SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Cavalieri 1
S76 - Gli aggressori sessuali:
psicopatologia e trattamento
Moderatori
G.C. Nivoli, T. Bandini
La cavalla di
Leida: non esageriamo con la norma sessuale
R. Rossi
Dipartimento di Scienze Psichiatriche, Università di Genova
Come elemento introduttivo all’argomento, vengono fatte alcune
osservazioni sul concetto di norma sessuale. Si fa notare innanzi tutto come la
sessualità adulta e matura è la risultante di un iter complesso di passaggio
attraverso una serie di momenti di sviluppo ognuno dei quali è caratterizzato
da un tipo di impostazione che corrisponde a comportamenti considerati anomali,
o per usare il termine convenzionale, perversi, secondo i canoni adulti e maturi.
La sessualità parte sempre dal bambino perverso poliforme. Qualsiasi
regressione, o qualsiasi fissazione a stadi precedenti di sviluppo comporta la
defusione dell’istinto e per conseguenza la comparsa dì elementi aggressivi,
propri dello stato precedente.
La norma sessuale è dunque la risultante di un amalgama che è
costituito dal maggior grado possibile di elementi perversi accettabile,
rispetto ai punti cardinali della convenienza e del soddisfacimento orgastico.
Profili
psicopatologici e comportamentali di aggressori sessuali
A. Amati, P. Ricci*
Cattedra e Scuola di Specializzazione in Psichiatria; *
Cattedra e Scuola di Specializzazione in Medicina Legale; DPT di Medicina
Sperimentale e Clinica «G. Salvatore», Università «Magna Graecia», Catanzaro
Il profilo sociale e psicologico dell’aggressore sessuale è stato
delineato in alcuni studi valutando strategie di intervista specifiche per ogni
vittima ed attraverso la somministrazione di un test di Criminal Profiling.
Dalla raccolta delle caratteristiche socio-demografiche e delle
informazioni sulle modalità di adescamento ed aggressione, sono state
identificate quattro diverse tipologie di violentatore, in ordine decrescente
di frequenza: 1) power-reassurance rapist, che commette il crimine al fine di
rassicurare la propria virilità; 2) power-assertive rapist, che deve confermare
la propria capacità di abusare di chiunque egli scelga; 3) anger-retaliatory
rapist, di solito il tipo più violento, che punisce ed umilia la vittima, per
torti reali o immaginari; 4) anger-excitation rapist, stimolato sessualmente ed
emotivamente dall’infliggere dolore e sofferenza alle vittime (TCLEOSE, Sex
Offender Characteristics, 2000).
La valutazione psicometrica tramite MMPI ha permesso la
differenziazione sia qualitativa che quantitativa nella psicopatologia del
campione di abusatori sessuali esaminato. I punteggi MMPI ottenuti da soggetti
accusati di omicidio del partner o di uno sconosciuto indicano differenze in
determinati items, suggerendo una correlazione tra psicopatologia dell’omicida
e relazione tra omicida e vittima (Kalichman SC, 1988).
È stata individuata inoltre una differenza significativa tra abusatori
sessuali ricoverati rispetto ad altri pazienti psichiatrici. Nei primi è stata
rilevata una correlazione tra severità della psicopatologia ed incremento del
grado di deviazione sessuale, con punteggi MMPI più elevati (Herkov MJ et al.,
1996).
Studi finalizzati alla dimostrazione di un collegamento tra tipologia
dell’abusatore e modalità di trattamento hanno rivelato maggiore livello di
disforia, stress soggettivo ed inibizione nei violentatori di adulti, rispetto
ai molestatori e violentatori di bambini, nonostante la prognosi sia
influenzata favorevolmente, nel primo gruppo, dal carattere egodistonico della
sintomatologia (Hillbrand M et al., 1990).
In alcuni studi che hanno ricercato le variabili predittrici di esito
del trattamento di abusatori non ospedalizzati, i risultati migliori a lungo
termine sono stati ottenuti dai soggetti con maggiore «abilità nella lettura» e
«stato coniugale» (Shaw T.A. et al., 1995).Vengono presentati i principali
modelli psicopatologici e le più implicazioni per il trattamento degli
aggressori sessuali.
Mostri, «poveri
mostri» e falsi mostri. Violenze sessuali sui minori ed altre violenze. Storie
di ordinari pedofili
V. Volterra
Istituto di Psichiatria, Università di Bologna
Vengono riportate e discusse le storie esemplificative di alcuni
pedofili, o presunti tali, i loro connotati psicologici, psicopatologici e
criminologici, da cui emerge una grande eterogeneità di situazioni tale da
rendere assai complessa l’attribuzione di questa parafilia al campo della
dissocialità, o a quello della patologia mentale, dove può essere espressione
di disturbi psichici di vario tipo, talora anche associati, dei quali ne
connota la traduzione comportamentale.
In particolare vengono sottolineati i precedenti, le dinamiche, gli
agiti (o non agiti) e i rapporti con la vittima di queste persone, che si
pongono su un arco estremamente ampio che va negli estremi dalla gelida
criminalità alla grave e tormentata sofferenza, indice quasi sempre di un
disordine psichico, o di un disturbo di personalità per il quale resta
problematico comunque ogni eventuale trattamento; oppure di una reazione legata
ad un’accusa infamante, ritenuta falsa.
La violenza non è in genere parte del desiderio dei pedofili. Quando
invece ne diventa un elemento costitutivo, la pedofilia si associa al sadismo
sessuale o ad altri disturbi psicopatologici.
Raramente infatti la pedofilia si connette ad atti aggressivi
conclamati, stupro od omicidio. Quest’ultimo è un evento eccezionale, talora
legato al timore che il bambino confessi il rapporto oppure ad un esito
imprevisto dello sfruttamento del suo corpo, oppure può costituire però una
costante ripetitiva in certi «serial killers».
Si sottolineano infine le questioni aperte su questo tema in ambito
medico e psichiatrico-forense, così come i pregiudizi e le disinformazioni che
impediscono l’affrontamento corretto di una questione difficile e delicata.
Il pedofilo:
insight e psicopatologia
E. Aguglia, A. Riolo
U.C.O. Clinica Psichiatrica, Università di Trieste
La pedofilia non costituisce solamente una unità nosografica
psichiatrica in quanto appartiene anche al Codice Penale.
La pedofilia, pertanto si configura come disturbo e come reato, benché
i criteri diagnostici non corrispondono ai criteri di pertinenza giuridica
specie in riferimento ad aspetti quali la responsabilità individuale e
l’imputabilità.
Tuttavia l’osservazione dei casi sembra indicare come il soggetto non
sia consapevole né del disturbo né della dimensione penale del suo agire e
delle conseguenze psico-affettive sulle vittime.
Con questo contributo gli autori intendono esaminare la problematica
dell’insight su una popolazione carceraria in relazione ad aspetti
psicopatologici e sociali
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Cavalieri 2
S77 - I comportamenti violenti in
psichiatria
Moderatori
D. Berardi, S. Vender
Il problema della
violenza in psichiatria: opinioni, esperienze e proposte degli psichiatri
iscritti alla SIP-ER
M. Casoria, F. Russo, D. Berardi
Istituto di Psichiatria «P. Ottonello», Università di Bologna
Introduzione: studi europei ed americani riportano che tra il 3%
(Reid, 1986) e il 48% (Ruben, 1980) degli psichiatri subiscono aggressioni da
parte dei pazienti. In Italia non vi sono valutazioni di tale fenomeno. Abbiamo
condotto un’indagine inviando un questionario ai 481 iscritti alla SIP-ER per
acquisire informazioni sulle aggressioni ai danni degli psichiatri.
Metodologia: il questionario chiedeva di esprimere il grado di
accordo rispetto ad alcune opinioni sulla violenza, indagava la frequenza di
aggressioni degli operatori e chiedeva di indicare le modalità con cui affrontare
tale problema.
Risultati: le risposte sono state 123. Negli ultimi due anni
sono stati aggrediti il 18,7% dei rispondenti e il 69,9% è stato testimone di
un’aggressione ai danni di un operatore. Il 48% degli intervistati ritiene gli
episodi di violenza un problema significativo. Gli psichiatri esprimono
preoccupazione per come i mass-media affrontano il problema ed auspicano
interventi formativi e norme per aumentare la sicurezza degli operatori.
Conclusioni: dalla ricerca emerge la consapevolezza degli
psichiatri e l’apertura ad interventi migliorativi per un’adeguata gestione dei
comportamenti violenti e per ridurre lo stigma che può investire i pazienti
psichiatrici.
Bibliografia
Reid WH, Kang JS. Serious assaults by outpatients or former patients. Am J Psychiatry
1986;40:594-600.
Ruben I, Wolkon G, Yamamoto J. Physical attacks on psychiatric residents by
patients. J Nerv Ment Dis 1980;168:243-245.
Aggressività,
comportamento violento e disturbi psichiatrici: uno studio clinico
longitudinale
M. Amore**, W. Esposito*, C. Tonti*,
D. Berardi*, G. Ferrari*
* Istituto
di Psichiatria, Università di Bologna; ** Istituto di Psichiatria,
Università di Parma
Introduzione: il rapporto tra comportamento violento e disturbi
psichiatrici è controverso; problemi metodologici negli studi effettuati hanno
limitato le conoscenze sull’argomento: criteri disomogenei nella selezione dei
campioni, dati retrospettivi, scarsità di studi clinici controllati e di
valutazioni longitudinali.
Metodologia: nel periodo gennaio 1997-gennaio 1999 sono stati
reclutati, presso il reparto di Diagnosi e Cura della Clinica Psichiatrica «P.
Ottonello» di Bologna, i soggetti che avessero presentato nel mese precedente
comportamenti aggressivi valutati secondo cinque livelli di gravità. È stato
selezionato un gruppo di controllo di soggetti non aggressivi.
La valutazione psicometrica è stata effettuata attraverso la
somministrazione di SCID-IV, SIDP, Brief Psychiatric Rating Scale (BPRS), Questionario
Breve sui Rapporti Sociali, Scala di Barnes per la valutazione dell’acatisia,
Overt Aggression Scale (OAS).
Dopo un mese e dopo un anno dalla dimissione è stata effettuata
un’intervista telefonica di follow-up, strutturata secondo i criteri della
Overt Aggression Scale, allo psichiatra che aveva in cura il paziente.
Risultati: fra i 190 pazienti autori di comportamento aggressivo
prevale la diagnosi di schizofrenia, i punteggi alla BPRS risultano
significativamente più elevati rispetto ai controlli (p < 0,01), in
particolare ai cluster «sindrome allucinatoria paranoide» e
«disorganizzazione»; si correlano con comportamenti aggressivi una condizione
di disoccupazione, assenza di un reddito da lavoro o di una fonte di reddito
alternativa, la condizione di celibe/nubile e l’abuso di sostanze nei pazienti
con disturbo di personalità.
La schizofrenia risulta associata con tutti i livelli di gravità
dell’aggressività, ad eccezione dell’aggressività fisica che comporta lesioni
fisiche minori nella vittima, prevalente nella categoria diagnostica dei
disturbi di personalità.
La violenza pregressa rivolta verso gli oggetti, verbale, fisica con
contatto diretto e con lesioni minori è più frequente negli aggressivi (p <
0,001). La violenza attuale, registrata all’episodio indice, prevale nella
forma verbale ed ha come bersaglio principale i familiari (49.5%) e, in misura
minore, gli operatori psichiatrici (18,4%) e gli estranei (22,1%).
L’aggressività intrareparto prevale nella forma verbale mentre
l’aggressività verso oggetti si registra nel 59% dei casi e verso persone nel
67% dei pazienti. Ogni paziente presenta in media 4,46 episodi di aggressività
verbale, diretti contro gli operatori (psichiatri, infermieri professionali,
ausiliari) nel 70,2% dei casi, contro gli altri pazienti nel 22,8% dei casi e
contro i familiari nel 7% dei casi.
Follow-up: fra i soggetti valutati al follow-up (160 a un mese, 148 a
un anno), i fattori che si associano a comportamenti aggressivi ad un mese
dalla data di dimissione sono: la condizione di disoccupazione (odds ratio = 3, CI 95% 1,3-6,9); l’abuso
di sostanze (odds ratio = 3.7, CI 95%
1,7-8,1), un’età più giovane (p = 0,03), un’età inferiore al primo ricovero (p
= 0,03); quelli ad un anno sono: maggiore durata di malattia (p = 0,008); età
di esordio del disturbo psichiatrico più precoce (p = 0,001); età inferiore al
primo ricovero (p = 0,02).
La forma di aggressività prevalente, in entrambi i follow-up, è quella
verbale.
Rapporto tra aggressività pregressa, intrareparto e ai follow-up:
l’aggressività verso oggetti al follow-up di un mese è correlata sia con quella
verso oggetti riscontrata durante il ricovero (p = 0,019) che con quella nei
trenta giorni precedenti il ricovero (p = 0,002). L’aggressività fisica
intrareparto è correlata in maniera significativa sia con l’aggressività fisica
al follow-up di un anno (p = 0,029) che con quella nei trenta giorni precedenti
il ricovero (p = 0,009). La violenza pregressa risulta inoltre correlata con
tutti i livelli di gravità (verbale, contro oggetti e contro persone) della
violenza espressi ai follow-up.
Conclusione: la diagnosi psichiatrica più frequentemente associata
a comportamento aggressivo è quella di schizofrenia paranoide, più spesso
all’esordio, nelle fasi avanzate della psicosi e, in generale, nei periodi di
acuzie sintomatologica. Tra gli schizofrenici cronici quelli più disorganizzati
e deteriorati o con sindromi cerebrali organiche sono i più aggressivi.
L’aggressività passata costituisce il più importante fattore di rischio.
La tipologia di aggressività tende a ripetersi nel tempo. Inoltre la violenza
pregressa correla in maniera significativa con tutti i livelli di gravità della
violenza espressi ai follow-up.
La precoce ospedalizzazione, l’abuso di sostanze e un’età inferiore al
primo ricovero si associano a comportamenti violenti al follow-up ad un anno.
La precoce ospedalizzazione e un’età inferiore al primo ricovero sono associate
in maniera significativa ad entrambi i follow-up con comportamento aggressivo.
L’abuso di sostanze aumenta il rischio di comportamento violento
soltanto al follow-up di un mese; è quindi possibile che l’aggressività si
correli con l’abuso di sostanze nella fase acuta o subacuta di malattia.
Il comportamento aggressivo violento manifesta quindi un partern
costante nel tempo, anche come tipologia di violenza, e la schizofrenia risulta
la categoria diagnostica più rappresentata nelle valutazioni riguardanti
l’aggressività pregressa ed al follow-up a breve e lungo termine.
Atti aggressivi
in SPDC: uno studio quinquennale
A. Vanni*, P. Zanchi**, L. Peron*, C.
Marangoni*, M. Zucconi*, L. Grassi**
* Servizio
Psichiatrico di Diagnosi e Cura, ASL Ferrara; ** Servizio
Psichiatrico di C-L, Clinica Psichiatrica, Università di Ferrara
Introduzione: il nostro studio raccoglie i dati relativi ai
comportamenti violenti compiuti nel quinquennio 1994-1998 presso il Servizio
Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Ferrara.
Metodi: per ogni evento aggressivo sono stati registrati i dati
socioambientali, la diagnosi del paziente coinvolto ed è stata compilata la
Staff Observation Aggression Scale (SOAS). Tali dati sono stati poi analizzati
con un programma SPSS (Statistical Package for Social Sciences) versione 10.
Risultati: nel quinquennio si sono verificati 329 atti
aggressivi, compiuti da 116 pazienti (maschi 65,5%, femmine 34,5%, età media
34,19), per i quali la diagnosi più rappresentata è stata la schizofrenia
paranoide (55,1%). L’atto, costituito nell’80% dei casi da un colpo inferto con
le mani, è stato contenuto per lo più con un semplice colloquio (25,2%) e nel
41% è stato diretto verso un membro dello staff medico-infermieristico. L’atto,
avvenuto nel 57,8% dei casi nel corridoio del reparto, non è stato scatenato da
una causa individuabile (44,4%) e non ha provocato alcun danno (45,1%).
Discussione: sulla base dei dati emersi, segnaliamo come alcuni
elementi specifici identifichino i pazienti aggressori, divenendo utili ai fini
della prevenzione al momento del ricovero in reparto.
I rapporti tra
schizofrenia e delittuosità violenta
G.B. Traverso*, S. Traverso**, A. Verde***
*
Professore Ordinario di Psicopatologia Forense, Università di Siena; **
Specializzanda in Psichiatria, Università di Siena; *** Professore
Associato di Criminologia, Università di Genova
Contrariamente a quanto emergeva in passato, nella letteratura
psichiatrica e criminologica, circa i rapporti tra sindromi schizofreniche e
comportamento violento (negli anni ’70, ad esempio, la ricerca su base epidemiologica
sembrava dimostrare che i tassi e la distribuzione delle più gravi sindromi
psichiatriche, compresa la schizofrenia, non corrispondevano in alcun modo ai
tassi ed alla distribuzione dei reati violenti, e che l’apparente legame talora
emergente tra malattia di mente e comportamento omicidiario era determinato in
larga misura dalla reazione sociale e dalle procedure giudiziarie di
accertamento della «infermità mentale» in campo forense), più recentemente una
crescente mole di ricerca evidenzia una netta sovrarappresentazione del malato
mentale, e degli schizofrenici in particolare, quali soggetti coinvolti più
probabilmente in reati di tipo violento, specie l’omicidio.
Sulla scorta di tali rilievi, e sulla scia della crescente importanza
della costruzione di tecniche di «risk assessment» e di «risk management» del
delinquente violento malato di mente, il presente lavoro si pone l’obiettivo di
svolgere una valutazione generale ed una rassegna critica della letteratura
internazionale più accreditata in materia al fine di chiarire i nodi centrali
del problema, quali ad esempio la partecipazione dello schizofrenico alla
delittuosità violenta, il ruolo svolto da taluni sintomi psicopatologici
frequentemente presenti nei malati di mente (specie negli schizofrenici), quali
i deliri e le allucinazioni, nelle manifestazioni di acting out violento, i
protocolli più efficaci di valutazione (clinica ed attuariale) della
pericolosità sociale del malato di mente, le modalità più concrete ed adeguate
nella gestione dello stesso, anche in riferimento alla attuale legislazione
penale italiana in materia.
La considerazione e l’analisi di alcuni casi clinici giunti
all’osservazione degli Autori varrà da supporto empirico alle conclusioni.
L’utilizzo della
scheda SOAS nel monitoraggio degli eventi aggressivi tra i pazienti ricoverati
in SPDC
C. Maci, A. Iannitelli, M. Pasquali, A. Spoletini
Ospedale Sandro Pertini di Roma, Dipartimento di Salute Mentale, ASL
RM/B
Nel nostro SPDC i pazienti che hanno presentato un episodio di
aggressività tendono ad avere una degenza media di ricovero più lunga dei
pazienti che non hanno presentato tali comportamenti, rendendo difatti più
difficile l’instaurarsi di una sufficiente compliance terapeutica. Inoltre tali
comportamenti sembrano agire da possibili induttori a ripetizione di
cortocircuiti relazionali forieri di un clima di reparto surriscaldato e
talvolta sovrattivante.
Partendo da queste premesse abbiamo cercato da un lato di non rimuovere
facilmente l’episodio di aggressività, circoscrivendolo ad un naturale episodio
di scompenso psicopatologico, e dall’altro di non amplificarlo con il rischio
sia di una stigmatizzazione impropria del paziente che di una
decontestualizzazione astorica dell’episodio.
A tale scopo abbiamo monitorato tutti quei comportamenti aggressivi che
durante il ricovero di quel paziente gli operatori coinvolti nell’episodio
consideravano tali, utilizzando come strumento di rilevazione la Staff
Observation Aggression Scale (SOAS).
Tale
scala permette di rilevare informazioni sul possibile elemento scatenante, sul
mezzo usato dal paziente aggressore, sul bersaglio del paziente, sulle
conseguenze per la vittima coinvolta e sulla risposta all’atto aggressivo da
parte degli operatori psichiatrici. Inoltre di ogni episodio riportato abbiamo
rilevato alcune informazioni cliniche, tra cui sempre il sesso del paziente, la
sua diagnosi, il tipo di ricovero, il momento del ricovero in cui avviene
l’episodio ed il luogo del reparto.
Qui vogliamo proporre alcune considerazioni sui dati emersi dagli
episodi di aggressività rilevati nel quinquennio 1997‑2001 tra i pazienti
ricoverati nel SPDC del S. Pertini di Roma.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Montemario
S78 - Disturbi alimentari:
evoluzione nel tempo
Moderatori
A. Dotti, C. Loriedo
Gli interventi
integrati psiconutrizionali nell’anoressia nervosa long term
M.G. Gentile
Centro per il Trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare,
Azienda Ospedaliera, Ospedale Niguarda Ca’ Granda, Milano
L’anoressia nervosa rappresenta tra i disturbi del comportamento
alimentare classificati secondo i criteri del DMS IV la forma di più difficile
inquadramento e senz’altro la più complessa da trattare.
Vari autori hanno cercato di interpretare il fenomeno anoressia secondo
chiavi di lettura socioculturali, familiari, cognitivo comportamentali e
neurobiologiche. Gli approcci terapeutici tentati sono molteplici: alcuni di
tipo monospecialistico altri di tipo integrato multidisciplinare ivi compresa
la riabilitazione nutrizionale. Vari autori hanno indicato l’approccio di tipo
cognitivo comportamentale, congiuntamente a quello medico nutrizionale come
quello più efficace per il superamento delle fasi critiche, nelle quali il
rischio biologico è consistente e se non trattato può contribuire in modo
rilevante non solo a determinare una prognosi infausta (l’anoressia nervosa è
la forma di psicopatologia a maggior rischio di morte, circa il 6% dei pazienti
nelle casistiche dei centri più qualificati), ma anche al perpetuare il quadro
clinico. Noi applichiamo da anni per i soggetti affetti da Anoressia nervosa
grave modalità di trattamento psiconutrizionale integrato multidisciplinare.
Gli obiettivi del trattamento nutrizionale sono: ristabilire un peso
accettabile, normalizzare le abitudini alimentari, ristabilire la percezione
della fame e della sazietà, correggere le conseguenze biologiche e psicologiche
della malnutrizione.
Il trattamento di tipo psicosociale che utilizza tra gli altri
l’approccio cognitivo comportamentale, si propone di aiutare il paziente nel
percorso terapeutico: 1) implementare la comprensione e la cooperazione al
programma medico nutrizionale; 2) aiutare nella ristrutturazione cognitiva di
pensieri disfunzionali nel riguardo di comportamenti alimentari; 3) migliorare
le capacità di relazioni interpersonali e sociali affrontare le eventuali
comorbilità psicopatologiche.
I pazienti affetti da forme medio gravi di anoressia nervosa
diagnosticate secondo il DMS IV vengono da noi trattate in regime di ricovero
(in prevalenza Day-Hospital intensivo). Il team integrato multidisciplinare è
composto da medici nutrizionisti clinici, psicoterapeuti, dietisti, infermieri
professionali.
Vengono presentati i dati relativi a 59 pazienti (3 maschi), età media
23 ± 6,6 aa., peso corporeo 38,6 ± 6, IMC 14,7 ± 1,8 trattati negli ultimi 2
anni presso il nostro Centro in regime di ricovero e/o day hospital intensivo.
Dopo un tempo di trattamento di 9,5 ± 6,2 mesi si è ottenuta una
significativa modificazione del quadro psico-nutrizionale, con incremento del
peso medio a 47,6 ± 5 kg e dell’IMC 18,2 ± 1,3. Le terapie attivate sono di
tipo medico-nutrizionale personalizzate a seconda del quadro clinico del
paziente, psicoterapia di gruppo, terapie comportamentali ed occupazionali.
Ai pazienti dopo la fase di trattamento intensivo viene proposto il
proseguo della terapia psicoterapica da attuarsi secondo le modalità più
consone alle singole esigenze.
Studi di esito.
Problemi di metodo
M. Cuzzolaro, R. Castra, T. Persichetti, C. Santomassimo
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età
Evolutiva, Università di Roma «La Sapienza»
Il tema di questo lavoro è la prognosi a lungo termine dell’Anoressia
Nervosa, della Bulimia Nervosa e del Binge Eating Disorder, discussa attraverso
il riesame critico di settanta studi di esito pubblicati negli ultimi
cinquant’anni e con l’aiuto di elementi tratti dalla casistica clinica
personale.
Nella imponente produzione scientifica dedicata ai Disturbi del
Comportamento Alimentare, gli outcome studies (naturalistici e dopo
trattamento) occupano uno spazio relativamente modesto (meno del 5%: dati
Medline relativi agli ultimi 20 anni): troppo poco per l’importanza teorica e
pratica di questi temi. Solo una parte dei lavori, inoltre, soddisfa quei
requisiti di metodo che rendono i dati attendibili e confrontabili.
I risultati segnalati sono dispersi e contraddittori. Il tasso di
guarigioni va dal 10% al 90%. Il confronto e l’interpretazione dei dati deve
tener conto di quattro fattori principali: caratteristiche del campione, durata
del follow-up, metodo di raccolta delle informazioni e criteri di valutazione
dell’esito. In alcuni studi la popolazione in esame è costituita da pazienti
gravissime che si sono rivolte a un centro molto specializzato dopo anni di
insuccessi terapeutici; in altri il campione comprende casi di gravità e durata
di malattia molto minori. Si è d’accordo da tempo (Morgan e Russell, 1975) sul
fatto che gli studi di follow-up devono estendersi per almeno quattro anni al
di là della fine dell’osservazione o del trattamento. La completezza e
l’affidabilità delle informazioni non può essere la stessa quando i dati sono
raccolti attraverso un questionario inviato per posta, un’intervista telefonica
o un lungo colloquio clinico. La guarigione dei sintomi specifici (emaciazione,
amenorrea, crisi bulimiche, vomito autoindotto) non va sempre di pari passo con
il miglioramento delle condizioni mentali complessive, con una soddisfacente
maturazione sessuale e un efficace inserimento nella vita familiare e sociale.
Attualmente si ritiene che uno studio di esito per i Disturbi del
Comportamento Alimentare debba soddisfare i seguenti otto criteri:
I. durata del follow-up ≥ 4 years
II. tasso ridotto di soggetti di cui si perdono le tracce
III. valutazione per intervista diretta
IV. raccolta di informazioni da fonti multiple
V. uso di scale standardizzate
VI. valutazione dei sintomi alimentari
VII. valutazione di altri sintomi psichiatrici
VIII. valutazione del funzionamento psicosociale
Correlazione tra
parametri biologici e psicometrici in soggetti affetti da DCA studiati durante
un trattamento in day-hospital e a sei mesi di follow-up
F. Manara*, P.F. Spano**, A. Manara*,
S. Sigala**, P. Todisco*
* Centro
per i DCA, A.O. Spedali Civili, Brescia, Università di Brescia; **
Istituto di Farmacologia, Università di Brescia
Abbiamo studiato alcuni parametri biologici (BMI, ciclo mestruale,
cortisolo, estradiolo, FSH, LH, insulina, leptina, bendorfine) e il profilo
psicologico e alimentare, questi ultimi attraverso la somministrazione di test
psicometrici (EAT, BITE, BAT, BDI, SCL-90R, EDI-2), in un gruppo di pazienti
affetti da un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) trattati in
day-hospital con un programma multidimensionale. Scopo dello studio è stato
quello di comparare i parametri biologici e psicometrici all’inizio e alla fine
del trattamento, e dopo un follow-up di sei mesi. Il campione era composto da:
1) 23 pazienti affette da Anoressia Nervosa (AN) (16 con ANR, AN sottotipo con
restrizioni; 7 con ANBP, AN sottotipo con abbuffate e/o condotte di
eliminazione) (età media 15,43 ± 2,9 anni); 2) 23 pazienti affette da Bulimia
Nervosa (BN) sottotipo con condotte di eliminazione (età media 20,35 ± 5,1
anni). I soggetti studiati soddisfacevano i criteri diagnostici per i DCA del
DSM-IV (APA, 1994). Del campione iniziale, 6 pazienti (4 AN e 2 BN) hanno
droppato durante il trattamento e 5 (2 AN e 3 BN) non si sono presentate per la
valutazione al follow-up di sei mesi. La correlazione tra l’andamento del Body
Massa Index (BMI) ai tre tempi indagati e i livelli plasmatici di leptina non è
risultata costante. Tuttavia, quando esisteva questa correlazione essa veniva
confermata anche nei livelli di cortisolo. Inoltre, la correlazione tra livelli
plasmatici di leptina e BMI si è dimostrata essere inversamente proporzionale
ai risultati dei test psicometrici ai tre tempi studiati e, in particolare, ai
profili psicometrici alla dimissione. Anche gli altri parametri biologici non
hanno presentato una correlazione significativa con l’andamento clinico
valutato con i test psicometrici. Si può supporre, quindi, che la particolarità
psicosomatica dei DCA metta in gioco fattori non definibili linearmente sul
piano biologico data probabilmente la loro multifattorialità etiopatogenetica.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Ellisse
S79 - Globalizzazione delle
culture, nuove patologie emergenti, nuove terapie
Moderatori
G. Bartocci, N. Lalli
Psichiatria
transculturale: le nuove prospettive
G. Bartocci*, M. Ascoli**
* Università di Torino; **
Università di Roma «La Sapienza»
Attualmente una delle tematiche più importanti, affrontate nell’ambito
della Psichiatria Transculturale (PT), è l’imponente fenomeno dei flussi
migratori, e del loro effetto sulla salute mentale sia delle popolazioni
migranti che di quelle ospitanti. Ma l’immigrazione è solo un aspetto del
complesso problema del rapporto tra multiculturalismo e salute mentale. A
differenza di altre branche della Psichiatria, la PT non limita il proprio
campo d’applicazione ai sistemi rappresentazionali del disturbo psichico
presenti ed elaborati esclusivamente in ambito Occidentale. Essa, infatti,
annovera tra i fenomeni oggetto di studio anche quelle malattie psichiche
percepite e identificate come tali, nell’ambito delle culture cosiddette
primitive, da un sapere medico tradizionale che si è mostrato capace di
evidenziarne le radici eziologiche più profonde e di sviluppare procedure
terapeutiche che possono essere persino in grado di apportare elementi
innovativi al nostro metodo clinico. Oggigiorno la PT è pronta ad affrontare
questa pluralità di realtà culturali. Essa ha infatti spostato la propria
attenzione, tradizionalmente rivolta al confronto cross-culturale delle
sindromi cliniche psichiatriche, all’esame dell’epistemologia psichiatrica
nelle diverse società e, soprattutto, all’identificazione delle influenze dei
nostri paradigmi medici occidentali nelle procedure diagnostiche. Ad esempio, i dati relativi alla
prevalenza delle «pseudo-psicosi brevi reattive», come Lambo le definisce,
dimostrano che questi disturbi nelle culture africane hanno una modalità di
esordio clinico molto più florida e variegata, rispetto agli esordi subdoli e
alle forme croniche riscontrate nelle società occidentali industrializzate e
tecnologicamente avanzate. Stiamo considerando la possibilità che le sindromi
psicopatologiche dell’Occidente stiano evolvendo verso una sintomatologia
«algida», caratterizzata sempre più da un silenzioso distacco dalla realtà del
mondo esterno, come nel caso dell’anoressia nervosa e dei sintomi negativi
delle psicosi. Molti dati ci incoraggiano oggi a superare le cautele con le
quali siamo soliti riferirci alle ovvie influenze della cultura sulla
patoplastica dei disturbi mentali. Occorre infatti prendere in considerazione
l’influenza della cultura stessa come fattore patogenetico. Tali cautele
dovrebbero scomparire di fronte alle più recenti acquisizioni delle
neuroscienze, secondo le quali il contesto culturale può dare luogo a un
meccanismo di «rinforzo epigenetico» che agisce non solo sugli aspetti formali,
ma anche sul network funzionale del cervello. Una speciale attenzione, ad
esempio, è stata recentemente rivolta allo studio funzionale tramite SPECT
degli alterati stati di coscienza (ASC), dei fenomeni di trance e degli stati
di possessione. L’approccio transculturale si dimostra appropriato a verificare
le diverse implicazioni dell’attuale tendenza alla globalizzazione delle
culture (cui spesso ci si riferisce, giustamente, utilizzando l’espressione
«occidentalizzazione delle culture»). Questa tendenza, in ambito psichiatrico,
rischia di condurre alla cristallizzazione dei sistemi tassonomici, e
all’esclusione dei significati dei differenti «idioms of distress», limitando di
molto le nostre possibilità di intervento terapeutico.
Bibliografia
American Psychiatric Association (APA). Position statement on the delineation of
transcultural psychiatry as a special field of study. American Journal of
Psychiatry 1969;126(3):453-455.
Littlewood R. Pathologies of the West: the Social Anthropology of Psychiatric Illness
in Industrialised Societies. Athlone 2001 (in press).
Mezzich JE, Kleinman A, Fabrega H, Parron DL. Culture and Psychiatric Diagnosis: A DSM IV
Perspective. Washington, DC: American Psychiatric Press 1996.
Tseng WS. Handbook
of Cultural Psychiatry. San Diego, California: Academic Press 2001.
Uso della medicina alternativa e
«curanderismo» fra pazienti psichiatrici in Andorra
J. Obiols, J.L. Sagredo, J. Ramos, J. Atala, E. Bosch
Serveis de Salut Mental, Andorra
Introduzione: lo sviluppo della psichiatria non implica la
disparizione di altri tecnici psicologici dell’ambito della folk-medicina.
Troviamo anche una grande accettazione di un gran numero di sistemi medici
inglobati sotto il concetto di medicine parallele. Qui si trovano tradizione
mediche molto antiche, come l’agopuntura, la moxibustione cinese o la medicina
aiurvedica dell’India o discipline più moderne come sono l’omeopatia, la
reflessologia, la medicina energetica e altre.
Spesso, alcuni pazienti commentano che hanno consultato anche altri
agenti di salute in senso ampio. Nel mondo iberico, con il nome «curandero» ci
riferiamo al guaritore: persona con presumibile potere per la diagnosi e il
trattamento di malattie dentro de una concezione pre-scientifica del processo
morboso.
Metodologia: per stabilire la dimensione approssimata di questo
fenomeno, abbiamo costruito un questionario sull’uso de differente pratiche
mediche alternative. Ci sono 17 questioni, alcune aperte, altre chiuse per
indagare sulle caratteristiche dei metodi usati.
Risultati: un gruppo di 200 pazienti psichiatrici che consultano
in un servizio ambulatorio nel Centro di Salute Mentale del Principato di Andorra
hanno risposto il questionario. Quasi il 50% riconoscono di avere consultato
alcun praticante di medicina alternativa.
Conclusioni: per noi, psichiatri, è importante considerare la
grande frequenza di uso di tecniche mediche alternative fra nostri pazienti. Ci
sono delle importanti implicazioni riferenti al «explanatory model» della
malattia e, a volte, interferenze terapeutiche.
Depressione: dal
senso di colpa a quello d’incapacità. Per un approccio diverso alla
comprensione ed alla terapia della «depressione».
N. Lalli
Titolare di clinica psichiatrica e di psicoterapia, Università di Roma
«La Sapienza»
Per il 2020 l’OMS prevede che la depressione costituirà la seconda
causa d’invalidità nel mondo occidentale, subito dopo le malattie cardiovascolari.
Questo dato inevitabilmente comporta una domanda e qualche riflessione.
Come mai dopo decenni di ricerca di sempre nuove e più sofisticate
molecole antidepressive e centinaia di milioni di casi trattati, a quanto
riferito sempre con risultati ottimali, ci troviamo di fronte ad una previsione
opposta a quella che ci saremmo aspettati, ovvero l’aumento progressivo ed
inarrestabile della depressione?
Evidentemente, ed è la prima riflessione, la terapia farmacologica
della depressione non sembra sortire quegli effetti miracolistici propagandati
dalle varie case farmaceutiche. È infatti paradossale che un disturbo per cui
si sarebbero trovati numerosi e validi rimedi anziché diminuire, tende ad
aumentare. Evitando la facile polemica per cui la cura potrebbe essere la causa
del male, è evidente che qualcosa non va nel campo della «depressione».
La voce «depressione» è diventato sempre più, e per motivi affatto
validi, un enorme contenitore che non si riferisce più alla depressione
classica, quella ove nei casi più gravi, il senso di colpa era un elemento
patognomonico. Evidentemente sotto la voce «depressione» si raccolgono numerosi
disturbi accomunati non più dai vissuti tipici della depressione stessa, ma da
un generico vissuto d’incapacità a fare o di sentirsi adeguati alle aspettative
del gruppo.
Forse è questo il nuovo profilo della depressione: ma se è così è
evidente che bisogna ripensare seriamente a varie questioni inerenti tale
patologia, in primo luogo alla terapia.
È evidente che in questa ottica la terapia psicofarmacologica è
fallimentare, mentre si aprono due reali possibilità. La prevenzione primaria,
che significa incidere sui modelli culturali che determinano la depressione, e
la prevenzione secondaria, che vuol dire incidere su quello che ho definito
«carattere depressivo», costituito da bassa autostima, bisogno di dipendenza,
ecc. che costruisce già di per sé una patologia. Ma questa patologia può essere
curata soltanto con la psicoterapia.
Religious
delusions
T. Stompe*, P. Rudaleviciene**, A. Grzyzwa***,
H. Karakula***, H.R. Chaudhry****
*
University Clinic of Psychiatry Vienna, Austria; ** University
Clinic of Psychiatry Vilnius, Lithuania; *** University Clinic of
Psychiatry Lublin, Poland; **** University Clinic of Psychiatry Lahore,
Pakistan
Objective: the aim of this co-operative study between Austria,
Lithuania, Poland and Pakistan was the assessment of transcultural and
psychopathological aspects of religious delusions in schizophrenia (DSM-IV:
295).
Methods: more than 100 patients from each country were
interviewed by means of SADS-L and a questionnaire (FPS) developed for the
detailed documentation of delusions, Schneider’s first rank symptoms and
hallucinations. The contents of religious delusions were categorized according
to their content modules and listed in detail. The distribution of
hallucinations and Schneider’s first rank symptoms between profane and
religious contents were compared by means of multivariate statistics.
Results: the European patients showed significantly more
religious contents compared to the Pakistanis. Especially delusional hierofane
grandiosity and guilt were hardly to find in the Islamic country. There is an
association between religious delusions and visual hallucinations, delusional
misidentifications, thought insertion, made actions or confabulations.
Conclusion: schizophrenic patients in functionally differentiated
cultures express religious delusions more frequently during psychoses than
their counterparts in hierarchical stratified societies. Religious contents are
linked to a pattern of psychotic symptoms show certain similarities to ecstatic
religious experiences.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Cavalieri 3
S80 - Modelli di funzionamento
mentale nella schizofrenia
Moderatori
S. Scarone, F. Barale
Theory of Mind
and Self-Perspective in Schizophrenia
K. Vogeley* **, A. Bergmann**, P. Falkai**
*
Institute of Medicine, Research Center Juelich; ** Department of
Psychiatry, University of Bonn, Germany
The human self construct comprises essential constituents such as the
experiences of ownership, body-centered spatial perspectivity, and long term
unity of beliefs and attitudes. Based on a naturalistic approach, these
features are postulated to be neurobiologically instantiated as episodically
active, complex, neural activation patterns in the human brain. In particular,
the heteromodal association cortices is assumed to enable the integration of
environmental data and internal milieu data into a coherent model system that
in turn allows adequate orientation and behaviour in the world. Given adequate
operationalizations of partial features of the self construct, these functions
can be mapped to the brain. In the presented study, a shift of perspectives, namely
between first person perspective (1PP) and third person perspective (3PP), was
operationalized on the basis of a classical theory of mind paradigm, that was
extended to include 1PP material. In classical theory of mind paradigms, a
mental state has to be ascribed to someone else. In our study, short stories
were presented visually, subsequent questions required ascriptions of mental
states, either to someone else (3PP) or to the test person him/herself (1PP).
In healthy volunteers, functional MRI data confirmed activation in the anterior
cingulate region during 3PP, as demonstrated by others (e.g. Fletcher et al.,
Cognition 57, 109-128, 1995). During 1PP an additional activation was found in
the temporoparietal region on the right side (Vogeley et al., Neuroimage 14,
170-181, 2001). Using this story collection in a study with patients suffering
from schizophrenia, a marked behavioural deficit in taking the 3PP was found.
There were no marked differences in taking the 1PP in schizophrenic patients as
assessed by the use of first person pronouns in the overt answer. Functional
MRI data revealed a disturbed activation of heteromodal association cortices in
schizophrenic patients with a predominant activation in the right dorsolateral
prefrontal region during 3PP taking and in the right temporal lobe during 1PP
taking. These data demonstrate that the normal capacity of shifting between 1PP
and 3PP is at least partially disrupted in schizophrenia, which deficit is
reflected in a disturbed activation of the heteromodal association cortices.
This disturbance in the communication between different heteromodal association
cortices might play an important role in the pathophysiology of schizophrenia,
at least with regard to perspective taking and social communication.
Dai neuroni
mirror al sistema multiplo di condivisione: le basi neurali
dell’intersoggettività
V.
Gallese
Istituto di Fisiologia Umana, Università di Parma
In che modo siamo in grado di «leggere» i contenuti mentali che
riteniamo essere alla base delle azioni di cui siamo spettatori? Lo scopo
principale delle mie tesi sarà di dimostrare come la capacità di comprendere
gli altri in quanto agenti intenzionali, lungi dal dipendere esclusivamente da
competenze mentalistico-linguistiche, sia fortemente dipendente dalla natura
relazionale dell’azione. L’azione è relazionale in quanto mette in relazione
l’agente dell’azione con chi lo osserva. Questo approccio al tema
dell’intersoggettività, fondato sui risultati empirici della ricerca
neuroscientifica, sarà discusso e messo in relazione con un tema classico della
fenomenologia: l’empatia. Cercherò di fornire una definizione più ampia del
concetto classico di empatia, introducendo un nuovo strumento concettuale: il
sistema multiplo di condivisione. Nel corso di una serie di esperimenti di
registrazione di singoli neuroni abbiamo scoperto che in un settore della
corteccia premotoria di scimmia denominato area F5 vi sono neuroni attivati sia
durante l’esecuzione attiva da parte della scimmia di azioni di afferramento o
manipolazione di oggetti, che durante l’osservazione di azioni analoghe
eseguite da un altro agente. Abbiamo denominato questi neuroni «mirror»
(specchio) per porre l’accento sulla duplice valenza esecutiva/osservativa
della loro risposta. Una serie di differenti evidenze sperimentali suggerisce
come anche la nostra specie disponga di un «sistema mirror» simile a quello
originariamente scoperto e descritto nella scimmia. Ogni volta che osserviamo
qualcuno eseguire un’azione, oltre all’attivazione delle aree visive, si ha una
concomitante attivazione di circuiti corticali motori che sono normalmente
attivi durante l’esecuzione di quelle stesse azioni. In altri termini,
l’osservazione di un’azione implica la simulazione della stessa. Il
fatto che il sistema motorio si attivi non solo durante l’esecuzione, ma anche
durante l’osservazione delle azioni suggerisce che possa esistere una relazione
tra controllo e rappresentazione dell’azione, tale relazione derivando dalla
necessità degli organismi viventi di costruire dei modelli di sé. Quando
pianifichiamo una particolare azione siamo anche generalmente in grado di
predirne le conseguenze. Attraverso un processo di «equivalenza motoria»
possiamo utilizzare queste informazioni per predire il comportamento degli altri.
Questo processo implicito, automatico, ed inconscio di simulazione motoria
consente all’osservatore di utilizzare le proprie risorse per penetrare nel
mondo dell’altro senza la pregiudiziale necessità di formulare teorie su di
esso, senza il bisogno di fare ricorso necessariamente ad atteggiamenti
proposizionali. L’azione tuttavia non è sicuramente l’unico mezzo di cui
disponiamo per emfatizzare con gli altri. Ogni relazione interpersonale
significante implica, infatti, la condivisione di una molteplicità di stati: le
emozioni, il nostro essere soggetti al dolore così come alle altre sensazioni
somatiche. A questo punto abbiamo bisogno di un nuovo strumento concettuale che
possa rendere conto della ricchezza e della molteplicità delle esperienze che condividiamo
ogni volta che ci mettiamo in relazione con gli altri. Propongo di definire
questo nuovo strumento concettuale come il Sistema Multiplo di Condivisione
dell’Intersoggetività. La mia ipotesi è che i neuroni mirror – o neuroni
equivalenti nell’uomo – costituiscano un elemento importante di questo sistema
per la creazione di relazioni empatiche tra i diversi individui. Evidenze
preliminari suggeriscono che le stesse strutture nervose coinvolte nell’analisi
delle nostre emozioni e sensazioni si attivano anche quando le stesse sono
esperite negli altri. Sembra quindi che una varietà di differenti sistemi
«mirror» siano presenti nel nostro cervello. Questa architettura, descritta a
livello sub-personale, ed in origine scoperta e descritta in relazione alle
azioni, potrebbe costituire un’organizzazione di base del nostro cervello
sociale.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Verde
S81 - Psicoterapie brevi: quanto
brevi?
Moderatori
L. Pavan, F. Petrella
Efficacia della
psicoterapia di gruppo a tempo limitato: dati e problemi
A. Costantini*, M. Sparvoli*, E. Podrasky*,
A. Picardi***, A. Balbi*, C. Pontalti**
*
Direzione Dipartimento Salute Mentale ASL Roma D; ** Cattedra di
Psicoterapia, Istituto di Psicologia e Psichiatria Università Cattolica, Roma; ***
Dipartimento di Epidemiologia e Psicologia Clinica, IDI IRCCS, Roma
Introduzione: i decreti legislativi di riordino del Sistema
Sanitario Nazionale ed i conseguenti Progetti Obiettivo hanno orientato le
Direzioni strategiche dei Dipartimenti di Salute Mentale verso la ricerca di
modelli efficaci di terapia, in grado di rispondere alle crescenti esigenze di
contenimento dei costi e di gestione più razionale delle risorse professionali.
Da una revisione della letteratura internazionale le psicoterapia di gruppo
brevi (PGB) e a tempo limitato (PGTL) risultano tra i modelli che coniugano al
meglio economicità ed efficacia, sebbene limitatamente a particolari patologie
e ad obiettivi focalizzati. La letteratura sulle psicoterapie di gruppo a tempo
limitato (PGTL), di più lunga durata, per pazienti con Disturbi gravi della
personalità è ancora in fase iniziale di sperimentazione, tuttavia i risultati
disponibili sono promettenti. Scopo del nostro lavoro è stato quello di
valutare in uno studio clinico controllato l’efficacia di una PGTL condotta
secondo il modello della gruppo analisi, della durata di 50 sedute a cadenza
quindicinale da effettuarsi in un arco di tempo di due anni, su un campione di
pazienti con Disturbi della Personalità in comorbidità di Asse I.
Metodologia: un gruppo di 12 pazienti in psicoterapia di gruppo
senza limite di tempo (PGSL) è stato confrontato con un gruppo di 12 pazienti
in PGTL. Entrambi i gruppi sono stati condotti dalla stessa coppia di terapeuti
esperti (A.C. e M.S.). Ai pazienti è stata somministrata una batteria di
strumenti di valutazione: Scheda sociodemografica, Scala della Mentalità
Psicologica, MMPI, Questionario sulle Aree di Focus, Valutazione Globale di
Funzionamento, Clinical Global Impression, Questionario sulla soddisfazione per
il trattamento, Questionario sul Clima di Gruppo. Sono stati inoltre valutati
dose e tempo di terapia, tasso di frequenza e eventuali drop out.
Risultati: i confronti intragruppo hanno evidenziato
miglioramenti statisticamente significativi in entrambi i trattamenti (test di
Wilcoxon) per le seguenti misure: VGF, CGI, Mentalità Psicologica. Il gruppo in
PGSL ha mostrato miglioramenti nelle scale F, D, HS, SC del MMPI. Il gruppo in
PGTL nelle scale D, Pt, Hs, Hy, Pd, Sc. Il confronto tra gruppi effettuato
mediante analisi della covarianza non ha rilevato differenze significative tra
i trattamenti. La dose media di terapia è stata di 144,5 sedute nella PGSL
verso 37,9 sedute nella PGTL. La durata media è stata di 52 mesi nella PGSL
verso 23.8 nella PGTL. Il tasso medio di frequenza è stato del 72% nella PGSL
verso 82,1% e il tasso di drop out della 0% verso il 16,7% nella PGTL.
Conclusioni: i dati di questo studio preliminare suggeriscono come
la PGTL, relativamente al modello utilizzato, possa costituire una valida
alternativa alla PGSL nel trattamento di pazienti con gravi Disturbi di
personalità che storicamente e per definizione sono stati considerati adatti
solo per terapie a lungo termine. Pazienti con bassa capacità di mentalizzazione,
una motivazione prevalentemente centrata sulla risoluzione dei sintomi e che
vivono con tensione e disagio elevato le fasi iniziali di gruppo sono a
maggiore rischio di drop out nella PGTL a prescindere dalla gravità
psicopatologica. Pazienti con Disturbo Borderline di Personalità, con
precedenti storie di drop out non reggono la continuità della terapia ma
restano nella rete gruppale effettuando le 50 sedute in un arco più ampio di
tempo (36 mesi), con risultati positivi.
Bibliografia
Costantini A. Terapia di gruppo a tempo limitato. McGraw-Hill, Milano 2000.
I trattamenti
cognitivo comportamentali della fase residua dei disturbi affettivi
G.A. Fava, S. Fabbri, E. Tossani, L. Mangelli, C. Ruini, G. Bartolucci,
S. Conti, C. Rafanelli, S. Grandi
Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna
Nell’ultimo decennio sono state sviluppate dal nostro gruppo di ricerca
una serie di strategie cognitivo-comportamentali indirizzate alla fase residua
dei disturbi affettivi. In due studi controllati, 10 sedute di psicoterapia
cognitiva-comportamentale della durata di 30 minuti, focalizzata sulla
sintomatologia residua dei disturbi depressivi, sono state in grado di ridurre
significativamente l’incidenza delle successive ricadute. Un’altra forma di
psicoterapia breve (la Well-being Therapy, WBT), finalizzata al miglioramento
delle dimensioni del benessere psicologico, che si articola in 8 sedute, si è
rivelata efficace in studi controllati nei disturbi affettivi. Entrambe le
strategie si propongono di migliorare la qualità della remissione clinica nei
disturbi affettivi, una volta che la sintomatologia acuta abbia risposto ad
altre strategie terapeutiche. Questo permette di abbreviare sostanzialmente la
durata dell’approccio psicoterapico rispetto all’uso della psicoterapia nella
fase acuta dei disturbi affettivi.
Psicoterapia
cognitivo‑comportamentale
C.E. Ramacciotti, E. Coli, G. Griesi, A. Di Sotto, R. Paoli, G.
Gabbriellini, L. Dell’Osso
Dipartimento di Psichiatria, Farmacologia, Neurobiologia e Biotecnologie,
DPFNB, Università di Pisa
La Bulimia Nervosa (BN) costituisce una causa importante di morbidità
nella popolazione femminile, in particolare in giovane età. Le evidenze
disponibili in letteratura suggeriscono che questo disturbo tende ad avere un
decorso cronico, in particolare, in assenza di terapia adeguata. Gli studi
sinora effettuati indicano nella BN che la terapia cognitivo-comportamentale
(CBT), individuale o di gruppo costituisce il trattamento di elezione, rispetto
ad altri approcci come la psicoterapia interpersonale, familiare o ad
orientamento psicodinamico. Studi recenti hanno evidenziato come l’associazione
CBT‑terapia farmacologica abbia un effetto additivo. Gli antidepressivi,
in particolare i serotoninergici sembrano infatti produrre, almeno nel breve
termine una riduzione della frequenza delle abbuffate e del vomito autointotto
e della psicopatologia associata, senza tuttavia modificare il partern
cognitivo.
Viene descritto nel dettaglio il programma cognitivo-comportamentale messo
a punto da Fairburn, che per la sua elevata standardizzazione costituisce un
modello di riferimento, che lo rende applicabile anche in studi controllati,
con riferimento all’esperienza clinica personale.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala San Pietro
S82 - Aspetti non cognitivi delle
demenze
Moderatori
V. Rapisarda, M. Trabucchi
Clinical
Correlates, Course, and Treatment of Vascular Dementia Associated with
Depression
R.G. Robinson
The University of Iowa College of Medicine
Cognitive
impairment is probably the most frequent behavioral consequence of stroke.
Among 276 patients who were examined following acute stroke (exclusionary
criteria included only patients with significant comprehension deficits), 133
patients (48%) showed significant cognitive impairment as measured by a
mini-mental examination (MMSE) score of 23 or less. When the patients, however,
were divided based on the existence of depression, 39 of 56 (70%) with major
depression were cognitively impaired compared with 94 of 219 non-depressed or
minor depressed patients (p = .0017). Furthermore, when the effect of lesion
hemisphere was examined, a two - way ANOVA of MMSE scores (factor 1 lesion
hemisphere, factor 2 presence or absence of major depression). depressive
diagnosis and side of injury were significant factors (p=.001). Patients with
left hemisphere lesions and major depression were significantly more
cognitively impaired than patients with minor or no depression and lesions of
the right or left hemisphere (p = .001). Detailed neuropsychological testing in
another group of patients with major depression or no depression with right or
left hemisphere lesions demonstrated that patients with major depression and
left hemisphere lesions were significantly more impaired than comparable
patients who were non depressed in orientation, language, visual construction,
executive motor, and frontal lobe functions (p < .05). This suggests that
major depression following left hemisphere stroke is associated with a dementia
syndrome which cannot be fully attributed to the lesion itself.
Longitudinal examination of patients with major depression and left
hemisphere lesions demonstrated a significantly greater degree of cognitive
impairment as measured by the MMSE for 12 months following the acute stroke but
no significant effect of major depression or lesion hemisphere at 24 months
following stroke. This suggests that patients with major depression following
left hemisphere stroke have a dementia of depresion which lasts for 1 year
following stroke but is no longer demonstrable at 2 years post stroke.
The effect of treatment of depression with nortriptyline on cognitive
impairment was assessed by comparing patients who responded to treatment with
those who failed to respond to treatment. This meta analysis combined patients
from three double blind treatment trials which we have conducted in post-stroke
patients. Findings demonstrated that 23 patients who responded to treatment
improved their Mini-Mental scores from 24.2 ± 5.3 to 27.8 ± 4.2 compared to 24
patients who did not respond whose Mini-Mental scores went from 23.8 ± 5.6 to
24.1 ± 6.5 (repeated measures ANOVA, F3, 126 = 4.98, p = .0027).
In conclusion, cognitive impairment is very common following stroke but
is influenced by the existence of depression. Major depression following a left
hemisphere stroke produces a greater degree of cognitive impairment than
comparable lesions without depression. The cognitive impairment of patients
with depression, however, can be improved by successful treatment of the
post-stroke depression.
Gli antipsicotici
atipici nel trattamento dei BPSD. Valutazione clinico-psicopatologica e sulla
qualità di vita dei pazienti e dei familiari
A. Petralia, C. De Pasquale, V. Rapisarda
Clinica Psichiatrica, Università di Catania
Introduzione: i BPSD (Behavioural Abnormalities and Psychotics
Symptoms) rappresentano un quadro clinico di difficile gestione sia per i
medici che soprattutto per i familiari. È indubbio, inoltre che vi sono delle
ricadute negative anche sul piano dell’economia sanitaria per le frequenti
ospedalizzazioni a cui si fa ricorso per «alleggerire» le famiglie dal peso
della gestione di questi pazienti
Metodologia: partendo da questi dati epidemiologico-clinici
abbiamo voluto indagare l’efficacia degli antipsicotici «atipici» ed in
particolare del Risperidone e della Olanzapina, rispettivamente al dosaggio
compreso tra 0,5-1 mg/die e tra 2,5-5 mg/die nel controllo dei disturbi non
cognitivi di soggetti affetti da demenza tipo Alzheimer e Vascolare. È stato in
questo senso arruolato un campione di 40 pazienti di cui 20 affetti da demenza
tipo Alzheimer e 20 da demenza vascolare di età compresa tra i 62 e gli 84
anni. Il deterioramento cognitivo è stato valutato con la ADAS Cog., i BPSD
sono stati quantificati con la UCLA NPI di Cummings. È stata infine, valutata
l’insorgenza degli effetti collaterali di tipo extrapiramidale con la ESRS di
Chouinard e Ross-Chouinard, il quadro metabolico lipidico e glicemico, e la
qualità della vita dei familiari con la WHOQOL breve. Le valutazioni sono state
effettuate all’inizio (T0) e dopo 4 settimane (T1). È stato evitato il
trattamento concomitante con altri neurolettici antidepressivi e stabilizzanti
dell’umore.
Risultati: i risultati preliminari indicano una buona efficacia
di entrambi i trattamenti nel controllo dei BPSD e soprattutto dell’agitazione,
della disinibizione e dell’irritabilità. Diverso, tuttavia, appare, sia
l’impatto per ciò che riguarda l’insorgenza di effetti collaterali di tipo
extrapiramidale, che sul piano del profilo metabolico e cognitivo. Interessanti
dati, infine, sembrano profilarsi dall’esame preliminare del livello di qualità
di vita dei familiari e quindi del loro livello di stress prima e dopo la
terapia effettuata.
Conclusioni: in questo studio, oltre ad una complessiva conferma
dell’efficacia del Risperidone e della Olanzapina, nel trattamento dei BPSD,
emerge la necessità di precisare in modo dettagliato ed attento gli ambiti di
utilizzazione dei due farmaci. Particolarmente interessante ci sembra la
dimostrazione che la qualità di vita dei familiari dei dementi sia di tipo
Alzheimer che soprattutto Vascolari sia nettamente migliorata. Ciò, a nostro
avviso, è particolarmente importante in quanto esiste in letteratura la chiara
dimostrazione che la stessa qualità di vita dei pazienti dementi ha una
correlazione con il livello quantitativo e soprattutto qualitativo di sostegno
ricevuto dai familiari.
La riabilitazione
delle demenze: approccio interprofessionale
A. Cantagallo
Modulo di Neuropsicologia Riabilitativa, Azienda Ospedaliera
Universitaria, Ferrara
La riabilitazione medica e sociale ha l’obiettivo primario di portare
il soggetto disabile al maggior livello di indipendenza nel suo ambiente
familiare, sociale e lavorativo, attraverso il massimo recupero possibile delle
funzioni compromesse. L’autonomia viene raggiunta nelle attività di vita
quotidiana primarie e secondarie: le prime comprendono le attività di cura
della persona, gli spostamenti e la comunicazione; le attività di vita
quotidiana secondarie, anche definite «strumentali», necessitano
dell’interazione diretta e continua di funzioni cognitive, comportamentali,
sensoriali e motorie, nel contesto familiare e sociale: attività di utilizzo di
strumenti anche complessi (elettronici, automobile), attività di entrata del
denaro (lavorative), attività di gestione del denaro (banca, acquisti).
La riabilitazione opera in team interprofessionale attraverso vari tipi
di interventi:
Valutativi
– Menomazione neuropsicologica: protocolli standardizzati per funzioni
attentive, funzioni mnesiche, funzioni esecutive, funzioni linguistiche.
– Menomazione sensoriale: vista, udito, tatto.
– Menomazione motoria: forza, coordinazione.
– Disabilità globale: FIM (Functional Indipendence Measure), FAM
(Functional Assessment Measure).
– Partecipazione sociale: CIQ (Community Integration Questionnaire).
– Soddisfazione e qualità di vita: questionario dei pazienti/familiari.
Questo ultimo punto è di fondamentale importanza secondo quello che
riporta la definizione dell’OMS (1994): «percezione che gli individui hanno
della loro posizione nella vita, nel contesto della cultura e del sistema di
valori nel quale vivono, e in relazione ai loro obiettivi, alle loro
aspettative ai loro standard e alle loro preoccupazioni» (The World Health
Organization Quality of Life Group).
Terapeutici
– Diretti sulla menomazione (recupero intrinseco della funzione lesa).
– Volti all’autonomia (recupero adattativo attraverso l’utilizzo di
strategie di compenso).
Educativo-informativi (molto importanti nelle demenze).
– Rivolti al paziente e alla famiglia, nella gestione delle attività di
vita quotidiana primarie e secondarie.
– Rivolti all’ambiente sociale del paziente: nella gestione delle
attività di vita quotidiana secondarie nell’ambiente di lavoro, e/o di tempo
libero.
Il lavoro valutativo e terapeutico con il paziente e la famiglia
avviene in due modalità:
– individuale: per interventi specifici
– di gruppo: per interventi globali, e per facilitare la comunicazione,
i rapporti interpersonali, la consapevolezza delle proprie disabilità.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Malta
S83 - Tumori e malattie
psicosomatiche: quale rapporto?
Moderatori
M. Biondi, G. Pierri
Dimensioni
cliniche di morbilità psicosociale in oncologia ed esiti: dalla diagnosi agli
interventi
L. Grassi*, M.E. Gatti*, E.
Rossi*, L. Travado**, F. Gil***,
R. Campos****, K. Magnani*, G.
Tralli*
* Servizio
di Psichiatria di Consultazione e Psiconcologia, Clinica Psichiatrica,
Università di Ferrara; ** Equipa de Psicoterapia, Hospital S. José,
Lisboa; *** Servicio de Psiconcologia, Institut Català d’Oncologia,
Barcelona; **** Servicio de Psicosomatica, Universidad de Zaragoza
La necessità di verificare la reale incidenza e
prevalenza di disturbi a livello psicosociale nei pazienti affetti da cancro ha
portato a sviluppare sistemi diagnostici che risultino più attinenti alle
dimensioni cliniche presentate dal paziente che alle categorie psichiatriche
diagnostiche, non sempre applicabili in psichiatria di consultazione. Ciò sia
per una comprensione più analitica delle conseguenze della morbilità
psicosociale in oncologia sia per una definizione più precisa degli interventi.
Al fine di comprendere meglio questi aspetti è stato condotto un primo
studio in Italia su 107 pazienti con diagnosi di cancro entro un anno,
applicando la SCID (DSM-IV) e la Structural Interview for the Diagnostic
Criteria For Psychosomatic Research (DCPR). Il 76,7% dei pazienti (n = 82) ha
ricevuto almeno una diagnosi DCPR (in particolare Ansia per la Salute,
Demoralizzazione, Alexithymia), mentre 58 (54,2%) hanno ricevuto una diagnosi
DSM (in particolare D. dell’Adattamento e D. dell’Umore). Nel campione, il 35%
dei pazienti che risultavano «negativi» al DSM-IV ha presentato almeno una
diagnosi DCPR, il cui numero è risultato da 1 a 3 volte maggiore rispetto al
numero delle diagnosi DSM-IV. Tali dati indicano la necessità di un’attenzione
clinica al disagio psicosociale dei pazienti con cancro, che vada oltre
l’applicazione di strumenti di impiego psichiatrico. In uno studio
cross-culturale, coinvolgente tre centri Europei condotto dal South European
Psycho-Oncology Group Study (SEPOG-Study), condotto su oltre 180 pazienti
ambulatoriali affetti da cancro tra i 6 e i 18 mesi e con buon livello di
performance, il livello delle preoccupazioni di ordine emozionale e relazionale
(Worries-Concerns Inventory) si è posto come elemento centrale nel predire
stili disadattivi alla malattia, in particolare «hoplessness» e «anxious
preoccupation» (Mini-Mental Adjustment to Cancer Scale). Tali elementi si sono
inoltre correlati ad una riduzione significativa della qualità della vita dei
pazienti. Un dato interessante, relativo all’area psicosomatica, è dato dalle
ripetute segnalazioni della letteratura che tali clusters si correlano ad un
maggior tasso di recidiva di malattia e ad una riduzione della sopravvivenza,
indipendentemente da fattori di rodine medico-biologico.
I risultati emersi portano ad alcune conclusioni significative: 1)
esiste un’area scarsamente indagata relativa alla reazione emozionale alla
malattia neoplastica che merita di essere valutata di routine all’interno dei
contesti assistenziali; 2) che tale morbilità presenta un significato
importante in senso clinico, meritando un’attenzione sovrapponibile a quella
delle diagnosi psichiatriche tradizionali, per quanto riguarda
l’implementazione di interventi terapeutici; 3) che la definizione di una
bilancia psicosomatica e l’esistenza di una relazione tra variabili
psicosociali e prognosi si lega maggiormente a quest’area della comorbilità
psicosociale che alla psicopatologia franca in senso classico.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Oro
S84 - Psicoterapie cognitive nei
sintomi psicotici
Moderatori
M.
Reda, M. Zappella
Psicoterapia
cognitiva del delirio
R. Lorenzini
Associazione di Psicologia Cognitiva, Roma
Il delirio è descritto come derivabile dall’esperienza soggettiva e motivato
dal tentativo del soggetto di mantenere un significato e della predittività sul
suo mondo di fronte ad una grave invalidazione del modo di costruire se stesso.
Poiché tale modalità è priva di alternative il soggetto si rifugia in un
forzata assimilazione di tutti i dati percettivi ed in una difesa con ipotesi
ad hoc del nucleo metafisico delirante. La terapia prospettata che si iscrive
in un più ampio intervento farmacologico, psicoeducazionale, riabilitativo e
sociale prevede un percorso variabile tra le 16 e le 25 sedute (quattro/sei
mesi) e consiste in tre principali direttrici:
1) La creazione della relazione terapeutica con l’accoglimento della
sofferenza.
2) La ricerca dell’evento scatenante che avrebbe richiesto un
accomodamento degli schemi cognitivi che invece è stato impossibile per la
povertà di alternative degli stessi. L’articolazione delle polarità sommerse
dei costrutti centrali del sé (la costruzione dell’ombra).
Lo sviluppo della metacognizione attraverso la definizione delle proprie
intenzioni, desideri, progetti e timori come modulatori del proprio
comportamento e l’osservazione negli altri della differenza tra intenzioni e
comportamenti.
3) La critica al delirio attraverso la costruzione di alternative, la
ricerca di prove contrarie e l’esecuzione di home-work di falsificazione delle
credenze deliranti.
Sono presentati i risultati iniziali dell’applicazione di tale modello
su pazienti di un DSM
La psicoterapia
cognitiva post-razionalista nei disturbi psicotici
G. Cutolo, C. Cheli, G. Mannino, G. Maxia, P. Parise, M. Scipioni, G.
Virgilio
IPRA (Istituto di Psicologia e Psicoterapia Cognitiva
Post-razionalista, Roma)
L’intervento psicoterapeutico con i pazienti psicotici secondo il
modello cognitivo post-razionalista sottolinea da una parte l’importanza di una
attenzione alla fenomenologia dell’accadere psicotico, inteso come
ricostruzione puntuale dell’esperienza soggettiva e del modo con cui il
soggetto si riferisce tale esperienza; dall’altra l’imprescindibilità di un
modello epistemologico «esplicativo» dei sintomi psicotici, che dal punto di
vista del soggetto vengono intesi come una modalità di organizzazione di
esperienza e di conoscenza cui egli può andare incontro, in forma più o meno
stabilizzata.
La modalità di organizzazione psicotica si situa in un «continuum» con
l’organizzazione di conoscenza normale e quella nevrotica, ed è caratterizzata,
rispetto a queste, da una difficoltà di integrazione dell’esperienza soggettiva
in settori di vita ed in momenti del ciclo vitale critici.
Da queste premesse consegue che l’intervento psicoterapeutico non mira
all’eliminazione o al controllo dei sintomi mediante tecniche «razionaliste» di
tipo persuasivo, ma alla ricostruzione narrativa dell’esperienza del soggetto,
eseguita con lui in un contesto di affidamento e di comprensione, al fine di
far emergere capacità più flessibili ed articolate di integrazione
dell’esperienza in corso.
Gli autori, che lavorano tutti in settori di intervento clinico sulla
psicosi, ma in luoghi e contesti diversi, espongono i dati relativi ad una la
popolazione di soggetti trattati con gli strumenti derivati da questo modello,
attraverso una griglia in cui questi sono stati sistematizzati per diagnosi,
durata e caratteristiche dell’intervento, esiti clinici e sociali.
Vengono descritte alcune modalità psicoterapeutiche «generali», che
servono a costruire un setting emotivo di collaborazione (costruzione della
«base sicura», contrattazione, ecc.) ed altre più specifiche come la
«contestualizzazione» dell’esperienza, la sequenzializzazione e la
ricostruzione delle modalità narrative del soggetto.
Intervento AERC
su regressioni autistiche
M. Zappella
Azienda Ospedaliera Senese, Reparto di Neuropsichiatria Infantile
Introduzione: il termine psicosi infantili, oggi sostituito in
larga misura da quello di Disturbi Pervasivi dello Sviluppo, può, entro certi
limiti, essere applicato a bambini con regressione autistica, che si manifesta
nel corso del secondo o all’inizio del terzo anno di vita, i quali attraversano
spesso in questo periodo della loro vita un’esperienza di grave evitamento
delle persone e della realtà.
Fra i bambini che presentano una regressione autistica è stata
recentemente individuata la Sindrome Dismaturativa con tic complessi familiari,
un disturbo che, curato adeguatamente consente una completa scomparsa del
disturbo autistico e un recupero di abilità normali o vicine alla norma, spesso
con un esito finale in un quadro di disturbo da deficit di attenzione con iperattività.
Metodologia: vengono descritti dodici bambini, maschi, affetti da
questa sindrome. Dopo una normale gravidanza e parto, e uno sviluppo del tutto
normale nel primo anno di vita, questi bambini nel corso del secondo anno hanno
presentato una grave regressione accompagnata da tic complessi motori e tic
vocali semplici, dalla perdita di varie abilità e dalla comparsa di un
comportamento autistico. Fatta eccezione per una frequente disprassia
oro-manuale, l’esame neurologico era normale e tali erano vari esami di
laboratorio(EEG, metabolismo, cariotipo, RMN). In nove soggetti (75%) uno o
entrambi i genitori presentavano dei tic complessi e in cinque padri c’era un
quadro DDAI. L’intervento terapeutico, iniziato quando i bambini avevano un’età
compresa tra 2 anni 6 mesi e 5 anni 3 mesi (M 3 anni 6 mesi), è stato affidato
ai genitori ed ha avuto queste caratteristiche: 1) sollecitare un frequente
rapporto corporeo faccia a faccia, festoso, con stimolazioni di vario genere
che portassero il bambino a ridere e a divertirsi sul modello di quanto avviene
nella interazione tra adulto e bambino normale tra sei mesi e un anno; 2)
guidarlo a correre e in altri giochi di movimento; 3) successivamente, una
volta ottenuto uno stato motivazionale favorevole il bambino veniva guidato a
recuperare le abilità carenti nei vari settori cognitivi e di autonomia. Col
crescere delle sue abilità e con la comparsa del gioco simbolico, quest’ultimo
veniva favorito con un gioco di pupazzi in coppia tra adulto e bambino: al temo
stesso i suoi interessi e desideri venivano favoriti e sviluppati. Indicazioni
relative al comportamento iperattivo e all’instabilità attentiva erano anche
parte del metodo.
Risultati: le abilità dei bambini prima della terapia erano
inferiori al 50% in sette, intermedie fra il 50 e il 70% in cinque. I valori
dell’ABC superiori a 57 in ogni caso(in uno erano di 84!). La diagnosi di
Autismo era confermata al DSM IV in tutti. Nei primi mesi dell’intervento si è
notato un rapido recupero(i bambini cioè apprendevano un numero maggiore di
abilità di quanto un bambino normale non farebbe nello stesso arco di tempo),
anche se il recupero delle abilità era spesso disuguale nel tempo (per esempio,
migliorava prima la comprensione verbale e le prassie restavano relativamente
indietro). Al follow up, compiuto dopo un intervallo variabile tra 2 e 10 anni
8 mesi (M 5 anni), non c’erano più sintomi della serie autistica sia all’ABC
che al DSM IV e il Q.I. era nella norma, compreso tra 90 e 112, eccetto due
soggetti con un Q.I. di 71. I tic erano ancora presenti, con un quadro
Tourettiano florido in adolescenza, un quadro DDAI era presente in tutti,
eccetto un caso, mentre in 3 casi si era manifestato anche un DOC.
La comunità
terapeutica come approccio psicoterapeutico cognitivo integrato e multimodale
alla psicosi ed al disturbo grave di personalità
A. Meluzzi*, A. Montagnolo**, M. Massasso***
*
Psichiatra, Docente di Genetica del Comportamento Umano alla Scuola di
Specializzazione dell’Università di Siena, Direttore del Master in Counseling
Psicoterapie brevi per l’Empowerment dell’Università di San Marino, Direttore
sanitario della Comunità terapeutica «Il Cascinale» a Castelrocchero (Asti) e
di «Antares» a Calamandrana (Asti); ** Psicologa della Comunità Terapeutica «Il
Cascinale» a Castelrocchero (Asti) e di «Antares» a Calamandrana (Asti); ***
Psicologa della Comunità Terapeutica «Il Cascinale» a Castelrocchero (Asti) e
di «Antares» a Calamandrana (Asti)
Un modello particolare di approccio psicoterapeutico
cognitivo al trattamento della psicosi è costituito dai percorsi riabilitativi
in ambiente comunitario.
La comunità terapeutica in ambito psichiatrico rappresenta un
particolare tipo di habitat e di setting ampiamente studiato e descritto in
letteratura soprattutto sul versante degli aspetti antistituzionali e di
recupero di una dimensione umana della ospitalità e della cura.
Una valenza più interessante almeno sul versante di un’analisi
quantitativa dei processi di recupero dell’autonomia attraverso il percorso
comunitario è quella che lo vede e lo interpreta come approccio terapeutico
integrato multimodale e metacognitivo in pazienti schizofrenici o affetti da
disturbo grave di personalità.
In questo senso la comunità può essere interpretata non solo e non
tanto come un luogo di apprendimento di specifiche capacità di «coping sociale»
bensì come l’accesso ad un setting protettivo che permetta al paziente di
sperimentare e cambiare le proprie emozioni.
L’accesso ad un setting protetto che sia «di per sé» emozionalmente
empatico e curativo facilita l’introiezione di sistemi cognitivi ed emozionali
diversi anche in soggetti psicologicamente caratterizzati da gravi disturbi
dell’identità e di processi formali del pensiero purché il contesto relazionale
e comunicativo sia in grado di veicolare efficacemente contesti emozionali
coerenti.
Viene presentata una casistica clinica e il protocollo di funzionamento
delle comunità terapeutiche coordinate dall’estensore del lavoro.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala S. Pietro B
S85 - Psichiatria e carceri:
epidemiologia e organizzazione degli interventi
Moderatori
M. Clerici, G. Tamburino
Il D.S.M. entra
in carcere: l’esperienza di Genova
L. Ferrannini, P.F. Peloso
Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda USL 3, Genova
Da
oltre due anni il DSM genovese sta operando un servizio di consulenza
psichiatrica presso il carcere di Marassi, un istituto di circa 800 detenuti,
per circa la metà in attesa di giudizio. Nel corso di questo periodo ci è stato
possibile fare diretta esperienza dei problemi legati allo svolgimento del
lavoro psichiatrico all’interno della situazione carceraria, problemi che sono
solo in minima parte specifici delle singole situazioni e che invece, per lo
più, ci è stato possibile ritrovare nella letteratura internazionale dedicata
all’argomento; questo è stato ad esempio recentemente il caso delle linee guida
dell’A.P.A., di prossima pubblicazione anche in Italia. Il carcere sembra
infatti ubiquitariamente svelare il suo carattere di istituzione caratterizzata
da una diffusa condizione di «povertà», una povertà che di volta in volta può
maggiormente configurarsi come povertà di diritti o di risorse, o degli uni e
delle altre al tempo stesso. La domanda di consulenza psichiatrica presso il carcere
di Marassi si è attestata in questi anni intorno alle 20-30 visite la
settimana, effettuate su richiesta dei medici di sezione; i casi psichiatrici
più impegnativi vengono collocati presso il Centro Diagnostico Terapeutico,
dove non è previsto altro trattamento psichiatrico specifico che la visita
dello specialista e la somministrazione degli psicofarmaci, ma sono almeno
presenti condizioni ambientali maggiormente compatibili con condizioni di
fragilità emotiva rispetto a quelle presenti nelle sezioni ordinarie. La
subacuzie psichiatrica viene invece gestita – soprattutto, ma non solo, in
concomitanza con ideazione autolesionista o suicidaria – presso il Reparto
Rischio, dove accanto a maggiori restrizioni è però garantito un monitoraggio
sanitario più costante. Per i casi di gestione istituzionale più complessa non
è infrequente il ricorso all’O.P.G., anche per le obiezioni che regolarmente
incontra l’invio in ospedale civile. Riteniamo che la domanda di salute mentale
che oggi vediamo emergere, e alla quale siamo consapevoli di offrire risposte
raramente adeguate a standard anche minimi di qualità, non rappresenta che la
punta di un iceberg; ben maggiori sono i reali bisogni di salute mentale della
popolazione detenuta, ma la consulenza specialistica appare strumento
evidentemente inadeguato a farvi fronte. Occorre quindi pensare a una maggiore
articolazione e complessità della risposta, ma per un intervento coerente sulla
salute mentale nelle carceri è anche necessario che contestualmente il detenuto
si senta considerato soggetto portatore di diritti, innanzitutto sanitari ma
non solo, da tutti i molteplici attori che animano a vario titolo la scena
della penalità, e che il miglioramento della qualità della vita e degli
standard di assistenza sanitaria e organizzazione nelle nostre prigioni diventi
finalmente per tutti loro un obiettivo.
Carcere e DSM:
un’integrazione possibile e auspicabile
A. Pellegrino, E. Pirfo
DSM «G. Maccacaro», ASL 3 Torino
Presso la Casa Circondariale «Le Vallette» di Torino l’intervento
psichiatrico è da tempo consolidato.
L’attenzione ai segnali di disagio psichico è divenuta nel tempo
patrimonio comune del personale sanitario e degli psicologi, la scommessa
sembra essere quella di ottenere una maggiore consapevolezza del problema anche
da parte del personale di sorveglianza.
La creazione di una sezione di osservazione e cura psichiatrica ha
determinato nel tempo una stretta collaborazione tra il personale di
sorveglianza ad essa addetto e lo specialista psichiatra.
Tale collaborazione si esplica in una maggiore partecipazione alla
osservazione ed alla cura, nello strutturarsi di un gruppo di lavoro che
diviene équipe, nella sempre più frequente maggiore propositività in termini di
motivazione e partecipazione da parte degli agenti.
Ciò ha permesso l’osservazione e la cura di oltre 200 casi nell’anno
2000.
Da questa base si può ragionevolmente puntare su un progetto che
preveda sempre una fase e un luogo di osservazione, ma anche una struttura di trattamento
di tipo comunitario all’interno delle mura che preveda un regime di
sorveglianza attenuata in cui il gruppo di lavoro sia costituito da personale
di sorveglianza e da operatori di varie professionalità provenienti dal DSM.
Fondamentale sarà lo strutturarsi di un percorso formativo comune che
permetta una osmosi di esperienze e saperi.
Il modello di lavoro cui ci si rifarà sarà quello dell’intervento
multifattoriale, cioè il contestuale uso di farmaci, tecniche osservazionali
psicologiche, tecniche psicoterapiche individuali e di gruppo, interventi
psicosociali in senso lato al fine di connotare l’intervento non solo come la
sedazione di un sintomo psicopatologico ed eventualmente anti-istituzionale ma
dare un connotato di cura mediante la presa in carico del bisogno complessivo
espresso dalla persona detenuta e sofferente.
Questo tipo di modello implica e si basa sull’esistenza di un gruppo di
lavoro multiprofessionale (psichiatri, medici, psicologi, educatori, infermieri
e agenti di polizia penitenziaria assegnati ad hoc) che utilizzi l’integrazione
tra i saperi professionali diversi come principale strumento di osservazione e
terapia.
Questo tipo di approccio necessita di continua manutenzione delle
persone nel loro esser membri di un gruppo curante e quindi sarà prevista la
riunione settimanale come momento di confronto e messa a punto sia dei percorsi
di cura che delle scelte professionali dell’équipe.
Verranno favoriti i contatti con i DSM territorialmente competenti sia
nel caso che il detenuto sia già conosciuto e assistito sia che esso non
risulti ancora in carico al servizio di zona. Il contatto dovrebbe essere
finalizzato essenzialmente ad una definizione di un programma terapeutico
concordato tra l’équipe interna e quella esterna al fine di dare coerenza e
continuità al percorso di cura personalizzato sul singolo detenuto sia per il
periodo correlato alla carcerazione sia per quello della successiva libertà.
Psichiatria e
carceri: epidemiologia e organizzazione degli interventi. L’esperienza di Pavia
G. Carrà, R. Scioli, C. Giacobone, F. Pozzi, P. Alecci*, F.
Barale
Dipartimento di Scienze Applicate e Psicocomportamentali, Sezione di
Psichiatria, Università di Pavia; * Direttore Sanitario Casa
Circondariale di Pavia, Istituto di Medicina Legale, Università di Pavia
Il trattamento dei disturbi psichiatrici e dei disturbi da uso di
sostanze all’interno di un contesto correzionale presenta temi e circostanze
peculiari. Data la rispettiva enfasi sulla cura e la riabilitazione da una
parte, e sulla limitazione della libertà personale dall’altra, gli approcci del
trattamento clinico e della detenzione correzionale spesso divergono sui metodi
preposti comunque alla riduzione del comportamento deviante; sebbene ciò
comporti dei problemi nel pianificare delle strategie di intervento integrate
per i disturbi psichiatrici e l’abuso di sostanze, le due dimensioni non sono
certo incompatibili pur svolgendosi costantemente tra richiesta di sicurezza da
una parte e cura della salute e supporto del paziente dall’altra. Le
caratteristiche del trattamento di questa popolazione, oltre ad una peculiare
comprensione della relazione medico-paziente, prevedono una particolare
attenzione in termini di impasse terapeutica, transfert e controtransfert.
Storicamente il ruolo degli operatori clinici e psichiatrici, in particolare in
un contesto correzionale, deve confrontarsi con temi che sottendono l’identità
e l’isolamento professionali, nonché la mancanza del contesto territoriale
(Peternalis-Taylor, 1995).
Dal punto di vista epidemiologico, per definire la cornice del sistema
in oggetto, oltre alla maggiore prevalenza rispetto alla popolazione generale,
giova ricordare che secondo la letteratura più accreditata oltre il 50% dei
detenuti soffre di almeno un disturbo psichiatrico, e questi – rispetto alla
popolazione carceraria sana – sono di più giovane età, hanno molto più di
frequente una storia di abuso di sostanze, sono in più compromesse condizioni
fisiche, si avvalgono di una rete e di supporti sociali estremamente più
fragili e non riescono a beneficiare di misure alternative (Koenig et al.,
1995).
Per quanto riguarda gli esiti e la ritenzione in trattamento,
nonostante le frequenti risposte positive, esso viene in genere interrotto
quando i sintomi diminuiscono, salvo richiederlo nel 50% alla ricomparsa degli
stessi (Kempl, 1997).
All’interno del sistema carcerario inoltre appare indispensabile
considerare la relazione tra Abuso di Sostanze e Disturbi Mentali per l’alto
tasso di criminali che abusano di sostanze, in particolare tra quelli con un
Disturbo Psichiatrico.
Materiali e metodi: il presente studio scaturisce dal Servizio di
consulenza dell’ASL di Pavia, a cura dell’Unità Operativa di Psichiatria
Universitaria Pavia Est, all’interno del penitenziario pavese. Sono stati
reclutati tutti i pazienti tossicodipendenti detenuti con un sospetto di
comorbidità psichiatrica inviati a tale Sportello su segnalazione dei sanitari
del Ser.T. di Pavia e tutti i detenuti inviati su segnalazione dei sanitari
dirigenti del Carcere con sospetto di disturbo psichiatrico.
Oltre ad una valutazione quantitativa dell’attività svolta, viene
descritto il campione, attraverso le caratteristiche socio-demografiche, le
diagnosi cliniche secondo i criteri del DSM IV, la eventuale storia tossicomanica
di ciascun paziente rilevando l’abuso di sostanze lifetime in anamnesi, la
comorbidità con HIV, i trattamenti farmacologici con agonisti e/o con
psicofarmaci.
Conclusioni: l’individuazione precoce e l’immediato invio al
consulente psichiatra in carcere ha permesso sia l’individuazione della
patologia psichiatrica grave, non altrimenti rilevata, dei pazienti che
necessitano di trattamenti intensi e/o prolungati, sia di instaurare
trattamenti per pazienti con disturbi psichiatrici lievi, o che rifiutano la
connotazione psichiatrica del disturbo, i quali non avrebbero potuto quindi
usufruire altrimenti di interventi pur indispensabili.
Psichiatria e
carceri: epidemiologia e organizzazione degli interventi nell’esperienza di
«Milano»
M. Clerici*, M.L. Manzone*, C. Basi*,
M. Marasco*, N. D’Urso*, A. Bitetto*, M. Loi**,
C. Mencacci**, S. Scarone*
*
Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria, Polo Didattico A.O. San
Paolo, U.O.P. n° 52, Università Milano; ** Azienda Ospedale
Fatebenefratelli, Milano
Gli studi a disposizione indicano percentuali di morbilità psichiatrica
nei contesti carcerari che oscillano tra il 5 e il 15%. Inoltre i pazienti
psichiatrici – nelle più diverse condizioni di malattia, acuta e cronica –
esprimono una maggior rischio di incorrere in reclusioni più prolungate o
stabili soprattutto nelle condizioni in cui il disturbo comporti
co-comorbidità, perdita delle relazioni o sradicamento sociale («senzatetto») o
scarso funzionamento complessivo determinato dai deficit che la malattia
psichiatrica comporta.
L’entrata di un paziente nel circuito del sistema penale carcerario
comporta, inevitabilmente, il confronto con tutta una serie di elementi che
rendono più complessa e, nel contempo, talvolta problematica la realtà
assistenziale e terapeutica. Peraltro, gli stessi limiti ambientali e
organizzativi riscontrabili per un paziente già portatore di disturbo
psichiatrico si mettono ampiamente in evidenza qualora ci si appresti a fornire
un servizio di assistenza psichiatrica rivolto a soggetti che manifestano – per
la prima volta in carcere – una qualsivoglia forma di sofferenza psichica.
Nel primo caso i pazienti sono richiesti di adattarsi rapidamente a
restrizioni che influiscono sul comportamento, ad imparare a gestire diversamente
l’impulsività o, addirittura, il controllo dell’auto/eterolesività, a
sopportare il pregiudizio che caratterizza in ogni contesto lo stigma implicito
nella richiesta di aiuto ad uno psichiatra o ad un servizio psichiatrico. Nel
secondo caso gli elementi di forte sollecitazione alla risposta sintomatica
psicopatologica insiti proprio nella condizione carceraria inducono difficoltà
consistenti nella possibilità di intraprendere gli opportuni interventi
psicosociali (o, se necessario, riabilitativi) che si devono affiancare alla
terapia psicofarmacologica generalmente attivata in condizioni di urgenza
(tentativi di suicidio, gestione dello scompenso nelle condizioni di “doppia
diagnosi, crisi psicotica acuta, ecc.).
Risulta pertanto difficile identificare una filosofia – ma anche un
vero e proprio razionale, diremmo noi – di trattamento in grado di bilanciare
il diritto alla salute del soggetto e le esigenze pubbliche di controllo
sociale, gli obiettivi del trattamento con quelli del sistema penale, gli aspetti
organizzativi sanitari con quelli del controllo intramurario.
Il presente lavoro, a partire dall’esperienza svolta nell’ambito delle
Unità di Psichiatria Penitenziaria operanti presso la CR di Milano Opera e la
C.C di San Vittore, si propone di:
(a) offrire alcuni dati epidemiologici sul servizio effettuato nel
corso degli ultimi tre anni, con particolare attenzione al confronto con il
periodo precedente;
(b) riflettere sulle caratteristiche del campione in oggetto rispetto
alla popolazione di riferimento del DSM nell’ambito del quale è stato
sviluppato il progetto;
(c) non da ultimo, esporre una serie di considerazioni gestionali e
organizzative sull’attività svolta e sui nuovi orientamenti da sviluppare
nell’assistenza psichiatrica ai detenuti reclusi nell’ambito di un approccio
centrato sull’umanizzazione delle condizioni di assistenza ai reclusi.
Bibliografia
APA. Linee-guida
per l’assistenza psichiatrica carceraria. Masson Milano, 2001.
I percorsi
assistenziali del paziente reo: il punto di osservazione degli OPG
A. Fioritti
Direttore del Programma Salute Mentale e Dipendenze Patologiche,
Azienda USL Rimini
Introduzione: l’assistenza al paziente psichiatrico autore di reato
in OPG costituisce uno degli aspetti più discussi di tutta la psichiatria
italiana e, al tempo stesso, uno dei meno studiati empiricamente.
Metodologia: il Progetto MoDiOPG (Monitoraggio Dimissioni
dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario) è iniziato nel 1997 come studio di
coorte prospettico naturalistico per esplorare la realtà dell’OPG, le sue
connessioni con i servizi psichiatrici esterni e le sue potenzialità di
cambiamento. Attualmente ha completato il follow-up a tre anni di una
popolazione di 118 soggetti internati, ad ognuno dei quali è stato abbinato un
«controllo» omologo seguito dai servizi psichiatrici territoriali ordinari.
Risultati: al baseline
assessment in OPG il 70,1% dei soggetti aveva una diagnosi di schizofrenia
o disturbo delirante; il 42,4% era internato per omicidio ed il 32,2% per altri
gravi reati contro la persona. Il 61% era in carico ad un servizio psichiatrico
pubblico alla commissione del reato. Rispetto ai controlli la coorte OPG aveva
più bassi livelli di istruzione, tassi più elevati di abuso di sostanze, di ricoveri
involontari e di reati precedenti.
Al follow-up: dopo 18 mesi il 53,4% della popolazione era ancora in
OPG, il 39,8% era stato dimesso, in licenza esperimento o a titolo definitivo.
Tra i dimessi il 63,8% era presso una comunità terapeutica e il 29,8% era
seguito sul territorio. Dopo 36 mesi il 35,6% della popolazione iniziale era
ancora in OPG ed il 55,1% era stato dimesso. Tra i dimessi il 58,5% era presso
una comunità ed il 41,5% era sul territorio. A diciotto mesi 10 soggetti e 14
controlli avevano commesso atti configurabili come reati, il più grave dei
quali era quello di lesioni.
Conclusioni: il progetto MoDiOPG sembra documentare come la
popolazione dei soggetti internati in OPG presenti bisogni di salute e sociali
che incontrano difficoltà ad essere soddisfatti prima dell’internamento. Il
trattamento in OPG è caratterizzato dalla forte preponderanza degli aspetti
giudiziari su quelli sanitari e carente collegamento con i servizi esterni.
All’uscita dall’OPG la risposta prevalente ai bisogni dei pazienti è quella
residenziale e la recidiva di reato non sembra essere un problema
significativo, almeno a trentasei mesi. Tutti questi aspetti depongono per la
necessità di avviare un processo di revisione dei percorsi di cura basato su
evidenze epidemiologiche e criteri etici.
SABATO 23 FEBBRAIO 2002 - ORE 16,00-17,30
Sala Rodi
S86 - La terapia integrata del
paziente borderline
Moderatori
A. Correale, C.Maffei
Le cure
psichiatriche dei pazienti con Disturbo Borderline di Personalità: un percorso
possibile
M. Monari, F. Berti Ceroni.
Dipartimento di Salute Mentale, AUSL Bologna-Sud
Introduzione: ci sono molte «buone ragioni» per organizzare un
trattamento adeguato per i pazienti affetti da DBP all’interno dei Servizi
Psichiatrici Pubblici. Esse sono di natura etica, sociale, epidemiologica,
clinica ed organizzativa.
Lo scopo di questa relazione è di riferire alcuni risultati
dell’esperienza pluriennale di riflessione e lavoro sui pazienti borderline
svolta nel Dipartimento di Salute Mentale di Bologna-Sud.
Metodologia: le fonti utilizzate a questo fine sono da un lato la
ricognizione approfondita delle premesse teoriche (Berti Ceroni e Monari, 1998)
necessarie ad elaborare una specifica strategia terapeutica (Monari e Berti
Ceroni, 1998) e dall’altro una ricerca empirica condotta in collaborazione con
la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università di Bologna
(Prof. N. Rossi), e con la Facoltà di Psicologia dell’Università «Vita-Salute»
S. Raffaele di Milano (Prof. C. Maffei e dr. A. Fossati).
Risultati: dal momento che sotto l’etichetta diagnostica di DBP
è compreso un gruppo assai eterogeneo di pazienti, riteniamo che la strategia
clinica del trattamento debba privilegiare all’inizio, attraverso l’accudimento
psichiatrico necessario, la valutazione del paziente e il costituirsi della
relazione (I tempo) per poi organizzarsi nello scenario terapeutico possibile,
che offra proposte di cura più specifiche, riabilitative e psicoterapeutiche,
individuali o di gruppo (II tempo).
L’ipotesi che un’attenzione specifica alla costruzione di uno scenario
terapeutico individualizzato e flessibile per questo gruppo di pazienti abbia
di per sé un impatto terapeutico favorevole, pare confermato dalla evoluzione
positiva di alcune dimensioni dello stile di attaccamento in un gruppo di
pazienti trattati secondo questa strategia all’interno di un programma di
intervento integrato (Berti Ceroni et al., sezione Poster di questo Congresso).
Conclusioni: alla luce di queste considerazioni, ci pare che la
cura psichiatrica offerta nei nostri Servizi Pubblici possa, con le opportune
attenzioni specifiche per questo gruppo di pazienti, assumere un ruolo assai
significativo nell’indirizzare l’evoluzione clinica del trattamento. Ciò sembra
contraddire la scarsa efficacia attribuita, negli studi sperimentali, al
cosiddetto «Usual Psychiatric Care».
Disorganizzazione
dell’attaccamento come fondamento teorico delle terapie integrate nel
trattamento del disturbo borderline di personalità
G. Liotti
Scuola di Formazione in Psicoterapia Cognitiva
A.P.C., Roma
Alcuni studi empirici controllati, e numerose riflessioni cliniche,
convergono nel riconoscere un ruolo importante alla disorganizzazione
dell’attaccamento nella genesi e nel mantenimento del Disturbo Borderline di
Personalità (DBP). Le esperienze traumatiche, il cui ruolo nella genesi del DBP
è tanto importante quanto dibattuto, sono da un lato un fattore di rischio
indipendente rispetto alla disorganizzazione dell’attaccamento, e dall’altro interagiscono
continuamente e reciprocamente con la disorganizzazione dell’attaccamento nella
genesi e nel mantenimento del disturbo.
Inoltre, la disorganizzazione dell’attaccamento
preclude l’esercizio delle capacità metacognitive: la ridotta capacità di riflettere
sull’esperienza e di modulare gli impulsi tipica del DBP sarebbe allora
connessa ad interazioni motivate dall’attaccamento, e potrebbe ridursi
bruscamente quando le relazioni del paziente sono regolate da altri sistemi
motivazionali.
Da tali considerazioni derivano importanti conseguenze per il
trattamento del DBP (importanza di monitorare continuamente, all’interno della
relazione terapeutica, l’attivazione del sistema motivazionale
dell’attaccamento nel paziente; continua ricerca della «giusta distanza» del
terapeuta rispetto alle richieste di attaccamento; consapevolezza che le
interazioni più drammatiche nella relazione terapeutica sono legate ai Modelli
Operativi Interni – MOI – dell’attaccamento disorganizzato; consapevolezza che
nel corso di tali interazioni non si può contare su una sufficiente capacità di
riflessione del paziente).
In questo contributo al simposio, fra le più importanti conseguenze
della teoria dell’attaccamento per la psicoterapia del DBP verrà messa a fuoco
quella che riguarda l’utilità della presenza di due terapeuti nel corso del
trattamento. La presenza di due terapeuti permette di modulare l’intensità
dell’attivazione del sistema dell’attaccamento nel paziente, e di migliorare
l’esercizio delle sue capacità metacognitive.
Strategie di
intervento terapeutico nel Disturbo Borderline di Personalità
C. Maffei
Unità di Psicologia Clinica, Università «Vita-Salute» San Raffaele,
Milano
Introduzione: il Disturbo Borderline di Personalità, così come gli
altri Disturbi di Personalità, viene trattato attraverso una molteplicità di
forme di intervento terapeutico per lo più di ordine psicoterapico, ma anche
farmacologico. Quest’ultimo, inoltre, viene utilizzato per intervenire sui
concomitanti Disturbi di Asse I. In questa ricerca vengono presi in
considerazione parametri obiettivi, di facile rilevazione, relativi a
trattamenti in corso o pregressi in soggetti con Disturbo Borderline di
Personalità, allo scopo di identificare quale tipo di intervento sia stato
messo in atto e di ottenere informazioni sul risultato ottenuto.
Metodologia: a tutti i terapeuti operanti presso il Servizio di
Psicologia Clinica e Psicoterapia dell’Istituto Scientifico San Raffaele di
Milano è stato distribuito un questionario relativo ad informazioni obiettive
(durata del trattamento, interruzioni, drop-out, frequenza delle sedute,
diagnosi di Asse I, trattamenti farmacologici, ospedalizzazione…) su
trattamenti, in corso o conclusi, di pazienti con Disturbi di Personalità,
tutti diagnosticati con l’intervista SCID-II. Sono stati raccolti dati relativi
a 219 trattamenti, di cui 86 in corso e 133 pregressi. Riguardo al sesso, gli
uomini erano 85, mentre le donne erano 134. L’età media era di 35 anni. Per
quanto riguarda la diagnosi, i soggetti con Disturbo Borderline di Personalità
erano 50 (15 in corso di trattamento, 35 sottoposti a terapie pregresse)
Risultati e conclusioni: i risultati sono attualmente in corso di
elaborazione. Verranno presi in considerazione e commentati i dati relativi ai
pazienti con Disturbo Borderline di Personalità, sia per quanto riguarda il
gruppo in sé, sia per quanto riguarda il confronto tra questo gruppo e quello
globale dei pazienti con Disturbi di Personalità. Verrà ad esempio verificato
se i pazienti Borderline hanno una durata relativamente omogenea del
trattamento e se questa differisce da quella degli altri soggetti, se il tasso
di drop-out è maggiore, se la presenza di diagnosi di Asse I influisce sui
parametri presi in considerazione, se il trattamento farmacologico del Disturbo
Borderline, ovvero delle diagnosi di Asse I ha una influenza sui parametri
presi in considerazione, e così via.
Disturbi di
personalità: valutazione qualitativa e quantitativa
E. Caverzasi, F. Barale, S. Astori
Università di Pavia, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura IRCCS S.
Matteo, Pavia
La codifica in un asse proprio (1980) dei Disturbi della Personalità
(PDs) non agevola automaticamente un loro concorde riconoscimento da parte dei
clinici, soprattutto in presenza di altri disturbi attuali. Altrettanti fattori
di confondimento diagnostico e terapeutico risultano le condotte d’abuso,
tossicofiliche e/o farmacofiliche.
Allo stesso tempo negli ultimi venti anni si è assistito ad un
incremento esponenziale delle ricerche internazionali interessate ad una più
corretta individuazione dei tipici sintomi egosintonici e alloplastici e, ancor
di più, allo studio dei complessi nessi di relazione tra manifestazioni
patologiche e antecedenti evolutivi dei PDs.
Presenteremo sinteticamente i risultati di uno studio condotto su di un
ampio gruppo di pazienti PDs ricoverati per la prima volta nella loro vita
presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale S. Matteo di
Pavia negli ultimi sei anni.
Rifletteremo, in particolare, sulle informazioni desumibili da
valutazioni di tipo quantitativo (impegno assistenziale in termini di durata e
costi dei ricoveri e risultati ottenuti dalla somministrazione di rating scale)
e di tipo qualitativo-dinamico (descrizione delle modalità relazionali e di
schemi di mentalizzazione analizzati, su interviste, con strumenti
manualizzati).