo che ha
solo delle fantasie sessuali che coinvolgono dei bambini o se la perversione si
è già espressa concretamente in atti e se questi sono stati accompagnati da
modalità violente.
Quanto più e quanto prima il pedofilo è spaventato delle
conseguenze della propria perversione quanto maggiori sembrerebbero essere gli
spazi di intervento.
Attraverso la presentazione di alcune tranche cliniche
ci proponiamo di evidenziare i punti cruciali che rendono ardui i tentativi di
cura:
– La frequente comorbilità tra la parafilia e altre
patologie psichiatriche.
– La motivazione del paziente spesso legata ad un
out-out terapeutico imposto dall’esterno (familiari o sistema giudiziario).
– Il problema del consenso alla terapia, tenendo conto
che le terapie farmacologiche agiscono in modo aspecifico sulla libido o sulla
funzione sessuale e quelle psicoterapeutiche sono comunque a lungo termine.
– Le difficoltà legate alla verifica dei risultati e
il possibile coinvolgimento dello psichiatra come «testimone».
– La difficile gestione degli aspetti
controtransferali del terapeuta
Nel caso della pedofilia lo scetticismo in larga parte
giustificato e le difficoltà evidenti tenderebbero a far abbandonare ogni
tentativo terapeutico, ma come in ogni ambito della medicina la speranza e la
consapevolezza che terapia e prevenzione siano un tutt’uno sostengono le
velleità di cura.
La pedofilia tra
demonizzazione e realtà clinica
U. Fornari
Cattedra di Psicopatologia Forense e Centro di
Psicologia Giudiziaria, Università di Torino
Il problema delle condotte pedofiliche sta suscitando
una reazione sociale sempre più violenta e drastica, a causa della violenza che
accompagna questo comportamento e della risonanza che spesso indebitamente viene
data allo stesso dai mezzi di comunicazione. Pertanto, l’opinione pubblica
quasi sempre si ferma di fronte alle inevitabili valutazioni morali e alle
connotazioni stigmatizzanti che mutua dai mass media
In realtà, il termine pedofilia (che sia «benigna» o
«maligna») è un’arma a doppio taglio, nel senso che può funzionare come
concetto clinico o celare discorsi clinici che vanno dalla perversione alla
patologia psicotica.
Eppure in questo grande e indeterminato contenitore
continuano ad essere incluse varie condotte e manifestazioni della pedofilia,
che può esprimersi come forma di attrazione sublimata verso i bambini (da parte
di educatori e insegnanti in specie); come attività propriamente sessuale
avente per oggetto soggetti prepuberi (la pederastia che va dalla violenza
sessuale fino all’omicidio); come semplice esibizionismo, voyeurismo, o
seduzione; come sintomo di disturbi psicologici o psicopatologici variamente
connotati; come manifestazione di atteggiamenti legittimati da determinati
valori sotto-culturali o propri di contesti socio-ambientali specifici
(isolamento, deprivazione ambientale, condizioni di promiscuità e altro); come
espressione di aspetti di una determinata cultura in un particolare momento
storico (gli esempi dell’Antica Grecia insegnano).
Esistono poi una congerie di teorie che vedono nella
pedofilia una costruzione sociale, una espressione di apprendimento sessuale,
una distorsione cognitiva, il frutto di una anomalia biologica e così via.
Ecco allora che occorre mettere ordine già a livello
di conoscenza del problema, ponendo nette distinzioni cliniche tra pedofilo e
pedofilo.
È indispensabile, poi, collocare il fenomeno nel
contesto storico e culturale in cui si sta verificando: quello di una società
il «fare del male a un bambino» non è altro che un aspetto del consolidarsi di
una cultura pre-genitale, scissionale, violenta, sadica, in cui la fondamentale
fonte di piacere è far trionfare la legge del più forte o del più prepotente e
in cui la carenza di istituzioni e di assetti primari (la famiglia) e secondari
(la scuola) psichicamente coesivi e riparatori rappresenta un problema di non
secondaria importanza.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Cavalieri 2
S57 - Brain
imaging e psicopatologia
Moderatori
A. Vita, A. Rossi
La sindrome
deficitaria della schizofrenia: aspetti morfofunzionali
S. Galderisi, A. Mucci, P. Bucci, G. Amati, U. Volpe,
M. Maj
Dipartimento di Psichiatria, Seconda Università di
Napoli
L’eterogeneità clinica della
schizofrenia potrebbe essere il riflesso dell’eterogeneità clinico-biologica
della sindrome. Se tale ipotesi fosse verificata, la ricerca basata sul
confronto tra gruppi di pazienti con diagnosi clinica di schizofrenia e gruppi
di controllo sani o patologici potrebbe fornire risultati fuorvianti. Il
concetto di «schizofrenia deficitaria» è stato introdotto per identificare un
sottogruppo relativamente omogeneo di pazienti caratterizzato dalla presenza di
sintomi negativi primari e persistenti.
Alcuni studi longitudinali hanno dimostrato che la
diagnosi di schizofrenia deficitaria è stabile nel tempo. È stato riscontrato
che i pazienti con schizofrenia deficitaria rispetto a quelli con schizofrenia
non deficitaria hanno un adattamento premorboso più scadente, una confrontabile
gravità della sintomatologia positiva, una maggiore resistenza al trattamento
con farmaci antipsicotici ed un esito peggiore. È discusso se tali aspetti
riflettano una maggiore severità dello stesso processo patologico che è anche
alla base della schizofrenia non deficitaria, oppure siano l’espressione di una
diversa patologia.
Gli studi di brain imaging morfofunzionale possono
fornire importanti contributi a tale discussione.
Nell’ambito di uno studio multicentrico sulla schizofrenia
deficitaria, presso la nostra clinica, sono stati studiati 15 pazienti con SD e
15 con SND dal punto di vista anamnestico, clinico, neurologico,
neuropsicologico e del brain imaging strutturale e funzionale. Lo studio di
brain imaging strutturale è stato condotto per mezzo della Risonanza Magnetica
Nucleare, quello funzionale per mezzo della «Low Resolution Electromagnetic
Tomography» (LORETA), una tecnica di recente introduzione nell’ambito dello
studio dell’attività elettrica cerebrale.
I dati della RMN hanno mostrato che, rispetto ai
controlli sani, a) il volume dei ventricoli cerebrali laterali è
significativamente aumentato solo nei pazienti con SND; b) il volume del
ventricolo laterale destro è significativamente maggiore nei pazienti con SND
rispetto a quelli con SD.
I risultati del LORETA hanno evidenziato che, rispetto
ai controlli, i pazienti con SND presentano una riduzione dell’attività
elettrica a carico delle regioni temporo-parietali sinistre, mentre quelli con
SD una ridotta attività a carico delle aree fronto-parietali destre e parietali
sinistre.
Nel complesso, questi risultati non sembrano
confermare l’ipotesi che la schizofrenia deficitaria rappresenti l’estremo più
severo dello stesso processo patologico alla base della schizofrenia non
deficitaria.
Imaging di
spettroscopia protonica con risonanza magnetica in pazienti all’esordio di
psicosi
A. Bertolino, G. Blasi, D. Sciota, F. Brudaglio, M.
Altamura, J. Callicott*, T. Scarabino**, D.R. Weinberger*,
M. Nardini
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche,
Università di Bari
** IRCCSS
“Casa Sollievo della Sofferenza», San Giovanni Rotondo (FG);
* Clinical
Brain Disorders Branch, NIMH, NIH, Bethesda (MD), USA
Precedenti studi di imaging di spettroscopia protonica
con risonanza magnetica (1H-MRSI) hanno evidenziato riduzioni
specifiche di N-acetilaspartato (NAA) nell’ippocampo (HIPPO) e nella corteccia
prefrontale dorsolaterale (DLPFC) di pazienti con schizofrenia ed in HIPPO di
pazienti con disturbo bipolare. Lo scopo del presente studio in pazienti
all’esordio di psicosi è di verificare che le suddette riduzioni non siano
dovute alla cronicità di malattia e che le riduzioni di NAA in HIPPO non
distinguono la schizofrenia dalle psicosi affettive. Abbiamo studiato 24 pazienti
con disturbo schizofreniforme (SCZ, 17 maschi, età media 24 anni), 16 pazienti
(9 maschi, età media 27 ± 7,5) con Disturbo Depressivo Maggiore Grave, Episodio
Singolo con Manifestazioni Psicotiche, e Disturbo Bipolare I, Episodio
Maniacale Singolo Grave con Manifestazioni Psicotiche (AFF) secondo il DSM IV e
24 soggetti sani di comparabile sesso ed età. Tutti i soggetti sono stati
studiati con un magnete GE da 1,5 Tesla con una sequenza 1H-MRSI
spin-echo (TR 2200 ms; TE 272 ms). I livelli dei metaboliti sono stati
identificati in regioni anatomiche che includono HIPPO e DLPFC. Analisi con
ANOVA hanno mostrato riduzioni di livelli di NAA in HIPPO e DLPFC in pazienti
SCZ, di NAA in HIPPO in pazienti AFF rispetto ai controlli sani e nessuna
differenza in HIPPO tra SCZ e AFF. I risultati del presente studio suggeriscono
che le riduzioni di NAA non sono effetto di cronicità e che sia pazienti SCZ
che AFF presentano patologia neuronale in HIPPO.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Montemario
S58 - Tra la
neuropsicologia e la neurobiologia dell’autismo: quale rilevanza rispetto
all’intervento?
Moderatori
P. Bernabei, F. Giannotti
Variabilità del
disturbo autistico e disturbi simil-autistici: quali informazioni per la
comprensione dell’autismo?
P. Bernabei, V. Leuzzi, A. Cerquiglini, C. D’Ardia, A.
Volzone, D. Valente
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche
dell’Età Evolutiva, Università di Roma «La Sapienza»
Nel 1906 Sante De Santis descrive
un quadro clinico che lui stesso interpreta come qualcosa di diverso dalle
frenastenie, ma che ancora non è in grado di distinguere dai processi
psicotici. I successivi studi lungo tutto il secolo mettono sempre di più a
fuoco le atipie di sviluppo che caratterizzano questi disturbi e
progressivamente si pongono il problema di quanto e come pesi sul disturbo il
deficit cognitivo, e del perché questo non sia sempre presente nella stessa
misura.
Gli studi successivi evidenziano che la sintomatologia
più tipica dell’autismo riguarda la fascia cognitiva media. Quando il deficit
cognitivo è grave o gravissimo sembra attenuarsi la possibilità di analizzare
le due componenti isolate, quando il deficit cognitivo si attenua fino a
scomparire il disturbo autistico sfuma – spesso senza soluzione di continuità –
nei disturbi schizoidi. Si fa strada quindi l’idea che alcuni sintomi autistici
possano essere specifici se si presentano in coincidenza con un certo deficit
cognitivo, aspecifici in altre fasce di deficit.
Gli studi sui filmati familiari evidenziano che la
sintomatologia autistica, che nel suo partern tipico emerge nel secondo anno di
vita, si sviluppa con due modalità: nel primo anno di vita o si osserva un
deficit dell’interazione sociale (manifestato da poca iniziativa negli atti
comunicativi) o si osserva una ipotetica normalità seguita da una cosiddetta
regressione: si tratta di due strade completamente diverse? Si tratta di due
genotipi o piuttosto di due fenotipi?
Tutti gli studi effettuati concordano sulla presenza
di elementi neurobiologici nell’autismo in percentuale piuttosto rilevante.
Questa è però oscillante nei diversi studi a seconda della fascia di età nella
quale avviene la rilevazione (problema della stabilità della diagnosi). Tuttavia,
dati neurobiologici così variegati (alterazioni genetiche, aspetti lesionali,
familiarità psichiatrica e neuropsicologica, ecc.) appaiono difficilmente
riconducibili ad un unico genotipo. Significativo è il fattore genetico, che
sembra costituirsi come suscettibilità genetica: non tutti i gemelli omozigoti
di bambini con autismo sono affetti dallo stesso disturbo.
Tutti gli studi effettuati sulla farmacologia
dell’autismo concordano su un punto: non esiste per ora una molecola specifica
per l’autismo, e soprattutto non esiste un farmaco che agisca direttamente sul
nucleo interattivo. Tutti i farmaci attualmente in uso agiscono, e con limiti,
su sintomi, quali l’iperattività, il disturbo dell’umore, le stereotipie,
l’aggressività, sintomi di cui non è affatto chiaro quanto siano specifici e
caratterizzanti l’autismo, e quanto si tratti di comorbidità la cui relazione
con il nucleo autistico è tutta da chiarire.
L’andamento del disturbo autistico è costante: si
verifica uno sviluppo, ma le competenze acquisite mantengono la qualità
autistica. Tutti gli autori concordano sul fatto che l’autismo sia un disturbo
long-life. Alcuni disturbi dello sviluppo (disfasie sensoriali, ritardi
mentali, disprassie gravi) presentano nei primi anni di vita una sintomatologia
che ha tratti in comune con l’autismo. Non è chiaro tutt’ora il meccanismo
patogenetico: si tratta forse di circuiti neurali che si stabilizzano solo dopo
una certa età e solo dopo un certo tipo di sollecitazioni interattive?
Il deficit
comunicativo nei bambini con autismo: profili evolutivi e clinici
L. Camaioni
Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e
Socializzazione, Università di Roma «La Sapienza»
Introduzione:
i nostri studi sul deficit
comunicativo nell’autismo muovono dal presupposto che assumere una prospettiva
evolutiva sia fondamentale per comprendere la psicopatologia del bambino. La
nostra attenzione si è rivolta principalmente alla comunicazione gestuale
perché essa funge da prerequisito per l’acquisizione del linguaggio, ed entrambe
– la comunicazione gestuale e quella verbale – risultano deficitarie
nell’autismo. All’interno di quest’approccio abbiamo indagato l’uso
comunicativo dei gesti, con particolare riferimento al gesto di indicare, in
bambini con autismo di età prescolare. Numerose osservazioni, sia cliniche che
sperimentali, documentano come questi bambini siano capaci di fare richieste e
di persistere finché il loro scopo viene soddisfatto. Ciò che manca nel loro
repertorio è l’uso dei gesti per commentare o condividere esperienze, così come
risulta gravemente deficitaria la capacità di condividere l’attenzione con
un’altra persona su un oggetto/evento esterno per il semplice piacere di
condividere.
Nei due studi qui di seguito presentati è stato
esaminato longitudinalmente l’utilizzo del gesto di indicare con intenzione di
richiesta e di commento, in diversi gruppi di bambini con autismo.
Metodologia:
il primo studio ha riguardato tre
bambini di sesso maschile la cui età era compresa tra 25 e 53 mesi all’inizio
dell’osservazione (Camaioni, Perucchini, Muratori e Milone, 1997). Il secondo
studio ha riguardato cinque soggetti (3 M e 2 F), di età compresa tra 3 e 4
anni (Camaioni, Muratori, Perucchini e Parrini, in corso di pubblicazione).
Una nuova tecnica atta a testare la produzione e la
comprensione del gesto di indicare senza ricorrere a istruzioni verbali è stata
utilizzata in entrambi gli studi, nel corso di cinque sedute condotte a
distanza di quattro mesi circa l’una dall’altra. Nelle sedute il bambino,
accompagnato dal genitore, interagiva con uno psichiatra o psicologo a lui
familiare. Nel secondo studio, in aggiunta alle osservazioni controllate, per
ogni soggetto sono state rilevate le abilità cognitive (tramite le scale
Griffiths) e comunicativo-linguistiche (tramite il questionario QSCL, Camaioni
et al., 1992), ed è stata valutata la sintomatologia autistica (tramite la
CARS).
Risultati: in entrambi gli studi i bambini, esaminati nel corso
di circa due anni, hanno evidenziato un’eterocronia nello sviluppo comunicativo.
Il gesto di indicare con intenzione richiestiva è risultato presente in tutti i
bambini (sia come produzione che come comprensione); il gesto di indicare con
intenzione dichiarativa è comparso tardivamente in tre di essi ed è rimasto
assente negli altri. Questi dati longitudinali documentano un consistente
cambiamento – e progresso – evolutivo nel repertorio gestuale dei bambini con
autismo, confermando l’idea che la natura del deficit comunicativo cambi nel
corso dell’età e dello sviluppo. Inoltre, i risultati del secondo studio ci
portano a concludere che nell’autismo lo sviluppo comunicativo sia influenzato
sia dall’età mentale che dalla severità dei sintomi; quest’ultima viene
influenzata a sua volta dall’intervento rieducativo.
Conclusioni: in sintesi,
nell’autismo è deficitaria non la comunicazione gestuale di per sé quanto
piuttosto l’intenzione comunicativa dichiarativa, che implica la capacità di
attribuire all’interlocutore stati interni quali attenzione e interesse. Questi
soggetti trattano le persone come «agenti» capaci di intervenire per soddisfare
i loro bisogni, mentre hanno gravi difficoltà a comprendere che l’altro è un
«soggetto» psicologico con il quale si possono condividere le proprie
esperienze.
Problematiche del
sonno in bambini con disturbi dello spettro autistico
F. Giannotti, F. Cortesi, A.
Cerquiglini, A. Volzone, P. Bernabei
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche
dell’Età Evolutiva, Università di Roma «La Sapienza»
I disturbi del sonno sono molto frequenti in bambini
con disturbi dello spettro autistico (AUT). In particolare viene riportata
oltre all’elevata incidenza (34-89% a seconda delle varie casistiche) di
dissonnie e parasonnie, anche la persistenza e la gravità del disturbo. Dato il
numero limitato di studi e la variabilità dei risultati ottenuti, abbiamo
deciso di descrivere le problematiche del sonno in un gruppo omogeneo di
bambini con AUT. La valutazione è stata effettuata secondo le linee guida di un
protocollo per i disturbi dello spettro autistico in uso presso il nostro
Dipartimento che include anche la Children Autism Rating Scale (CARS) e la
Vineland Adaptive Behavior Scale (VABS). La diagnosi di AUT è stata effettuata
secondo i criteri del DSM-IV. Il sonno è stato valutato con il Children’s Sleep
Habits Questionnaire (CSHQ), da cui si ricavano otto sottoscale corrispondenti
alle aree di maggiore problematicità del sonno in questa fascia di età secondo
la classificazione ICSD, ed un punteggio totale. Punteggi più elevati sono
indicativi di maggiori problematiche. Abbiamo studiato 24 bambini (21 M; 3 F),
di età compresa tra 2,7 e 10,4 anni (età media 4,3 aa) ed un gruppo di
controllo di 24 bambini, senza patologie neuropsichiatriche e del sonno,
sovrapponibili per età e sesso.
I risultati del t-test per campioni indipendenti
relativi alle variabili del sonno e alle medie dei punteggi ottenuti al CSHQ
sono esposti nella tabella.
Inoltre, dall’intervista clinica è emerso che quasi la
metà dei bambini con AUT (42% vs 8,3%; Pearson chi-square <.001) presenta un
co-sleeping abituale, e il 67% dei casi con AUT rispetto al 17% dei controlli
(Pearson chi-square <.001) ha presentato un disturbo di inizio e
mantenimento del sonno nei primi due anni di vita.
Questi dati, confermano una elevata incidenza di
problematiche del sonno nei bambini con AUT in tutte le aree indagate; in
particolare le dimensioni del sonno più compromesse sono le difficoltà al bedtime, la continuità del sonno con
lunghi periodi di veglia intrasonno e le parasonnie.
In conclusione, questi dati, sebbene preliminari,
sottolineano l’importanza di un’accurata descrizione del ritmo sonno/veglia
nella valutazione del bambino con AUT, soprattutto quando sono presenti
disturbi dell’umore e del comportamento riconducibili anche ad un sottostante
disturbo del sonno anche per instaurare strategie terapeutiche mirate.
Le basi
neurobiologiche del disturbo autistico: modello eziopatogenetico e sue
potenzialità preventive e terapeutiche
A.M. Persico, F. Keller
Laboratorio di Neuroscienze, Università «Campus
Bio-Medico», Roma
Il disturbo autistico si ritiene oggi derivi, nella
maggioranza dei casi, da un complesso di alterazioni dello sviluppo del sistema
nervoso ad insorgenza prenatale. Reelin è una proteina fondamentale per il
corretto sviluppo della corteccia cerebrale, del cervelletto, dell’ippocampo e
di vari nuclei troncoencefalici, regioni con evidenti alterazioni
citoarchitettoniche nei cervelli di pazienti artistici. In collaborazione con
una rete di Centri da noi coordinata, abbiamo evidenziato un’associazione
genetica tra autismo ed una tripletta GGC polimorfica, posta nella gene che
codifica Reelin 1. In particolare, alleli «lunghi», caratterizzati
da 11 o più triplette, vengono trasmessi con una probabilità significativamente
maggiore del 50% ai figli malati e inferiore al 50% a quelli sani.
Dati preliminari indicano che questo polimorfismo ha
probabilmente importanti conseguenze funzionali. In vitro, linee cellulari CHO, N2A e SN56 trasfettate con costrutti
caratterizzati da un numero variabile di triplette, mostrano che gli alleli
«lunghi» sono associati ad una diminuzione dell’efficienza della traduzione
proteica. Una simile riduzione, pari a circa il 40%, si riscontra in vivo, confrontando i livelli
plasmatici di Reelin in soggetti portatori di una copia dell’allele 12 o 13,
con quelli di soggetti portatori di 8 o 10 triplette in ambedue gli alleli.
Tale riduzione assume un significato potenzialmente
rilevante alla luce della recente identificazione nel nostro laboratorio
dell’attività serino-proteasica di Reelin 2. Questa attività
enzimatica viene potentemente inibita dagli organofosfati, composti molto
utilizzati in insetticidi e pesticidi. Negli Stati Uniti, dove sono state
reclutate le famiglie che hanno maggiormente evidenziato l’associazione tra
alleli lunghi e malattia, sono stati recentemente identificati nel meconio di
neonati alla nascita, livelli significativi di metaboliti del chlorpyrifos e
del diazinon, due organofosfati largamente diffusi in agricoltura ed in ambito
domestico 3.
Infine topi mutanti reeler eterozigoti, nei quali la produzione di Reelin è diminuita
del 50%, mostrano alterazioni a livello della corteccia cerebellare, ma solo in
individui di sesso maschile 4. Questo significa che il fenotipo
della mutazione è condizionato dal sesso.
L’importanza e le prospettive preventive e
terapeutiche aperte da questi risultati saranno discusse all’interno di un
modello complesso di interazione tra vulnerabilità genetica ed esposizione a sostanze
tossiche (organofosfati), capaci di indurre la malattia se l’esposizione
avviene durante una finestra di tempo ben precisa in epoca prenatale, colpendo
in modo preferenziale i feti di sesso maschile.
Bibliografia
1 Persico AM, et al. Reelin gene
alleles and haplotypes as a factor predisposing to autistic disorder. Mol
Psychiatry 2001;6:150-159.
2 Quattrocchi CC, et al. Reelin is
a serine-protease of the extracellular matrix. J Biol Chem, in press.
3 Whyett RM, Barr DB. Measurement of
organophosphate metabolites in postpartum meconium as a potential biomarker of
prenatal exposure: a validation study. Environ Health Prospect
2001;109:417-420.
4 Hadj-Sahraoui N, et al. Gender
effect on Purkinje cell loss in the cerebellum of the heterozygous reeler mouse.
J Neurogenet 1996;11:45-58.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala
Ellisse
S59 -
Fisiopatologia della comunicazione di massa II
Moderatori
V. Mastronardi, M.Villanova
In continuum con la I parte dell’analogo Simposio, verranno
particolarmente curati gli argomenti relativi al Cinema ed ai relativi
meccanismi di identificazione proiettiva dello spettatore. Trattando pertanto
l’argomento della Fiction relativamente agli affetti nella fruizione del
dispositivo filmico, verrà sinteticamente affrontato l’argomento antropologico
culturale delle graduali trasformazioni dell’immaginario collettivo sotto
l’aspetto sia positivo che sociopatico. Prende corpo quindi il Concetto di
«Super Io massificato» o «coscienza morale mass mediatica» o «giudicante interno con infragilimento dell’autonomia degli
adulti» (Meyrowitz - Katson - Snow)
e «conformismo patologico di gruppo» se
usati i Mass media «sproporzionatamente» e quindi con conseguente «contagio
psichico» per mancanza di altri punti
di riferimento pregnanti.
Interessante nella positiva fruizione dello strumento
filmico l’argomento della Filmoterapia che verrà affrontato nell’ultima parte
del Simposio.
Evoluzioni
teoriche nella percezione del dispositivo cinematografico
R. Dalle Luche
Psichiatra, Dirigente SPDC ASL 1, Massa Carrara
L’impressione di realtà, la verosimiglianza, il potere
di rappresentare la realtà esterna e quella interna delle immagini
cinematografiche, e quindi di consentire l’attivazione di imponenti processi
identificativi e proiettivi nello spettatore, hanno costituito per molto tempo
i cardini su cui si sono basate le teorie classiche della percezione del cinema
(Michotte, Morin, Musatti, Metz). La delega alla televisione della
rappresentazione della realtà e della fiction di genere, le importanti
trasformazioni tecniche e teoriche del cinema degli ultimi decenni (abbandono
di ogni pretesa di realismo; giustapposizione dei generi; integrazione e
commistione di altre forme espressive multimediali: teatro, grafica, videoclip,
fumetti, videogames; ampia sperimentazione del digitale e del virtuale;
erosione dei limiti dell’osceno; inflazione dei riferimenti, delle citazioni,
dei rifacimenti, nel contesto di una crescente competenza della propria storia
centenaria; necessità di ricercare il non-già-visto) e la rivoluzione
rappresentata dalla larga disponibilità di mezzi (VHS, DVD) per analizzare e
rivalutare all’infinito un’opera, hanno reso il cinema un’arte sempre più
diretta verso un pubblico selezionato e cosciente e la visione di un film un
atto sempre più sofisticato e concettuale.
Indipendentemente dai contenuti, dal tipo delle vicende narrate e
dei personaggi, e perfino dal grado di commistione tra
reale-ipotizzato-fantasticato-sognato-immaginato, un film viene oggi amato dagli spettatori più avvertiti
esclusivamente in virtù del vissuto di
funzionamento del dispositivo filmico, testimoniato da un consenso emotivo che si instaura tra autore e spettatore, dal godimento comprendente (Jauss) tratto da
un’arte (per citare fuori contesto Adorno) «liberata dalla necessità di essere
verità». In questo senso recenti teorici del cinema (Aumont) hanno sostenuto
che «i film pensano» e che i meccanismi di percezione, identificazione e
proiezione servono unicamente come chiavi d’accesso per individuare la
strategia mentale del filmmaker, il problema di cui il film (riuscito)
rappresenta la soluzione. Un film degno di nota dà sempre da pensare e propone
o impone una complessa ermeneutica decifrativa; di fatto è il medium di un
dialogo identificativo tra autore e spettatore, uno specchio bidirezionale in
cui entrambi si riflettono. Questa tendenza, ampiamente testimoniata nelle
letteratura specializzata e nelle sempre più frequenti incursioni psicologiche
e filosofiche in questo campo, può consentire di vedere nel cinema un doppio (un simulatore dalle potenzialità
praticamente illimitate) del funzionamento mentale e della complessa
integrazione di elementi simbolici, semantici, emotivo-affettivi e
percettivo-multisensoriali di cui si compone.
Psicopatologia
sessuale forense ed evoluzione dell’immaginario mentale individuale e
collettivo
M. Villanova
Docente di Medicina legale e
deontologia, Insegnamento di Psicopatologia forense, Istituto di Medicina
legale, Università di Roma «La Sapienza»
Nella prospettiva operativa di fornire protocolli
metodologici standardizzati e parterns di univoca identificazione operativa in
campo criminologico e psicopatologico-forense e quindi nella evolutività delle
nozioni di imputabilità (piena, grandemente scemata o esclusa) verso il
concetto di «responsabilità individuale» («criminal responsibility» in USA),
l’analisi dell’immaginario mentale come strumento di catalogazione,
comparazione ed individuazione della dimensione psico-patologica offre un aiuto
prezioso per la identificazione e la comprensione soprattutto di quei quadri
patologici difficilmente inquadrabili in una nosografia clinica di tipo
criteriologico. Aspetti intesi in senso forense e rispondenti ad esigenze
puramente psicopatologico-normative e non più cliniche come la
«condotta-sintomo» concretabile poi in «fatto-reato» e le relative necessarie
considerazioni etiologiche, la predisposizione individuale e derivante dal
contesto socio-relazionale, i disordini di sviluppo, la vulnerabilità di un
soggetto, i fattori predittivi di rischio, la patogenesi incidente e gli eventi
patogeni concomitanti si correlano attraverso la catalogazione e la
comparazione dei «referenti» primari e secondari dell’immaginario individuale e
del patrimonio imaginifico collettivo.
Partendo da una dimensione socio-biologica di etologia
comparata e nella necessità antropologica di comprendere l’estrinsecazione
comportamentale pulsionale («trieb» freudiana) diventa preziosa l’analisi delle
modalità di costruzione del «fantasma» conscio (fantasticheria) e del sogno ad
occhi aperti («day dream», prodotto dell’immaginazione che consiste nella
capacità di rappresentare gli effetti delle potenziali azioni attraverso
immagini mentali) differiti tra loro e paragonati ai fantasmi inconsci. Tale
analisi è necessaria per tradurre l’immaginario inconscio in potenziali
comportamenti a livello conscio e rappresenta uno dei campi di applicazione,
insieme a quello strettamente terapeutico, dello studio dell’immaginario patologico
attraverso la decodificazione dei simboli e dei segni che lo compongono ed a
seconda del contesto culturale, del dismorfismo psico-sessuale e dei differenti
comportamenti sessuali dalle parafilie al comportamento sessuale aggressivo
distruttivo passando attraverso le perversioni e rappresenta l’insostituibile
apporto della psico-patologia del profondo nell’approccio diagnostico-forense
sia predittivo che trattamentale, individuale e di massa, alle varie tipologie
sociali di sindromi da aggressività esplosiva ed ai comportamenti distruttivi a
matrice psicopatogico-sessuale.
Il IV livello di
comunicazione: il trattamentale di «massa» (biblioterapia e filmoterapia)
V. Mastronardi
Psichiatra, Titolare Insegnamento Psicopatologia
forense, Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica,
Università di Roma «La Sapienza»
Si è sempre fatto molto poco per realizzare una
sistematica «prevenzione primaria» quale quella che viene effettuata sul singolo,
sulla famiglia, sulla massa, ancor prima che i problemi disturbanti emergano o
si scompensino. (La «prevenzione secondaria» si realizza quando già il danno,
sia pur non irreversibile, è stato realizzato e la «prevenzione terziaria» si
verifica invece quando il danno è in fase di avanzata attuazione e trattasi
soltanto di lenire le conseguenze).
In tale argomento, socialmente estremamente utile,
s’inserisce a pieno titolo la disamina dei 4 livelli di comunicazione che sono:
Il «Primo livello»: il preventivo individuale, viene
poco effettuato sul problema della comunicazione di coppia o nella famiglia ed
è del tutto occasionale, ovverosia avviene se c’è qualche amico o qualche amica
che ha avuto esperienze analoghe prima di te e ti comunica una sorta di
«accenno alla saggezza acquisita» oppure ancora, grazie ai consigli di una
madre, di una zia o di una parente non sempre del tutto sereno, obiettivo e
aggiornato nel somministrarli oppure ancora, come spesso capita è tutto
affidato al proprio buon senso.
Il «Secondo livello»: di comunicazione è invece quello
terapeutico individuale = psicoterapia riparatrice dei danni già in corso.
Il «Terzo livello»: è quello preventivo di massa
affrontato abbondantemente nell’ambito dei disturbi fisici e quasi per niente
nell’ambito dei disturbi comunicazionali e pedagogici.
Il «Quarto livello» di comunicazione è invece quello
trattamentale di massa mai affrontato sistematicamente da chicchessia
nell’ambito della comunicazione di coppia, del singolo, della famiglia, della
società e che già dal 1980 da noi lanciato e utilizzato sottoforma di
Biblioterapia e la Filmoterapia.
A proposito della Biblioterapia (da interpretarsi non già da inserire nel capitolo della
«psicologia del profondo» bensì in quello della «psicologia dell’altezza» come
«perfezionamento» o «nuovo sistema di riferimento», analogamente all’analisi
esistenziale di Binswanger, alla logoterapia di Frankl ed altre di derivazione
esistenzialistica = il libro giusto, nel momento critico giusto, alla persona giusta),
vengono elencati alcuni esempi di libri in funzione della singola meta
terapeutica da raggiungere. Analogamente in tema di Filmoterapia verrà
presentata una elencazione di films codificati in funzione del singolo
messaggio emozionale che lo stesso riesce a trasmettere o a svelare, tentando
di sollecitare una sorta di iniziale autocritica in funzione di una paventata o
realizzabile attività di autorettifica.
Meccanismi di
disimpegno morale nei rapporti intergenerazionali: il ruolo dei programmi tv
per ragazzi
M. Malagoli Togliatti
Psichiatra, Ordinario di Psicodinamica dello Sviluppo
e delle Relazioni familiari, Università di Roma «La Sapienza»
I lavori di ricerca svolti in questi anni sui
meccanismi di disimpegno morale permettono di indicare che i processi sottesi
ai comportamenti trasgressivi e antisociali possono essere compresi utilizzando
il concetto di reciproco determinismo proposto da Bandura (1977). il soggetto
in via di sviluppo, il suo comportamento, lo stile di funzionamento familiare,
i messaggi che egli riceve attraverso i mass media sono fattori reciprocamente
interdipendenti. La formazione delle strutture cognitive di autoregolazione
della condotta sono fortemente influenzate dall’interazione di questi fattori.
Il presente contributo si basa sugli studi effettuati da Bandura sulle condotte
aggressive e di disimpegno morale che hanno posto in rilievo sia il ruolo degli
standard interni nella guida e nella monitorizzazione della condotta, sia
l’influenza che l’ambiente sociale e in particolare i media esercitano su
questi standard per promuovere comportamenti prosociali e antisociali.
Alcune ricerche sulla «moral-adgency» hanno permesso
di analizzare la relazione tra disimpegno morale e stili di finanziamento
familiare e hanno messo in luce come la variabile televisione contribuisce a
formare la personalità e influisce sulla condotta.
L’analisi dei messaggi verbali e non verbali presenti
nei telefilm e cartoni animati fruiti prevalentemente da soggetti in età
preadolescenziale e adolescenziale ci ha permesso di individuare quali degli
otto meccanismi di disimpegno morale individuati da Bandura sono utilizzati in
questi programmi televisivi.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala
Cavalieri 3
S60 - Condizione giovanile
e violenza familiare
Moderatori
T. Bandini, G.Donini
L’omicidio dello
schizofrenico
G.C. Nivoli
Università di Sassari
L’Autore presenta, attraverso una esemplificazione
clinica, alcune dinamiche, familiari, psicopatologiche, individuali, che possono
avere rilievo nell’agito omicidiario da parte del minore di età affetto da
schizofrenia.
Nell’ambito delle dinamiche familiari particolare
risalto viene dato ad alcune tipologie familiari quali la famiglia violenta e
la famiglia criminogena. Della famiglia criminogena vengono evidenziate alcune
dinamiche legate alla distorsione cognitiva, alla sottocultura omicidiaria,
all’identificazione negativa, ecc. ed il ruolo che possono acquisire in un
comportamento violento. Nell’ambito della famiglia violenta viene sottolineato
il ruolo che il minore può ricoprire in qualità di vittima passiva, di
imitatore attivo, di protagonista costruito, di catalizzatore del ciclo di
violenza, ecc.
Per quanto concerne le dinamiche psicopatologiche
dell’omicidio dello schizofrenico, l’Autore evidenzia quattro fasi che lo
schizofrenico può percorre per arrivare all’omicidio quali la nascita della
situazione di pericolo, la ricerca delle cause, la ricerca delle soluzioni,
l’omicidio come soluzione inadeguata di risolvere la situazione di pericolo.
Infine, nell’ambito delle
dinamiche individuali, viene evidenziato il ruolo di alcune dinamiche
specifiche del minore schizofrenico autore di omicidio, quali il passaggio
all’azione senza mentalizzazione, la suggestibilità, la conservazione
dell’integrità dell’Io attraverso l’omicidio, ecc.
Adolescenti che
uccidono: un campione genovese
G.B. Traverso, M. Bianchi
Dipartimento di Scienze Biomediche, Università di
Siena
I dati della presente
ricerca, che comprendono un periodo di 36 anni (dal 1960 al 1995), riguardano
casi di omicidio volontario, tentato omicidio e infanticidio commesso da
minorenni giudicati dal Tribunale per i Minorenni e dalla Corte di Assise di
Genova. Il campione include 30 casi, con 39 minori implicati come autori (37
maschi e 2 femmine) e 38 vittime (27 maschi e 11 femmine).
Attraverso l’analisi statistica bivariata e
multivariata dei dati è stato possibile elaborare un profilo degli adolescenti
omicidi e ipotizzare la costruzione di una tipologia del minorenne omicida
fondata sulla «motivazione al reato» e sulla imputazione di «rinvio a
giudizio». Da un punto di vista teoretico il fenomeno studiato sembra
inquadrabile all’interno di un approccio integrato alla delinquenza giovanile
violenta ove i diversi fattori (biologico, psicologico-psichiatrico, familiare,
socio-culturale, della stigmatizzazione) si intrecciano e si correlano in modo
caratteristico e specifico.
Madri che
uccidono
I. Merzagora Betsos
Cattedra di Criminologia, Istituto di Medicina Legale,
Università di Milano
Il figlicidio non è certo un fenomeno nuovo, come
dimostrano già i Tragici Greci e, più in generale, la storia della famiglia nei
suoi aspetti meno edificanti.
I dati attuali ne comprovano la rarità, ma non la
scomparsa.
Ciò nondimeno, la percezione sociale è quella che esso
sia un accadere così «innaturale» da dover essere attribuito alla follia, ed il
fatto che le richieste di perizia psichiatrica siano consuete in questi casi ne
dimostra la «aspettativa di anormalità» anche da parte dei giudici.
Nell’oggi esso resta una delle fattispecie più tipiche
dei –rari- omicidi delle donne, assumendo peraltro forme particolari:
1) Le
perversioni dell’amore: si descrivono i casi in cui l’eccesso – reale o
apparente – di amore materno è alla base del figlicidio. Ne è fenomeno
emblematico la «Sindrome di Munchausen per procura», di cui si analizzano le
dinamiche psico- e criminogenetiche.
2) Il viraggio
dall’amore all’odio: il figlicidio è talora agito quale uccisione vicaria
del padre, come già fece Medea, tant’è che il fenomeno viene appunto denominato
«Sindrome di Medea».
3) Il paradosso
dell’infanticidio: un paradosso dell’oggi, relativo alla reazione sociale,
concerne il fatto che a fronte della tanto sbandierata preoccupazione per le
sorti dei bambini, il nostro codice – e non solo il nostro – mantiene la figura
dello «infanticidio» come delitto diverso dall’omicidio e che, soprattutto,
prevede sanzioni molto meno severe.
Sono riportati casi clinici.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Verde
S61 - Problemi di cronicità nel
trattamento e nell’assistenza psichiatrica
Moderatori
V. Volterra, G. Ba
Sensitizzazione e
metaplasticità neuronale: implicazioni molecolari per la cronicizzazione dei
disturbi psicotici
A. de Bartolomeis
Unità di Psichiatria Molecolare, Dipartimento di Neuroscienze e di
Scienze del Comportamento, Università di Napoli «Federico II»
Introduzione: 1) Aspetti molteplici del decorso cronico dei disturbi
psicotici quali l’evoluzione psicopatologica ingravescente, l’eventuale
comparsa di deterioramento e la farmacoresistenza sono stati recentemente
interpretati sulla base di meccanismi molecolari mutuati da specifici modelli
di neuropatologia sperimentale.
2) In particolare fenomeni quali la sensitizzazione e metaplasticità
neuronale sono stati invocati per spiegare a livello cellulare i putativi
meccanismi patogenetici che possono almeno in parte sottendere le basi
fisiopatologiche della cronicizzazione.
3) Alterata regolazione della trasmissione glutammatergica centrale e
iperdopaminergia sottocorticale sono stati proposti come putativi meccanismi
neurochimici della sensitizzazione nell’uomo. Diverse evidenze cliniche quali
l’induzione o la esacerbazione ad opera di composti che bloccano il recettore
N-metil-D-Aspartato (NMDA R), sostengono tale ipotesi. Tuttavia i determinati
molecolari della sensitizzazione sono a tutt’oggi non completamente esplorati.
Un modello sperimentale animale di ipofunzione del recettore NMDA è qui di
seguito rappresentato e i risultati interpretati alla luce del concetto di
sensitizzazione (de Bartolomeis et al., 1995; 2001; Polese et al., 2001).
Metodologia: il blocco del recettore N metil D Aspartato
nell’animale da esperimento (ratti Sprague Dowley) è stato ottenuto con la
somministrazione in acuto o in subcronico di dosi subanestetiche e
subconvulsivanti di ketamina (12 e 50 mg/kg), un antagonista non competitivo
del recettore NMDA. L’espressione genica di c-fos, dei recettori dopaminergici
D1 e D2, del dopamine transporter e di CaMKII è stata analizzata per intensità
e distribuzione spaziale nel SNC, utilizzando l’ibridizzazione in situ come
metodica di imaging molecolare su sezioni coronali di cervello. Tale tecnica consente
di misurare con metodica computer assistita i livelli di RNA messaggero dei
markers neuronali prescelti utilizzando come sonda per l’analisi
oligodeossiribonucleotidi sintetici e complementari marcati con 35S.
Risultati e conclusioni: induzione di fattori trascrizionali quali c-fos in
specifiche aree di rilevante importanza per la sensitizzazione è stata
osservata in maniera statisticamente significativa (p < 0,0001) negli
animali con ipofunzione del recettore NMDA rispetto ai controlli. Modificazioni
dei livelli di mRNA per la CaMKII in strutture cortico-sottocorticali sono
state evidenziate nel gruppo sperimentale trattato con ketamina 12 mg/kg.
Infine un aumento significativo (p < 0,05) del trasportatore della dopamina
è stato osservato nell’area ventrotegmentale degli animali del gruppo
sperimentale rispetto ai controlli.
Quale cronicità
nella psicoterapia?
P. Migone
Dipartimento di Psicologia, Università di Parma
Il termine «cronicità», se riferito alla psicoterapia, può alludere a
quei trattamenti interminabili senza un chiaro miglioramento del paziente. In
questi casi si pone il problema del senso dell’intervento psicoterapeutico: se
non sono prevedibili miglioramenti a lungo termine, è giustificato l’alto
investimento (in termini di numero di ore e di operatori) richiesto dalla
psicoterapia? Si deve concepire la psicoterapia come necessaria solo per
evitare un ulteriore peggioramento? Oppure invece la si deve ritenere inutile,
o una collusione con le resistenze del paziente, se non addirittura come un
intervento iatrogeno che ostacola il cambiamento?
In questa relazione viene discusso il significato psicodinamico della
interruzione della psicoterapia, cioè la cosiddetta termination, nei suoi effetti sia terapeutici che
contro-terapeutici. L’effetto della interruzione (o, se è per questo, della
continuazione) della psicoterapia dipende dai significati che vi attribuisce il
paziente, sia consciamente che inconsciamente, cioè da quello che in
psicoanalisi viene chiamato transfert. La decisione da parte del terapeuta di
interrompere la psicoterapia, così pure come la sua ferma intenzione di non
interromperla, in determinanti casi può rappresentare il punto di svolta
dell’intera terapia, una importante «esperienza emozionale correttiva» che
provoca il cambiamento (Migone, 1995). A volte si tratta di un test (Weiss,
1993; Migone, 1993), inconscio ad entrambi paziente e terapeuta, di una
esperienza chiave inerente a tematiche conflittuali o credenze patogene
riguardo alla capacità di separarsi dalla figura di attaccamento (o, nel caso
opposto, di legarsi ad essa).
A scopo esemplificativo, vengono presentate due vignette cliniche,
opposte ma uguali per le implicazioni sottostanti, riguardanti la tematica
della durata della terapia: in un caso il cambiamento terapeutico fu reso
possibile solo dall’interruzione della terapia contro la volontà conscia del
paziente che insisteva per continuarla, e nell’altro la ferma opposizione del
terapeuta alla intenzione della paziente di terminare la terapia costituì il decisivo
punto di svolta dell’intero trattamento (la elaborazione terapeutica della termination in questi casi avvenne
secondo il modello della «control-mastery theory» del San Francisco
Psychotherapy Research Group guidato da Weiss e Sampson).
Bibliografia
Migone P. Riflessioni
cliniche sul lavoro del Psychotherapy Research Group di San Francisco guidato
da Weiss e Sampson. Il Ruolo Terapeutico 1993;62:55-58. Edizione su
Internet: http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt62-93.htm.
Migone P. L’elaborazione
della fine della terapia come intervento terapeutico. In: Migone P. Terapia psicoanalitica. Milano: Franco Angeli, 1995, cap. 3,
pp. 58-62 (vedi sito Internet:
http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt68-95.htm).
Weiss J. Come
funziona la psicoterapia. Presentazione di Paolo Migone e Giovanni Liotti.
Torino: Bollati Boringhieri, 1999.
Cronicità e non
collaborazione come polarità del lavoro istituzionale
G. Martini
Dipartimento di Salute Mentale, Roma E (XVII Modulo Circoscrizionale)
Situazioni di cronicità e di non collaborazione rappresentano la Scilla
e il Cariddi del lavoro istituzionale, confrontando l’équipe terapeutica con
situazioni generanti il massimo livello di frustrazione, che prevedono, tra
l’altro, un reciproco potenziamento, in quanto come la non collaborazione
favorisce i processi di abbandono, trattamento inidoneo e conseguente
cronicizzazione, parimenti la cronicità genera disillusione e indisponibilità
al trattamento nel paziente in primis,
ma anche nei familiari e negli stessi curanti.
Il lavoro, dopo un tentativo di definizione di paziente non collaborativo e di processo
di cronicizzazione (tanto in
senso clinico che istituzionale), prende in esame un campione corrispondente a
tutti i pazienti afferenti ai due Centri di Salute Mentale della XVII
Circoscrizione del Comune di Roma che nell’anno 2000 hanno manifestato una
situazione di seppur temporanea ma radicale non collaborazione che ha reso
necessario un trattamento sanitario obbligatorio. Dello stesso campione vengono
studiate le modalità di prosecuzione del rapporto terapeutico, attraverso
l’elaborazione di una duplice serie di indicatori che consentano di valutare da
un lato il livello di collaborazione a distanza di 12 mesi, dall’altro la
presenza di evidenze cliniche e relazionali (nell’ambito del rapporto col
Centro di Salute Mentale) indicative dello sviluppo di un processo di
cronicizzazione.
I risultati di tale valutazione vengono discussi correlandoli, in
particolare, con i vissuti emotivi generati negli operatori, particolarmente
complessi e di difficile gestione, tali da esitare a loro volta in una sorta di
potenziale malpractice istituzionale
che può declinarsi ora nell’interventismo più esasperato, ora (con maggior
frequenza) nell’abbandono.
Riabilitazione e
cronicità: un problema di tempo
G. Ba, A.C. Viganò
Sezione di Psichiatria Dipartimento di Medicina Interna, Università di
Milano, Ospedale Maggiore IRCCS Policlinico
Il recupero delle abilità perdute ed il
potenziamento delle competenze residue sono i principali obiettivi della
riabilitazione psicosociale finalizzata a contrastare il processo di
cronicizzazione insito in alcune forme di malattia psichica ed a permettere al
paziente di raggiungere e mantenere il livello di integrazione a lui più
adeguato in ambito famigliare e sociale.
Come questi obiettivi possono essere conseguiti è stato più volte
discusso e diverse tecniche e strategie sono state ampiamente illustrate e
valutate. Così come spesso si è discusso dei luoghi in cui operare la riabilitazione.
Uno sforzo importante si sta effettuando per definire dei criteri di
valutazione degli obiettivi raggiunti. L’attuale organizzazione dei servizi
pone però anche una richiesta di definizione dei tempi della riabilitazione:
quando e come si può dire che un obiettivo è stato raggiunto? Quanto deve
durare un intervento riabilitativo? Questo tema sollecita una riflessione
soprattutto per quanto riguarda quei pazienti per i quali è necessario un
intervento continuo di rinforzo delle competenze per mantenere una buona
qualità di vita. Questi sono quei pazienti che «stazionano» nella
riabilitazione in quanto necessitano di interventi costanti e di lunga durata,
interventi per i quali è difficile definire obiettivi a breve termine (6-12
mesi) come spesso sollecitato da protocolli di valutazione dell’efficacia
derivati da quelli nati per verificare le terapie farmacologiche. In questo
lavoro vengono riportate alcune riflessioni proprio sulla modalità di
intervento per questi pazienti.
I costi della
cronicità in psichiatria
F. Amaddeo
Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica,
Università di Verona
L’economia sanitaria e, in particolare, la valutazione
economica applicata alla tutela della salute si sono, negli ultimi anni,
notevolmente diffuse; ed è ormai ampiamente riconosciuto che molte decisioni
fondate sui soli aspetti clinici potrebbero guadagnare in razionalità ove
considerassero anche la componente economica legata ai medesimi aspetti.
Tuttavia, in psichiatria permangono alcune difficoltà nel portare a
termine studi di valutazione economica; ciò sia in riferimento ai costi
dell’assistenza psichiatrica che a quelli delle malattie mentali in generale, e
in particolare ai costi determinati da quei disturbi che richiedono un’assistenza
cronica o di lunga durata.
A differenza di quanto accade in altri settori della medicina, la
malattia mentale tende ad avere una maggiore durata rispetto a molte altre
patologie somatiche: gli episodi di cura possono durare molti mesi prima di arrivare
ad una risoluzione della sintomatologia e spesso periodi di malattia si
alternano a periodi di remissione, in maniera talora non prevedibile. I
pazienti depressi, che hanno avuto due o più episodi nei precedenti cinque
anni, ad esempio, presentano una probabilità estremamente elevata (dal 70
all’80%) di andare incontro ad un nuovo episodio di malattia nei successivi
cinque anni (Angst, 1992). Inoltre, i pazienti psichiatrici presentano
un’aspettativa di vita quasi normale; anche se la loro mortalità è comunque più
elevata di quella della popolazione generale (Amaddeo et al., 1995a; Brown et
al., 2000).
Nel 1993, la stima della World
Bank, ha dimostrato che i costi per le malattie neuropsichiatriche sono
molto più elevati di quelli per tutte le forme di neoplasia e più del doppio di
quelli dovuti a cardiopatie ischemiche (Murray e Lopez, 1996). Queste stime
sono state poi recentemente confermate dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità (WHO, 2000) che ha valutato una perdita per tutte le
malattie nel 1999 di circa un miliardo e mezzo di DALYs, di questi circa il
9,6% sono legati alle malattie psichiatriche. La depressione da sola ha
prodotto nel 1999 una perdita del 4,1% di tutti i DALYs, cioè di poco inferiore
a quella di tutte le neoplasie (5,9%) e simile all’infarto del miocardio
(4,1%).
Questi dati, insieme alle previsioni di un aumento dell’incidenza e
della prevalenza di alcune patologie psichiatriche entro il 2020, ci fanno
capire come la psichiatria rappresenti uno degli ambiti di maggior interesse
nella valutazione economica delle malattie e degli interventi sanitari.
Bibliografia
Amaddeo F, Bisoffi G, Bonizzato P, Micciolo R,
Tansella M. Mortality among patients with
psychiatric illness. A ten-year case register study in an area with a
community-based system of care. British Journal of Psychiatry
1995;166:783-788.
Angst J. The
epidemiology of depression. Psychopharmacology 1992;106(Suppl):71-74.
Brown S, Inskip H, Barraclough B. Causes of the excess mortality of
schizophrenia. British Journal of Psychiatry 2000;177:212-217.
Murray CJL, Lopez AD. The Global Burden of Disease. Vol I. A Comprehensive Assessment of
Mortality and Disabilities from Diseases, Injures and Risk Factors in 1990, and
Projected to 2020. Harward University Press: Cambridge MA 1996.
World Health Organization. The World Health Report 2000. Health
Systems: Improving Performance. WHO: Geneva 2000.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala San Pietro
S62 - Il Disturbo
Ossessivo-Compulsivo in età evolutiva
Moderatori
A. Pascotto, F. Cardona
Aspetti clinici
R. Militerni, C. Falco, C. Fico
Servizio di Neuropsichiatria Infantile, Seconda Università di Napoli
Introduzione: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è un quadro clinico
complesso caratterizzato da pensieri intrusivi, spiacevoli e ricorrenti,
associati a comportamenti ritualizzati. La ricostruzione anamnestica del
disturbo in pazienti adulti ha permesso di rilevare che nella maggioranza dei
casi i primi «sintomi» cominciano a manifestarsi in epoche precoci dello
sviluppo. In effetti, nel corso degli ultimi anni si è assistito ad un
crescente interesse per la presenza del DOC in età evolutiva, che sembra
assumere una frequenza decisamente superiore a quanto ritenuto in passato.
Ci è sembrato pertanto interessante riportare la
nostra esperienza clinica relativa ad un gruppo di bambini per i quali è stata
formulata diagnosi di DOC.
Metodologia: per la raccolta del campione sono stati presi in
considerazione i bambini condotti al Servizio di Neuropsichiatria Infantile
della Seconda Università di Napoli nel corso degli ultimi di tre anni (ottobre
1998 - settembre 2001). La metodologia di lavoro per l’approfondimento
psicodiagnostico ha previsto un minimo di 3 incontri, nel corso dei quali il
colloquio libero con il soggetto è stato integrato da reattivi mentali
proiettivi e questionari standardizzati. La diagnosi è stata formulata in base
ai criteri definiti dal DSM-IV.
Risultati: nel periodo preso in considerazione sono stati
individuati 14 casi per i quali erano soddisfatti i criteri diagnostici di un
DOC. Si tratta di 14 soggetti di età compresa fra i 6 anni e 7 mesi e i 13 anni
e 8 mesi (media = 10,3); 11 di sesso maschile e 3 di sesso femminile. Nella
maggioranza dei casi il contenuto dei pensieri ossessivi era riferito a
tematiche di contaminazione. Molto frequenti erano anche le «paure» di eventi
catastrofici. Fra le condizioni cliniche presenti in comorbidità le più
frequenti sono apparse: il disturbo da tic (28,6%); il disturbo
oppositivo-provocatorio (14,3%); i disturbi dell’apprendimento (14,3%).
Conclusioni: il DOC in età evolutiva è un’evenienza clinica molto
più frequente di quanto ritenuto in passato. Le difficoltà diagnostiche sono
legate a diverse variabili fra cui l’incapacità o, più spesso, la resistenza
del bambino a verbalizzare pensieri di carattere ossessivo e l’attribuzione, da
parte dei genitori, di un significato «parafisiologico» a taluni comportamenti,
che viceversa sono già indicativi di una situazione di disagio.
La presa in
carico del bambino con disturbo ossessivo-compulsivo
E. Veneselli
Unità Operativa e Cattedra di Neuropsichiatria Infantile, Istituto G.
Gaslini, Sezione di Neuroscienze dello Sviluppo, DSNV, Università di Genova
Introduzione: la presa in carico del bambino e dell’adolescente con
Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) ha una dimensione di un certo rilievo e una
complessità assai significativa nell’ambito dell’operatività del
neuropsichiatra infantile.
Il disturbo ha infatti una prevalenza stimata nel 2-3% della
popolazione generale, con esordio nel 20% in età infantile e nel 30% a 13-15
anni, età del primo picco di prevalenza. Inoltre ha durata prolungata, con
decorso cronico ingravescente, cronico stabile, fluttuante o episodico, con
rara remissione spontanea.
È sovente sottostimato e può restare a lungo non riconosciuto per
l’assenza di manifestazioni esteriori clamorose, con sviluppo lento ed
insidioso del disturbo all’interno della mente, mentre i comportamenti esterni
hanno un modesto rilievo e inizialmente vengono tenuti nascosti. Può comportare
uno spettro di sintomatologia assai variabile per intensità.
Il DOC ha un discreto tasso di comorbilità, soprattutto con altri
disturbi di ansia, con disturbi depressivi con disturbo da tic. Può interessare
bambini con disturbi cognitivi globali o settoriali di vario grado.
Determina sovente non soltanto una sofferenza soggettiva, ma anche una
significativa compromissione della performance psicosociale: nel bambino
associa elevati tassi di compromissione del rendimento scolastico (58%) e delle
relazioni familiari (69%).
Nelle forme più gravi, determina una rilevante compromissione del
«funzionamento» familiare.
La frequente tendenza alla cronicità e l’importante incidenza di una
scarsa responsività, condizionano l’impegno nel trattamento, che può mostrare
una scarsa compliance.
La presa in carico globale: necessita di un trattamento integrato, con interventi
sul bambino, sulla sua famiglia, sulla scuola e sull’ambiente in senso lato a
lui circostante, attuati in modo interattivo e complementare. Tale modalità
operativa è peraltro quella consueta e di consolidata esperienza per il
neuropsichiatra infantile.
La pianificazione del trattamento viene modulata a seconda del contesto
clinico. È quindi preliminare un’approfondita valutazione diagnostica ad ampio
raggio ed un bilancio di sintesi e di epicrisi.
Dipende in prima istanza dal definire l’inquadramento diagnostico del
Disturbo ossessivo-compulsivo rispetto alle forme affini: il DOC subclinico, i
tratti di personalità ossessivo-compulsiva e gli altri disturbi psichiatrici
con fenomeni ossessivo-compulsivi.
Il trattamento integrato necessita di una presa in carico globale,
secondo un comprehensive assessment, che da una parte consideri i dati
biologici, gli aspetti psicologici, le componenti sociali e gli aspetti
familiari, e dall’altra evidenzi nel loro ambito i fattori di rischio e i
fattori protettivi.
Preliminarmente occorre rilevare che il processo di assessment e la
programmazione del trattamento hanno di per sé un’importante valenza
terapeutica. La consapevolezza di ciò negli operatori può favorire l’effetto
benefico, attraverso l’attuazione parallela di momenti di chiarificazione su
quanto sta accadendo, di partecipazione interattiva alla comprensione dei
fattori in ruolo e all’identificazione di strategie di eliminazione o di
compenso.
In questo processo, per gli operatori dell’età evolutiva il riferimento
consueto sono i familiari. Da tempo si sta sviluppando la tendenza a
riconoscere alla famiglia la centralità del suo ruolo, promuoverne la
partecipazione attiva all’individuazione degli interventi più idonei e
possibili, sostenerla con un counselling mirato alla sua crescita conoscitiva
ed educativa.
Si sta contemporaneamente diffondendo anche l’attitudine psicoeducativa
di chiarificare al bambino quanto concerne il suo problema, in termini
semplici, per lui accessibili e con modalità rassicuranti.
Il trattamento integrato può essere variamente articolato.
In generale è ben dimostrato che il nucleo sintomatologico del DOC
risponde prevalentemente alla terapia cognitivo-comportamentale ed agli SSRI.
Un approccio psicoterapeutico, o un counselling orientato in senso psicodinamico,
anche con modalità «brevi» (recentemente in maggior sviluppo) è attestato da
un’esperienza empirica consolidata, anche se non è stato oggetto di verifiche
scientificamente condotte sulla sua efficacia.
Nel bambino grande e nell’adolescente, l’esperienza ossessiva
condiziona le relazioni e attacca l’identità del soggetto proprio quando essa
si sta formando e sta attraversando il «travaglio» adolescenziale, verso la
dimensione adulta.
I fenomeni O.C. appaiono al soggetto sovente incomprensibili,
immotivati, inderogabili; ingenerano sentimenti di limitazione della libertà,
inducono tentativi inefficaci di liberazione, in una parola, «pervadono» il
mondo interiore del ragazzo.
Più che in altre condizioni, occorre dedicare uno spazio all’ascolto del
ragazzo, con modalità non neutrali, ma interattive.
Accanto ad un atteggiamento empatico, il forte disagio emozionale
richiede un’attitudine di solidarietà e di condivisione che possa aiutare la
ricostruzione di un’identità autentica, spoglia delle sovrastrutture O.C.,
nella consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori, con
distinzione netta dall’intrusione da parte dei sintomi.
Ciò può aiutare a prevenire lo sviluppo di un’aggressività
auto-diretta, soprattutto nella rappresentazione di sé, accanto al contenimento
di un’eccessiva responsabilizzazione e dei sensi di colpa, o della loro
negazione.
Ascoltare, comprendere e interpretare, parte essenziale della relazione
terapeutica, sono particolarmente richiesti dinanzi ad un soggetto in età evolutiva
e alla sua famiglia.
Rispetto all’articolazione del trattamento secondo il contesto clinico,
nelle forme lievi, e poco disturbanti, al loro esordio, si può effettuare
unicamente un intervento di counselling familiare e scolastico, per ridurre le
situazioni stressanti a favore di attitudini positive. Occorre però monitorare
adeguatamente la condizione per intervenire prontamente al suo accentuarsi.
Quando sussistono fattori esterni stressanti, l’intervento diviene
mirato anche alla loro rimozione e/o all’appoggio psicoterapeutico per
sostenerne l’impatto psicologico.
Se sussistono tratti di personalità ossessivo-compulsiva in fase di
strutturazione, vi è indicazione all’avvio al trattamento psicoterapeutico.
Nel DOC con aspetti psicotici o con poor insight, configurato nel
DSM-IV e non dall’ICD-10, esiste una compromissione della capacità di
riconoscere l’infondatezza e l’assurdità dell’ideazione ossessiva e la
resistenza interna all’idea ossessiva. Essa fa sì che le ossessioni siano
marcate e preponderanti e che la lotta contro di esse porti ad un’ideazione
conglobata in un vissuto delirante.
In questo contesto le tecniche psicoterapeutiche comportano il rischio
di aumentare angosce e conflittualità psicotiche. Devono essere supportate da
un importante impegno umano da parte del curante al fine di contenerle e di
rispondere ai veri bisogni. Tale modalità è del tutto affine a quanto viene
realizzato nel breakdown adolescenziale.
In caso di comorbilità, il trattamento deve prevedere la presa in
carico anche delle patologie associate, con focalizzazione soprattutto su:
possibili condizioni cognitive borderline o lievi difettività, eventuali
disturbi neuropsicologici, altri disturbi di ansia, elementi depressivi
secondari o franchi disturbi dell’umore, irritabilità, disturbo da tic, deficit
di attenzione.
Sicuramente è indispensabile intervenire nell’interazione bambino -
genitori per quanto concerne il vivere con il DOC.
Il disturbo infatti coinvolge molto la famiglia: talvolta il bambino
induce un genitore o più familiari a rituali compulsivi o a manovre ossessive
rassicuranti; più frequentemente in famiglia si crea un clima di scarsa
tolleranza o di critica verso i sintomi del bambino; qualche volta si assiste
ad un’eccessiva accettazione, senza aspetti contenitivi e rassicuranti per
l’ansia connessa ai sintomi stessi.
Sovente i genitori appaiono poco propensi ad esprimere affettività e a
sviluppare relazioni sociali: sono formali, autoritari e con elevati sensi di
colpa. Con il bambino sono poco inclini al contatto fisico, scarsamente
comprensivi, incapaci di immedesimarsi in lui e di giocare con lui.
Dopo aver stabilito con loro un’alleanza terapeutica, il lavoro ha come
obiettivo quello di ridurre il livello di aspettative e di richieste fatte al
figlio, sovente eccessivamente alte e spropositate rispetto all’età ed alle
capacità, mentre si promuove una valutazione positiva per le reali doti e la
riscoperta di una nuova relazionalità con lui.
L’intervento psicoeducativo e psicoterapeutico con la famiglia, accanto
ai trattamenti riconosciuti maggiormente incisivi sui sintomi, facilita
indubbiamente la loro efficacia e concorre a migliorare la qualità di vita del
nucleo coinvolto.
L’intervento a livello scolastico può concernere tanto le difficoltà di
apprendimento, quanto i disturbi dell’adattamento funzionale o il disagio nei
confronti dei coetanei.
La frequente cronicità del DOC richiede anche un aiuto nella
progettazione del soggetto nel periodo post-scolastico, con un orientamento al
lavoro e un counselling durante l’inizio dell’attività lavorativa o nei suoi
cambiamenti.
Per lo stesso motivo, occorre sorvegliare la socializzazione del
ragazzo e le sue iniziative rispetto al tempo libero.
In questa ottica gli interventi sono ispirati dall’attenta analisi
delle reali possibilità in rapporto agli interessi, e sono mirati a favorire i
fattori protettivi, quali contesti disponibili e non rigidi ovvero esperienze
graduate di prevedibile successo e ad ostacolare/contenere i fattori attivanti
e stressanti, come situazioni trigger, i rischi di insuccesso, progetti
eccessivamente ambiziosi e pericolosi, confronti negativi o competitivi (come
sono talvolta alcune pratiche sportive agonistiche).
In molti casi, un sostegno aggiuntivo di ordine psicosociale, può essere
fornito dai servizi sociali, dalle associazioni delle famiglie o dei pazienti
con questo complesso di disturbi e dai gruppi di auto-mutuo-aiuto.
Una programmazione di un piano di trattamento integrato necessita poi
di verifiche e di aggiornamenti periodici, per il mutare del contesto clinico e
dei bisogni correlati all’età e al disturbo, con una flessibilità proporzionale
alle dinamiche e agli eventi correlati ai processi di sviluppo.
Problemi
psicopatologici nelle sindromi ticcose
F. Cardona, E. Camillo, A. Romano, D. Valente
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età
Evolutiva, Università di Roma «La Sapienza»
Nei bambini, il criterio di evolutività, impone
un’analisi dei disturbi secondo un modello di comorbidità.
Il disturbo ticcoso si presta ad essere analizzato secondo questo
modello per diversi motivi:
1) perché si manifesta con una grande eterogeneità clinica, sia per
tipologia che per gravità;
2) perché è spesso associato a caratteristiche psicopatologiche più
significative e invalidanti la vita sociale del bambino del tic stesso;
3) perché è riportato nella storia clinica di pazienti che arrivano a
consultazione per motivi completamente diversi.
Il tic, quindi, appare come un disturbo nodale, crocevia di nuclei
patogenetici e ipotesi prognostiche diversi.
Sono stati studiati 125 bambini e ragazzi, di età compresa tra 6 e 16.1
anni, che consecutivamente hanno chiesto una consultazione per una
sintomatologia ticcosa presso il DSNPEE. Secondo i criteri della Tourette
Syndrome Classification Study Group, 73 pazienti (58,4%) presentavano una
Sindrome di Tourette, 22 (17,6%) presentavano Sindrome di Tourette
diagnosis-deferred, 17 (13,6%) pazienti presentavano Tic Multipli Cronici
motori o vocali ed infine 13 soggetti (10,4%) presentavano un Disturbo
Transitorio da Tic. Rispetto alla gravità dei tics, la sintomatologia era lieve
nel 36% dei soggetti (punteggi YGTSS tra 0 e 19), media nel 60% (YGTSS 20-49) e
grave nel 4% (YGTSS > 50).
È stato applicato un protocollo diagnostico che comprendeva, oltre la
raccolta dei dati anamnestici con particolare attenzione alla familiarità per
tic, anche un esame neurologico, la somministrazione ai genitori del CBCL,
l’utilizzo di scale e protocolli standardizzati, quali la YGTSS per la
valutazione della sintomatologia ticcosa, e la CY-BOCS per la valutazione della
sintomatologia ossessivo compulsiva. È stata inoltre effettuata una valutazione
neuromotoria e psicodiagnostica per rilevare segni di ADHD.
I risultati sembrano indicare che:
1) oltre 1/4 della popolazione complessiva presenta una condizione di
rischio psicopatologico, soprattutto per quanto riguarda i disturbi da
internalizzazione;
2) circa il 60% dei soggetti evidenzia una sintomatologia
ossessivo-compulsiva, che in circa il 12% raggiunge i criteri per una diagnosi
di DOC;
3) esiste in tutto il campione una correlazione tra intensità della
sintomatologia ticcosa ed intensità della sintomatologia O-C, e tra
quest’ultima ed un deficit dell’attenzione;
4) esiste infine un rilevante numero di soggetti che presentano una
sintomtologia ticcosa in assenza di altri segni clinici (equivalenti alla
categoria «TS pure» della classificazione proposta da Robertson e Baron-Cohen).
Il Disturbo
Ossessivo-Compulsivo: dall’eziopatogenesi alla terapia
A. Tortorella, P. Monteleone, G. De Filippis, V. Iannuzzi e M. Maj
Istituto di Psichiatria, Università di Napoli, SUN
Numerose osservazioni cliniche e sperimentali suggeriscono l’esistenza
di un substrato biologico nella patogenesi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo
(DOC). A tale riguardo le evidenze più importanti sono:
1) Induzione di comportamenti ripetitivi stereotipati nell’animale da
esperimento in seguito a lesioni di specifiche aree del sistema limbico.
2) Presenza di sintomi ossessivi e/o rituali compulsivi in alcune
patologie organiche cerebrali (Encefalite di Von Economo; Corea di Sydenam,
epilessia con focolai nel giro cingolato anteriore; Malattia di Gilles de la
Tourette).
3) Miglioramento della sintomatologia ossessivo-compulsiva in seguito a
trattamenti farmacologici con SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione
della serotonina) o neurochirurgici (cingulotomia, leucotomia limbica,
capsulotomia anteriore).
4) Presenza di alterazioni morfofunzionali in alcune aree cerebrali di
pazienti affetti da DOC evidenziabili con le tecniche di visualizzazione
cerebrale.
Queste osservazioni hanno permesso di focalizzare l’attenzione dei
ricercatori su alcuni neurotrasmettitori cerebrali. Numerosi studi hanno
pertanto evidenziato disfunzioni a carico dei sistemi neurotrasmettitoriali
serotoninergico, dopaminergico, noradrenergico e neuropeptidergici in pazienti
affetti da DOC. Inoltre, a livello neuroanatomico è stato suggerito un diretto
coinvolgimento delle aree orbito-frontali e dei gangli della base.
Sulla base di queste premesse, abbiamo evidenziato che i pazienti
ossessivo-compulsivi presentano una ridotta risposta della prolattina alla
D-fenfluramina (agonista serotoninergico) e che quanto più ridotta è tale
risposta, tanto maggiore è l’efficacia clinica degli SSRI.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Malta
S63 - La residenzialità in
psichiatria: strategie e particolarità
Moderatori
G. Giusto, E. Ramelli
Le Comunità
terapeutiche fra pubblico e privato: percorsi possibili
P. Pisseri
Comunità terapeutiche «Redancia»
Nella terapia e assistenza psichiatrica anche e soprattutto
residenziale l’intervento del privato ha sempre avuto una parte importante,
sotto aspetti assai differenziati. È esistito un privato quale mero supporto,
magari peggiorativo, del servizio pubblico, come nelle settecentesche madhouses
inglesi o le Opere Pie o certe cliniche private, ma anche un privato fortemente
innovativo, ispirato da una specifica visione del mondo, quasi un mito
fondante: da quello di Gheel o del Retreat di Tuke a York, fino al Cassel
Hospital di Main, alla Kingsley Hall di D. Cooper, alle Comunità gestite dalla
Richmond Fellowship International, a Chateu Le Borde.
Nell’ambito del servizio pubblico l’innovazione incontra maggiori difficoltà
ma quando ha successo riesce a fungere da stimolo a una generalizzazione
dell’esperienza, come quella ormai classica di Basaglia.
Di solito il privato gode di una maggior flessibilità organizzativa,
con relativo contenimento dei costi. Sta al Servizio pubblico verificare che
esso non comporti uno scadimento di qualità, in quel necessario rapporto di
rete fra residenza e territorio che evita anche nocivi fenomeni di delega e di
«scarico».
Si è posta l’esigenza di un sistema che consentisse al Servizio pubblico
e soprattutto all’utente di utilizzare strutture a diretta gestione pubblica o
a gestione privata, in un regime di concorrenza su basi paritarie che
consentisse lo sviluppo delle migliori caratteristiche di ciascuno: ciò, nel
rispetto di certi parametri essenziali ma anche di quelle differenze che
possono costituire non un problema ma un valore.
Una risposta è stata fornita dalla introduzione del concetto di
accreditamento. Esso deve: esser funzionale alle scelte di programmazione
regionale; garantire una concorrenzialità nell’eguaglianza; esser finalizzato
alla qualità, garantendo a cittadini e utenti l’informazione e un ruolo nelle
verifiche. Tutto ciò sarebbe meglio garantito da una distinzione fra ente
programmatore, ente fornitore della prestazione, ente pagatore e organi di
controllo.
Bibliografia
Conforto C, et al. Comunità. Bollati Boringhieri, Torino 1999.
Ferrannini L. La terapia comunitaria delle psicosi nelle trasformazioni della Sanità
pubblica. Il Vaso di Pandora 1997;5(3):69-76.
Onnis L, Lo Russo G. La ragione degli altri. Savelli, Roma 1979.
Robotti E. Comunicazione personale, 2001.
Una struttura
terapeutica per i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA): l’esperienza di
Villa del Principe a Genova
M. Massa
Psichiatra, Direttore Sanitario «Villa del Principe», Genova
Dalla letteratura scientifica sui DCA vengono prevalentemente presi in
considerazione i tre quadri clinici descritti dal DSM IV che costituiscono la patologia alla quale intendiamo rivolgere il
presente progetto di intervento: Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Disturbo
da Alimentazione Incontrollata.
Attualmente nel nostro paese (e soprattutto nella nostra regione) viene
segnalata da più parti la carenza nell’organizzazione e nella disponibilità di
strutture adeguate per l’assistenza ai DCA 2.
Sotto il profilo epidemiologico in Italia come negli altri paesi
dell’occidente industrializzato, ogni 100 ragazze tra i 12 e i 25 anni di età
8-10 soffrono di un DCA 1. La comorbilità psichiatrica più frequente
riguarda i Disturbo dell’Umore e il Disturbo Borderline di Personalità.
Il trattamento dei DCA prevede un apparato multidisciplinare
armonizzato e concordato dai diversi specialisti che operano in équipe.
Si tratta di un percorso che parte dalle cure somatiche per rivolgersi
a conflittualità emozionali profonde che si giovano di un intervento
psicoterapico diversificato a seconda dello stile cognitivo dei vari soggetti.
Villa del Principe è un centro polivalente con la capacità di offrire
una risposta terapeutica modulabile sulle caratteristiche cliniche dei pazienti
con DCA: questa va dall’intervento ambulatoriale a quello residenziale
intensivo (fino a 22 posti letto). Da un’analisi delle esperienze esistenti
nella realtà italiana è emerso come il trattamento ambulatoriale e quello in DH
o in CD vanno spesso a costituire parte importante dell’intervento di diversi
centri per il trattamento dei DCA 2.
I programmi di trattamento a Villa del Principe si articolano in due
fasi distinte:
– La prima fase dei trattamento è ispirata ad un approccio di tipo
cognitivo comportamentale prevede costantemente l’intervento internistico
nutrizionale (riabilitazione psico-nutrizionale).
– La seconda fase è invece rivolta alla stabilizzazione dei risultati
sul comportamento alimentare e al trattamento più propriamente psicoterapico di
gruppo o individuale.
Viene inoltre descritta l’esperienza dei primi mesi di attività della
struttura con particolare riguardo all’organizzazione dell’attività
residenziale che trae spunto anche dal modello della Comunità Terapeutica.
Bibliografia
1 Cuzzolaro M, et al. Anoressia
Nervosa: dalle origini alla terapia. A cura di M.O. Carruba. (Istituto
Danone), Milano 1999.
2 Commissione Ministeriale su AN e BN. Disturbi del Comportamento Alimentare. Comunicato del Ministero
della Sanità 16/05/2001.
Le comunità
terapeutiche per i «casi misti»
D. Nicora
Comunità terapeutiche «Redancia»
Per casi misti si intende persone affette da psicosi o grave disturbo
di personalità che manifestano, come complicanza della loro malattia o in
comorbilità rispetto a questa, una condotta di abuso di sostanze stupefacenti o
di alcool.
Si tratta quindi di condizioni gravi e complicate che richiedono un
maggiore sforzo di attenzione in quanto la cura e la riabilitazione della
condizione psichiatrica non può prescindere da un contenimento della condotta
d’abuso e viceversa. Una prima considerazione riguarda il numero degli ospiti
di queste comunità. Ritengo che una buona comunità per casi misti non possa
ospitare più di 10 persone, oppure che una buona comunità psichiatrica di 20
persone non possa ospitare più di 5 casi misti.
La seconda considerazione riguarda il significato ed il valore del
contratto terapeutico, ossia il contratto che un ospite stipula con la comunità
al suo ingresso e che rinnova periodicamente nei colloqui e negli incontri con
i propri referenti durante il periodo della degenza.
Il contratto è una categoria giuridica che indica genericamente un
accordo volontario che dà vita ad un vincolo tra 2 o più contraenti. Come tutti
i contratti, il contratto terapeutico è un atto giuridico. Il programma di
contenimento della condotta d’abuso è generalmente dichiarato al momento
dell’ingresso di ciascun ospite. In condizioni normali il mancato rispetto
degli accordi previsti dal contratto potrebbe comportare la rescissione dello
stesso e questo potrebbe accadere in una comunità per tossicodipendenti la
quale potrebbe dimettere l’ospite che, con il comportamento d’abuso,
dimostrasse di non volere rispettare gli accordi presi al momento del suo
ingresso. Nessun contratto però può prescindere da una considerazione sulla
capacità di agire dei contraenti; se il paziente non è in grado di intendere e
volere, se non ha coscienza della sua condizione e dei suoi bisogni, se ha una
debolezza dell’Io che gli deriva dalla malattia psichiatrica, deve essere
considerato incapace naturale di agire, pur mantenendo piena capacità
giuridica. In questo caso il medico ha il dovere di mettere in atto i
provvedimenti, entro i limiti previsti dalla legge e dal Codice Deontologico,
per curare comunque il proprio paziente, gestendo un rapporto conflittuale
nella ricerca ostinata del consenso rispetto ad una proposta, cercando proposte
alternative di cura o obbligando il paziente ad essere ricoverato in ospedale,
se questo dovesse essere necessario.
Bibliografia
Cattorini P. Bioetica. Metodo ed elementi di base. Biblioteca Medica Masson
1996.
Hartmann H. Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento. Boringhieri, Torino
1966.
Hartmann H. Note sul principio di realtà. Saggi sulla psicologia dell’Io 1956.
Particolarità
cliniche del disabile intellettivo nell’istituzione
G.P. La Malfa
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Sezione di Psichiatria,
Università di Firenze
La persona con Disabilità Intellettiva (D.I.) nelle strutture
residenziali spesso mostra, in percentuali che variano dal 10% al 39% una
comorbidità con disturbi psichiatrici, per cui si può parlare di Doppia
Diagnosi (DD). Una corretta DD è di grande utilità clinica, sia perché è una
delle cause favorenti la richiesta di collocazione in strutture residenziali,
sia perché essa rendere problematici i programmi psicoeducativi e
psicoterapici. Nonostante ciò la DD è un concetto ancora poco conosciuto in
ambito clinico 1.
La persona con D.I. può presentare l’intero spettro della
psicopatologia, sebbene con sintomi atipici. Tuttavia la DD può essere posta
solo dopo che un appropriato screening abbia escluso sia problemi medici che
ambientali in grado di determinare sintomi psicopatologici. Recentemente sono
state pubblicate delle linee guida internazionali 2 che evidenziano
come tutte le più comuni diagnosi psichiatriche possono riscontrarsi nella D.I.
Va sottolineata l’importanza di nuovi aggregati sindromici, ancora oggetto di
studio, quali la Motivational Deficit Sindrome, l’Unsteable Mood Disorder e il
Disordered Stress Feedback. Un altro dato di cui bisogna tener conto è
l’aumento delle diagnosi di disturbi bipolari, frequentemente misconosciuti ed
erroneamente diagnosticati come psicosi. Sono da ricordare l’Autismo, presente
nel 30-40% circa dei pazienti con D.I. e la Demenza, problematica quasi
sconosciuta fino a qualche anni fa, ma di sempre maggiore importanza per
l’aumentare dell’età media dei pazienti con D.I. e particolarmente frequente
nei soggetti con sindrome di Down.
Bibliografia
1 La Malfa GP, Campigli M, Bertelli M, Mangiapane A, Cabras PL. The psychopathological model of Mental
Retardation: «Theoretical and Therapeutic Consideration». Research in
Developmental Disabilities 1997;18(6):407-413.
2 Deb S, Matthews T, Holt G, Bouras N. Practice Guidelines for the Assessement and Diagnosis of Mental Healt
Problems in Adults with Intellectual Disabilities. Pavilion, Brighton,
2001.
Aspetti della
gestione non farmacologica del disabile aggressivo in un contesto residenziale
A. Castellani
Secondo Servizio di Psichiatria, Ospedale Civile Maggiore, Azienda
Ospedaliera di Verona
Le persone affette da un ritardo mentale di qualsiasi origine e di
qualsiasi gravità possono vivere nel proprio contesto originale oppure possono
essere affidate dalle loro famiglie e dalla società a centri specializzati,
istituti, scuole o reparti a vario grado di protezione.
Ma in tutti questi casi, un disabile può presentare nel corso della sua
vita aspetti comportamentali, atteggiamenti particolari, reazioni
affettivo-motorie che richiedono la necessità di un approccio adeguato da parte
di chi è coinvolto nella contingenza della gestione del caso.
Ed è sempre necessario un intervento farmacologico per la gestione di
questi comportamenti?
Si può tranquillamente affermare che sia in famiglia sia, soprattutto,
nelle varie istituzioni, è possibile fronteggiare fasi relazionali
caratterizzate dai cosiddetti «momenti difficili» (comportamenti aggressivi,
oppositivi, disturbanti ecc.) con strategie, attenzioni ed accorgimenti
finalizzati ad una adeguata gestione di queste situazioni.
I margini che un’istituzione può avere di fronte alle situazioni di
emergenza devono essere utilizzati sia per la sicurezza della gestione sia per
la possibilità della progressione del continuum riabilitativo: le situazioni di
emergenza, infatti, pongono in discussione la serenità del paziente, dei
familiari, degli operatori e del setting, con la conseguente possibilità che
risultino inficiati sia i risultati ottenuti che gli obiettivi programmati.
Sia l’esperienza clinica che la letteratura sono concordi nella
proposizione di una serie di suggerimenti finalizzati a permettere la prevenzione,
la gestione ed il superamento delle situazioni di crisi.
Questo contributo è finalizzato all’analisi delle possibilità di
affrontare le crisi comportamentali del disabile aggressivo con modalità
adeguate sia in termini di prevenzione che di gestione.
Bibliografia
Bregman J. Current
Developments in the Understading of Mental Retardation Part II: Psychopathology.
861-872. J Am Acad Child Adolesc Psychiatry 1991;30:6.
Come assistere
i pazienti affetti da demenza senile, a cura di Alzheimer’s Disease Society, England.
Editore Aldo Primerano, Roma 1989.
Modestin J, Greub E, Brenner HD. Problem patients in patient setting: an
explorative study. Eur Arch of Psych and Neurol Sciences
1986;235(5):309-314.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Oro
S64 - Gestione integrata
dell’epilessia farmaco-resistente
Moderatori
R. Tatarelli, R.Vizioli
Metodologie investigative e tecniche psicoterapeutiche nella clinica
della psicopatologia epilettica
A. Ricciardi, P.P. Colombo, R. Di Lello
II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di
Roma «La Sapienza»
Negli ultimi anni è apparso crescente l’interesse per le manifestazioni
psichiche e psicopatologiche associate all’epilessia, in particolare delle
epilessie resistenti ai trattamenti farmacologici. Dagli anni ’80 sono stati
proposti vari approcci psicoterapici. I soggetti epilettici sono considerati ad
alto rischio psicopatologico perché portatori di una disfunzione neurologica ad
andamento generalmente cronico, perché costretti a subire una pesante
stigmatizzazione sociale, e per la limitata qualità di vita, conseguente alle
caratteristiche cliniche della malattia e all’assunzione di farmaci. Sebbene
sia documentata la relazione tra epilessia e una varietà di difficoltà
psicologiche e sociali, solo di recente è nata l’esigenza di capire la natura
di tale legame anche se, per il momento, ci si è limitati ad un approccio
descrittivo del problema, avvalendosi di modelli statistici. Alcuni di essi
evidenziano che la gravità dei problemi psicologici e sociali varia in maniera
direttamente proporzionale alla gravità delle condizioni cliniche neurologiche;
altri mostrano che le conseguenze psicosociali della malattia sono in realtà
mediate dalla percezione che i pazienti hanno di sé stessi e della propria
condizione e influenzano a loro volta la semiologia delle crisi, almeno sotto
il profilo della frequenza, intensità e durata delle stesse. Esiste tuttavia un
altro aspetto della questione, sul quale riteniamo opportuno soffermarci; se,
di fatto, la frequenza degli episodi critici influenza le manifestazioni
associate alla convivenza quotidiana con le crisi, o più spesso alla paura di
una loro eventuale insorgenza, è anche vero che si riconosce ai fattori
psicologici ed emotivi un ruolo importante nel modificare l’andamento stesso
della malattia. È comune osservazione che condizioni di stress aumentano la
frequenza degli episodi critici, tanto che molti pazienti raccontano di poter
prevedere l’insorgere prossimo di una crisi dal grado di ansia e depressione
subito nei pochi giorni precedenti. A questo riguardo gli studi di Gloor,
Fenwick e Trimble sono di riferimento tanto per redigere una classificazione
clinica sia dei fattori precipitanti ed inibenti le crisi che delle
manifestazioni psicopatologiche precedenti, successive e contemporanee alle
manifestazioni critiche, quanto per la ricerca di eventuali substrati
neuroanatomici e neurofisiologici.
Dopo una panoramica sui tipi di interventi psicoterapeutici
(psicodinamici, cognitivo-comportamentali, tecniche di rilassamento e
biofeedback, terapie psicoeducazionali) sinora adottati nel tentativo di
controllo dei disturbi psicopatologici dell’epilessia, da soli o in terapia
integrata al trattamento farmacologico, verranno presentati i risultati preliminari
dello studio «Caratteristiche neuropsicologiche, EEGrafiche e psicopatologiche
in un campione di pazienti epilettici resistenti ai trattamenti farmacologici:
valutazione delle modificazione in corso di trattamento psicoterapeutico»
attualmente in corso.
VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala S. Pietro B
S65 - Nutrizione e cervello:
rapporto fra nutrienti strategici e patologie neuropsichiatriche
Moderatori
P. Castrogiovanni, A. Troisi
Nutrienti
lipidici, membrane e cervello
M. Cocchi
Scottish Agricultural College
Evidenze biochimiche, cliniche e genetiche indicano che in molte
patologie cerebrali possa avere un ruolo patogenetico l’alterazione del
metabolismo dei fosfolipidi di membrana, in associazione ad una perdita di
acidi grassi polinsaturi. Tale disordine metabolico, interferendo con le
complesse attività consequenziali, coordinate e parallele di milioni di
neuroni, sarebbe responsabile di serie conseguenze nel cervello.
Anche i radicali liberi, coinvolti nella patologia di membrana – che se
in eccesso danneggiano lipidi di membrana, proteine e DHA – possono essere in
grado di indurre un danno cerebrale. Le membrane neuronali, nelle quali si
verifica un alto consumo di ossigeno e si ritrovano una elevata quantità di
lipidi e di metalli di transizione, sono particolarmente a rischio. I network
cerebrali sono quindi legati a delicati equilibri fra sistemi di difesa
antiossidanti e produzione di sostanze ossidate.
L’aumento di radicali liberi (osservabile attraverso la quantificazione
delle attività enzimatiche antiossidanti e gli indici di perossidazione nel
plasma, nei globuli rossi e nel liquido cerebrospinale), determinando alti
livelli di danno cellulare, può tradursi in patologia neuropsichiatrica.
L’osservazione di un danno cerebrale da radicali liberi, derivata dai
modelli animali, suggerisce la possibilità di controllare i livelli di danno
anche nell’uomo e di impedire l’aggravamento dei fenomeni. Lo stretto legame
fra nutrienti lipidici e antiossidanti nella funzione delle membrane biologiche
sembra utile per aprire un nuovo capitolo di conoscenze nell’ambito delle
patologie neuropsichiatriche, con promettenti risvolti dal punto di vista
terapeutico.
Antiossidanti e
DHA nelle patologie neuropsichiatriche
P. Castrogiovanni, M. Garbini, A. Mantovani, I. Soreca
Dipartimento di Neuroscienze, Sezione di Psichiatria
Osservazioni epidemiologiche e dati clinici suggeriscono che una
variazione nella composizione in acidi grassi polinsanturi (PUFA) delle
membrane cellulari, legata ad un danno ossidativo, possa essere correlato con
alcuni disturbi neurologici e psichiatrici, come la malattia di Alzheimer (AD)
e le Demenze in generale, il morbo di Parkinson (PD) la Sclerosi Laterale
Amiotrofica (SLA), la Schizofrenia e i Disturbi dell’Umore.
Per quanto riguarda la malattia di Alzheimer, molti dati sperimentali
mostrano un aumento della produzione di radicali liberi ed una riduzione dei
meccanismi di difesa, che esitano in una cascata di eventi neurotossici, come
la perossidazione delle membrane lipidiche, l’ossidazione proteica,
l’aggregazione di sostanza beta-amiloide insolubile.
Nel Morbo di Parkinson vi sarebbe una selettiva vulnerabilità dei
neuroni della substantia nigra dovuta al loro contenuto di neuromelanina, un polimero
che deriva dall’ossidazione della dopamina.
Alcuni studi hanno mostrato che il meccanismo alla base della
degenerazione dei motoneuroni nella SLA sarebbe un altro metabolismo del
glutammato, che porterebbe ad eccitotossicità ed aumento dello stress
ossidativo.
Numerose evidenze, inoltre, ricavate da studi spettroscopici in RMN,
sulla composizione in acidi grassi delle membrane neuronali, studi sulla
fosfolipasi Az (PLA2), sulla sintesi delle
prostaglandine, studi sulla perossidazione dei lipidi di membrana e sugli
enzimi antiossidanti, convergono ad indicare che esiste una anormalità
generalizzata di membrana alla base della schizofrenia
Studi recenti hanno focalizzato l’attenzione sulla deplezione di PUFA
n3 (particolarmente EPA e DHA) nelle membrane cellulari di pazienti depressi,
rispetto a controlli sani: nella composizione in acidi grassi delle membrane
eritrocitarie, si è rilevato un più basso contenuto di EPA e sono state trovate
correlazioni significative fra il rapporto Ac. Arachidonico/DIIA nelle membrane
eritrocitarie e la gravità clinica della depressione. Vi sono dunque alcune
evidenze che uno squilibrio nel rapporto fra acidi grassi essenziali n-6 c n‑3
e/o una carenza di n‑3 possa associarsi ad una maggiore gravità dei
sintomi depressivi.
Tali dati hanno importanti risvolti dal punto di vista terapeutico, in
quanto una supplementazione nella dieta con DHA ed antiossidanti può modificare
la composizione delle membrane ed influenzare il decorso di molti disturbi,
stimolando sempre più numerosi studi clinici che valutano l’efficacia di una
terapia integrata con omega‑3 ed antiossidanti.
Deplezioni
selettive con aminoacidi: una rassegna degli effetti biochimici e
comportamentali
A. Lucca, F. Benedetti, E.A. Moja*, E. Smeraldi
IRCCS Ospedale San Raffaele, DSNP, Milano; * Cattedra di
Psicologia Medica, Ospedale S. Paolo, Polo Universitario, Milano
Studi su animali e soggetti umani, iniziati negli anni ’70, hanno
dimostrato la possibilità di influenzare alcune funzioni cerebrali,
specialmente a livello comportamentale, attraverso variazioni «fisiologiche» di
determinate componenti alimentari, in particolare gli aminoacidi essenziali,
precursori dei principali neurotrasmettitori cerebrali quali la serotonina,
noradrenalina e dopamina.
I primi studi sono quelli che hanno proposto il metodo della deplezione
di serotonina mediante somministrazione acuta di miscele di aminoacidi prive di
triptofano. I dati dimostrano inequivocabilmente che l’assunzione di queste
miscele provoca una deplezione del triptofano plasmatico e, secondo una curva
dose-risposta, dei livelli di serotonina cerebrale. Vengono altresì fornite
spiegazioni circa i meccanismi d’azione e la sequenza degli eventi,
coinvolgendo il ruolo della sintesi proteica a livello epatico, i sistemi di
trasporto degli aminoacidi attraverso la barriera ematoencefalica e le reazioni
enzimatiche nella sintesi di serotonina. Gli effetti della somministrazione di
queste miscele sono stati studiati su comportamenti che si ritiene essere
influenzati dai livelli cerebrali di serotonina, quali sonno, sessualità,
aggressività, timismo, percezione del dolore, scelta di macronutrienti con
risultati di considerevole significato.
La serotonina non è l’unico neurotrasmettitore ad essere influenzato
dalla dieta: anche i livelli di dopamina e noradrenalina possono essere
modificati in modo atossico e non invasivo attraverso la deplezione dei loro
precursori: tirosina e fenilalanina. Per primi abbiamo studiato gli effetti in
acuto di una dieta priva di questi aminoacidi sulla pressione arteriosa
dimostrando un sensibile decremento sia dei valori sistolici che di quelli
diastolici già dopo 120 minuti dalla somministrazione orale della miscela.
Più recentemente abbiamo sperimentato su volontari sani una miscela di
aminoacidi essenziali priva di valina, principale competitore del triptofano
nei meccanismi di trasporto attraverso le membrane. Già dopo un’ora abbiamo
osservato un decremento del 73,5% della valina plasmatica e del 48% e 35%
rispettivamente di glicina e serina; tali decrementi si sono mantenuti fino a
360 minuti dopo l’assunzione della mistura. La deplezione di valina ha indotto
un significativo incremento del rapporto plasmatico triptofano/aminoacidi
neutri (Trp/LNAA), parametro che, secondo alcuni autori, meglio descrive la
biodisponibilità cerebrale di serotonina. L’utilizzo teorico di una dieta a
basso contenuto di valina potrebbe pertanto essere consigliata in abbinamento a
trattamenti con farmaci potenzianti la trasmissione serotoninergica in pazienti
depressi; tuttavia rimangono alcuni problemi irrisolti dettati per esempio
dall’evidenza di un effetto steatosico nel fegato di ratti depletati di valina.
Colesterolemia e
disturbi dell’umore nell’obesità e nel postpartum
A. Troisi
Dipartimento di Neuroscienze, Università di Roma «Tor Vergata»
Negli ultimi anni si sono accumulati molti dati clinici che indicano
l’esistenza di una relazione tra livelli bassi di colesterolemia e disturbi
dell’umore e del comportamento. In questa presentazione illustrerò i risultati di
due studi che hanno analizzato tale relazione in popolazioni di particolare
interesse: donne obese e puerpere. I pazienti obesi sono ad alto rischio sia
per dislipidemia che per depressione e furono quindi scelti come soggetti di un
primo studio (Troisi et al., 2001a). Il campione includeva 73 donne sane di età
compresa tra i 16 e i 76 anni con differenti gradi di obesità e i livelli
ematici di colesterolo molto diversi. Lo stato dell’umore fu valutato mediante
3 scale di auto-valutazione: la Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), la
State-Trait Anger Scale (STAS), e il Beck Depression Inventory (BDI). La
correlazione tra colesterolemia e umore risultò essere dipendente dall’età dei
soggetti. Nel sottogruppo di donne di età inferiore ai 50 anni non emerse alcuna
relazione significativa. Al contrario, nel sottogruppo di donne che avevano più
di 50 anni, i livelli ematici di colesterolo risultarono significativamente e
negativamente correlati con i punteggi alla TAS-20 e alla STAS. La correlazione
negativa tra livelli ematici di colesterolo e sintomi depressivi dimostrò una
tendenza alla significatività statistica. Le correlazioni negative tra livelli
ematici di colesterolo e intensità dei sintomi affettivi si rinforzarono
notevolmente quando l’analisi dei dati fu limitata al sottocampione di donne
con più di 60 anni di età. Un secondo studio (Troisi et al., 2001b) ha
analizzato la relazione colesterolemia e umore nel postpartum. Con il parto, i
livelli ematici di colesterolo vanno incontro ad un brusco cambiamento perché,
fisiologicamente, nel corso della gravidanza la colesterolemia aumenta di oltre
il 40% rispetto ai valori normali per poi abbassarsi rapidamente nei 2-3 giorni
successivi al parto. Il postpartum sembra quindi essere un interessante modello
naturale per studiare la relazione tra colesterolemia ed umore. Sulla base di
queste considerazioni, furono studiate 47 primipare sane durante la fase finale
della gravidanza e nel primo postpartum. Oltre alla misura della colesterolemia
totale e HDL, furono valutati i livelli di ansia, depressione e rabbia. I
livelli di colesterolo totale misurati dopo il parto risultarono
significativamente e negativamente correlati con i sintomi d’ansia, con i
sintomi depressivi e con i livelli di rabbia. I livelli di colesterolo HDL
misurati dopo il parto risultarono significativamente e negativamente correlati
con i sintomi d’ansia.
Bibliografia
Troisi A, et al. Age specificity of the relationship between serum cholesterol and mood
in obese women. Physiol Behav 2001a;72:409-413.
Troisi A, et al. Serum cholesterol levels and mood symptoms in the postpartum period.
Psychiatry Res 2001b; in press.
Colesterolo
plasmatico e citochine infiammatorie in pazienti con condotte autolesive
M. Sarchiapone, G. Camardese, V. Carli, S. Capitani, E. Barbarino, S.
De Risio
Istituto di Psichiatria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma
Numerose evidenze hanno segnalato, negli ultimi
anni, un’associazione tra ridotti tassi di colesterolo plasmatico e mortalità
per condotte suicidarie; un basso tasso di colesterolo plasmatico è stato
inoltre riscontrato in soggetti con comportamenti violenti ed impulsivi.
Tali osservazioni hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare che i
bassi livelli di colesterolo potessero essere associati con le condotte
autolesive attraverso una modificazione dell’attività serotoninergica centrale.
Nel 1995 Pettinen ha proposto un’ipotesi alternativa correlata
all’IL-2, citochina in grado di ridurre la concentrazione sierica di
colesterolo, di incrementare il tasso di trigliceridi plasmatici e di inibire
la secrezione di melatonina, inducendo una sintomatologia depressiva. In
quest’ottica la riduzione del colesterolo si proporrebbe come epifenomeno di
una modificazione biologica sovrastante, responsabile da un lato di alterazioni
a livello centrale del controllo degli impulsi, dall’altro di alterazioni
periferiche che potrebbero a loro volta rivestire il ruolo di predittori di
rischio suicidario.
Con l’obiettivo di investigare il coinvolgimento di citochine
infiammatorie, le cui funzioni sono ancora in gran parte oscure, abbiamo
condotto uno studio su pazienti con comportamento violento ed autolesivo,
correlando i tassi di colesterolo plasmatico con i dosaggi delle citochine
infiammatorie potenzialmente implicate nella regolazione del metabolismo dei
lipidi plasmatici (IL-1b, IL-2, TNFa,
IL 6, gIFN).
In conclusione viene proposta l’ipotesi che le citochine, mediatori
chiave di numerose risposte (non solo infiammatorie) da parte dell’organismo,
potrebbero essere coinvolte in un processo biologico più articolato e complesso
che da un lato include manifestazioni comportamentali impulsive e violente, ed
a livello periferico è caratterizzato da alterazioni del profilo lipidico e
proteico.