MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Cavalieri 1

S1 - Approccio categoriale e di spettro in psichiatria

Moderatori

G. Cassano, E.Frank

 

Spettro schizofrenico

P. Pancheri

Fondazione Italiana per lo studio della Schizofrenia (FIS)

La nosografia psichiatrica è per necessità come ogni altra nosografia medica di tipo categoriale. Questo tipo di nosografia comporta inevitabilmente, data la complessità dei quadri clinici psichiatrici, una moltiplicazione progressiva delle categorie diagnostiche. L’elevata numerosità delle categorie è utile ai fini comunicativi e statistici ma risulta spesso problematica per quanto riguarda gli interventi terapeutici specifici. Di conseguenza si sono diffusi sempre di più nella clinica i concetti di spettro, di continuum e di dimensione. Lo spettro, almeno nella sua formulazione originaria fa riferimento a tutti quei quadri clinici dove sia riscontrabile una comune matrice di tipo genetica. Il continuum si basa essenzialmente sulle analogie di carattere psicopatologico esistenti tra vari disturbi. Infine, il concetto di dimensione psicopatologica si origina su base statistica e clinica e si riferisce a raggruppamenti di sintomi tra loro indipendenti nell’ambito dei disturbi dello spettro o del continuum.

Tutti e tre questi approcci possono essere più utili dell’inquadramento categoriale ai fini della condotta terapeutica. Nell’ambito della terapia della schizofrenia l’approccio dimensionale si è dimostrato finora più utile sia per l’analisi psicopatologica che per l’intervento terapeutico.

Negli ultimi anni è stato effettuato un numero elevato di analisi fattoriali su gruppi di varia provenienza di malati con diagnosi di schizofrenia utilizzando i dati numerici delle principali scale di valutazione (PANSS, SAPS, SANS, 3TRE ed altre). Alcuni studi hanno inserito anche scale per la valutazione della depressione (HAM-D). Questi studi hanno concordemente dimostrato come nella schizofrenia, a prescindere dalle variabili condizioni di stato e di decorso dei singoli casi, vi siano tre dimensioni psicopatologiche principali. Queste dimensioni possono essere identificate come Distorsione della Realtà, Impoverimento Ideoaffettivo, Disorganizzazione. Alcuni studi hanno messo in evidenza altre due dimensioni secondarie definite come Depressione dell’Umore e Attivazione. Sulla base di questi risultati ogni singolo caso diagnosticato nell’ambito dello spettro schizofrenico può essere identificato sulla base del peso relativo delle varie dimensioni psicopatologiche presenti in un determinato momento della sua malattia.

La valutazione dimensionale dei disturbi dello spettro (o del continuum schizofrenico) è di particolare utilità sia a livello di ricerca che a livello di terapia. Per la ricerca l’utilizzazione di sottogruppi di pazienti sulla base della dimensione psicopatologica dominante facilita l’identificazione dei correlati patofisiologici che sottendono alla dimensione stessa.

La terapia può essere guidata su base dimensionale, analogamente a quanto avviene nella clinica dove è ben noto che non esiste un’unica terapia valida per tutte le forme schizofreniche m avarie possibilità di approccio sulla base del quadro clinico dominante.

Spettro ossessivo-compulsivo

F. Bogetto, A. Badà, A. Ceregato, G. Maina G.

Servizio per i Disturbi Depressivi e d’Ansia, Dipartimento di Neuroscienze, Università di Torino

Lo spettro ossessivo-compulsivo inteso come un’insieme di disturbi che hanno un determinante eziologico e/o un meccanismo patogenetico comune è ancora una delle questioni clinico nosografiche in corso di definizione. Questo concetto restrittivo di spettro permette di identificare nella sola Sindrome di Gilles de la Tourette il disturbo per il quale risultino evidenze sperimentali consistenti di uno stesso substrato biologico, che depongono per uno stretto legame con il DOC.

Da tale teoria si sviluppano due differenti ipotesi che hanno ampliato il concetto di spettro, includendo in questo numerosi altri disturbi. La prima si fonda sulla comune risposta di questi disturbi alla terapia farmacologica con antidepressivi serotoninergici suggerendo, così come per il DOC, una qualche disfunzione del sistema serotoninergico; secondo tale concetto fanno parte dello spettro ad esempio la tricotillomania, il disturbo da dismorfismo corporeo, i disturbi alimentari psicogeni, l’ipocondria. La seconda ipotesi invece prende in considerazione l’appartenenza di un disturbo mentale allo spettro dei disturbi correlati al DOC sulla base di considerazioni psicopatologiche, secondo cui alcuni sintomi non ossessivo-compulsivi possiederebbero però dei caratteri che ad esso li rendono assimilabili. Ad esempio le spinte intrusive e irresistibili a compiere un’azione che può o meno essere priva di senso del disturbo del controllo degli impulsi. Oltre a questo, secondo alcuni autori si potrebbero anche comprendere: i disturbi di personalità impulsiva, i disturbi somatoformi, i disturbi dissociativi, i disturbi alimentari, i disturbi deliranti, i tics e alcuni disturbi neurologici.

Parte dell’etereogenicità espressa dai vari autori su tale argomento è giustificabile dalle ancora scarne informazioni riguardo la fisiopatologia e la biochimica di questi disturbi, parte dalla differente modalità di interazione delle informazioni di cui si è a conoscenza.

La chiarificazione dell’eterogeneo concetto di spettro è sicuramente auspicabile al fine di ottenere una migliore conoscenza dei meccanismi patogenetici di tali disturbi e di ottimizzare le strategie terapeutiche.

Bibliografia

Hollander E, Benzaquen S. Is There a Distinct OCD Spectrum? CNS Spectrum 1996;1:17-26.

Higgins ES. Obsessive-compulsive Spectrum Disorders in Primary Care: The Possibilities and the Pitfalls. J Clin Psychiatry 1996;57(Suppl 8):7-8.

Yaryura-Tobias J, Neziroglu F. Obsessive-Compulsive Disorder Spectrum. American Psychiatric Press, Inc. Washington, DC, 1997. 

 

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Cavalieri 2

S2 - I disturbi d’ansia in età evolutiva

Moderatori

G. Lanzi, M. Marcheschi

 

Disturbi d’ansia e disturbi di sviluppo

A. Fabrizi, E. Camillo, F. Piperno, S. Setaro

Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età Evolutiva, Università di Roma «La Sapienza»

Introduzione: l’approccio psicobiologico attuale ai disturbi affettivi, sottolinea l’importanza dei processi di regolazione precoci come precursori dell’attaccamento psicologico e degli stati emozionali associati (Hofer 1994). La sintonizzazione tra madre e bambino è oggi considerata il meccanismo che media i processi di regolazione e condivisione delle emozioni e predispone ad un sano sviluppo affettivo (Field, 1985), avviene grazie alla condivisione delle emozioni positive e alla minimizzazione di quelle negative (Demos e Kaplan 1986). Componenti di regolazione e disregolazione determinano un «individual’s coping style», considerato fattore di rischio in diverse forme psicopatologiche. Un ritardo o un’atipia di sviluppo interferendo con il processo di sintonizzazione reciproca tra bambino e caregiver può essere causa di un’alterazione nella regolazione affettiva; i Disturbi dello Sviluppo sono, infatti, da tempo considerati un alto fattore di rischio psicopatologico. In particolare molti studi epidemiologici hanno dimostrato un’alta comorbidità tra disturbi psichiatrici e Disturbi dello Sviluppo del Linguaggio (Levi et al. 1992)

Metodologia: da circa due anni stiamo conducendo uno studio sistematico sui disturbi psicopatologici nei bambini con DSL di età compresa tra 18 e 36 mesi, utilizzando la C.D. 0-3 parallelamente al nostro assessement psicodiagnostico, neuropsicologico e neurolinguistico. Abbiamo inoltre utilizzato la griglia di Greenspan (1996) per lo studio del funzionamento emotivo. I primi risultati su 80 bambini di età compresa tra 24 e 36 mesi evidenziano che: circa 1/3 dei bambini non presenta alcun disturbo psicopatologico; 1/3 presenta una situazione di rischio per la presenza di sintomi ancora fluttuanti; poco meno di 1/3 presenta disturbi psicopatologici franchi, egualmente distribuiti fra disturbi internalizzanti ed esternalizzanti. Su 13 bambini con DSL abbiamo posto la diagnosi di Disturbo d’Ansia. La connessione tra disturbo del pensiero verbale e difficoltà rappresentazionale costituisce un nucleo patogenetico precoce e significativo. Con l’intento di approfondire i rapporti tra DSL e Disturbi d’Ansia, abbiamo studiato le differenze ed i collegamenti nel profilo emozionale di tre gruppi clinici: 1) DSL puri; 2) DSL con Disturbo d’Ansia; 3) Disturbi d’Ansia puri.

Risultati: si evidenzia, in tutti i gruppi clinici, una oscillazione del funzionamento emotivo con compromissione, sul piano rappresentazionale, delle tematiche affettive riguardanti la rabbia ed il recupero dopo stress e tematiche relative al conflitto dipendenza-autonomia (vicinanza e paura). I tre profili emozionali presentano, tuttavia, differenze significative relative alle capacità di elaborazione e rappresentazione delle singole tematiche affettive.

Conclusioni: valutare il livello di funzionamento emotivo si è rilevato uno strumento utile. I tre profili emozionali sono apparsi ben differenziati. Verranno discusse le specificità di ogni singolo profilo e verrà analizzata la comorbidità tra Disturbo Specifico di Linguaggio e Disturbo d’Ansia

Neurolobiologia dei disturbi d’ansia in età evolutiva

A. Zuddas, A. Di Martino, G.L. Melis, M. Pintor

Centro Terapie Farmacologiche in Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Clinica di Neuropsichiatria Infantile, Dipartimento Neuroscienze, Università di Cagliari

La gran parte dei pazienti adulti con disturbo fobico, fobia sociale o disturbo d’ansia generalizzata riferiscono la presenza di sintomi di tali disturbi in età evolutiva; la presenza di ansia di separazione nell’infanzia viene frequentemente riferita da soggetti adulti con attacchi di panico. D’altra parte, i sintomi d’ansia sono estremamente frequenti in età evolutiva: nella maggioranza dei soggetti, tuttavia, tali sintomi scompaiono durante lo sviluppo senza evolvere in veri disturbi d’ansia in età adulta. Allo scopo di definire parametri predittivi di evoluzione verso i disturbi d’ansia dell’età adulta, negli ultimi anni numerosi modelli neurobiologici d’ansia sono stati utilizzati in una prospettiva di psicopatologia dello sviluppo.

Tre circuiti neuronali sono attualmente considerati i substrati biologici di specifici disturbi d’ansia. Il circuito che comprende l’amigdala e le strutture vicine del lobo temporale risulta strettamente correlato con i sentimenti di paura o terrore scatenati da stimoli ambientali. La modulazione di tale sistema è strettamente correlata con l’attività dell’asso ipotalemo-ipofisario (HPA) durante lo stress. Tale correlazione appare modulata geneticamente: solo i soggetti in cui tale correlazione risulti particolarmente stretta, svilupperebbero il disturbo fobico.

Il circuito setto-ippocampale, si attiva, sia nell’uomo che nell’animale da esperimento, in situazioni di conflitto, ossia quando l’individuo deve scegliere se iniziare una azione che porterà ad una ricompensa associata però ad uno stimolo doloroso. La qualità degli stimoli ambientali (es. cure materne) nelle prime fasi dello sviluppo postnatale è in grado di modulare lo sviluppo del’ippocampo e la regolazione che tale struttura esercita sull’attività dell’asse ipotalmo-ipofisario. Brevi manipolazioni durante le prime settimane di vita riducono nei roditori adulti sia l’inibizione motoria in situazioni di conflitto che il grado di attivazione dell’HPA durante lo stress.

Il circuito grigio aqueduttale-ipotalamo mediale appare coinvolto nell’alterata risposta a stimoli avversivi non condizionanti (es. ipersensibilità a stimolanti respiratori) caratteristica del disturbo da attacchi di panico. Una aumentata risposta a stimoli non condizionati è stata osservata sia in figli non affetti di pazienti con attacchi di panico che in bambini con ansia di separazione.

I tre circuiti descritti sono strettamente correlati anatomicamente e funzionalmente: ciò può spiegare la frequente associazione, specie in età evolutiva, di diversi disturbi d’ansia in uno stesso soggetto. Il coinvolgimento di amigdala, ippocampo HPA ed ipotalamo nella fisiopatologia del disturbo post-traumatico da stress contribuisce a giustificarne l’inquadramento tra i disturbi d’ansia.

La terapia farmacologica dei disturbi d’ansia in età evolutiva

G. Masi, M. Mucci, S. Millepiedi

Divisione di Neuropsichiatria Infantile, Università di Pisa, IRCCS «Stella Maris», Calambrone, Pisa

I disturbi d’ansia sono la categoria psicopatologica più frequentemente diagnosticata in età evolutiva. Tali disturbi possono rappresentare una significativa causa di compromissione della qualità della vita, in termini di benessere soggettivo, relazioni sociali e funzionamento scolastico. Inoltre un disturbo d’ansia perdurante può influenzare negativamente lo sviluppo della personalità ed il perseguimento degli obiettivi evolutivi.

Il trattamento dei disturbi d’ansia nel bambino e nell’adolescente è tipicamente multimodale, coinvolgendo l’educazione del soggetto e dei genitori, gli interventi psicoterapici, e, talvolta, la farmacoterapia.

La prescrizione dei farmaci richiede una attenta valutazione dei rapporti costi benefici, in relazione alla specifica tipologia del disturbo (ad es. il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo di panico e la fobia sociale rappresentano le più frequenti indicazioni di farmacoterapia), alla sua gravità attuale, valutata con strumenti specifici, al suo impatto sulla vita quotidiana, alla azione di blocco sulla dinamica evolutiva, ed alla reale possibilità di interventi alternativi.

Un elemento importante della farmacoterapia è rappresentato dall’impatto psicologico che la farmacoterapia può avere sul bambino-adolescente e sulla sua famiglia, essendo generalmente il primo momento di contatto con una terapia medica per un disturbo psicopatologico.

Sarà valutato nella presentazione l’uso dei farmaci antidepressivi (SSRI, NaSSA, NSRI, triciclici) nella terapia delle diverse forme di disturbo d’ansia dell’età pediatrica. Sarà inoltre discusso il possibile ruolo delle benzodiazepine. Saranno infine valutate le indicazioni farmacologiche in rapporto alla comorbidità.

Sebbene la farmacoterapia appaia utile e talvolta necessaria nei disturbi d’ansia del bambino e dell’adolescente, dati conclusivi non sono disponibili per un notevole numero di disturbi. Sono quindi necessarie ulteriori ricerche basate su studi controllati.

Studio longitudinale sui disturbi d’ansia: aspetti clinici e familiari in una popolazione di pazienti di età compresa tra 8 e 18 anni

C. Pfanner*, S. Presta*, M. Mucci, S. Millepiedi, G. Masi, F. Muratori, L. Dell’Osso*, G.B. Cassano*, M. Marcheschi, P. Pfanner

Istituto di Neuropsichiatria Infantile, IRCCS «Stella Maris», Università di Pisa; * Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Sezione di Psichiatria, Università di Pisa

Obiettivi: questo studio si propone di seguire longitudinalmente fino all’età adulta un gruppo di pazienti in età evolutiva affetti da disturbi d’ansia e le rispettive famiglie (madre e padre) allo scopo di verificare la presenza di disturbi mentali di Asse I o di fenomenica sottosoglia dei disturbi d’ansia (spettro ansioso) nei genitori di bambini affetti da disturbi d’ansia. Inoltre ci proponiamo di individuare possibili predittori precoci della malattia mentale tali da poter indirizzare l’intervento diagnostico e terapeutico in fase iniziale.

Metodo: lo studio prevede un periodo di reclutamento di pazienti consecutivamente afferiti presso gli Ambulatori ed i Reparti dell’Istituto Scientifico di Neuropsichiatria dell’Infanzia e della Adolescenza «Stella Maris», di età compresa fra gli 8 ed i 18 anni, con diagnosi di disturbi d’ansia (disturbo d’ansia di separazione, disturbo di panico, disturbo ossessivo compulsivo, fobia sociale) secondo i criteri del DSM-IV. La comorbidità con altri disturbi mentali non costituisce criterio di esclusione, eccetto che per diagnosi di schizofrenia, disturbo mentale organico, disturbo generalizzato dello sviluppo e ritardo mentale. Ai genitori dei pazienti reclutati viene richiesta disponibilità per un colloquio parzialmente strutturato, previa sensibilizzazione agli obiettivi della ricerca.

Risultati e conclusioni: al momento attuale sono stati reclutati un totale di 52 pazienti, con le rispettive coppie di genitori. In 7 soggetti non è stato possibile raccogliere le valutazioni di entrambi i genitori (separazione, allontanamento definitivo nucleo familiare, morte, rifiuto di partecipare alla ricerca).

La presenza di un’elevata frequenza di polidiagnosi nei bambini valutati (82%) è verosimilmente da porsi in relazione alle particolari caratteristiche del setting (si tratta di un centro di alta specializzazione che accoglie una casistica molto complessa), alla minore affluenza dei bambini con patologia psichiatrica lieve in strutture specialistiche rispetto alla popolazione adulta ed al fatto che in questa fascia di età spesso si ha una fenomeno di sovrapposizione di disturbi più frequentemente che in età adulta.

L’impressione clinica indica la possibilità di una generica predisposizione nelle famiglie dei probandi. L’estensione del campione potrebbe permettere l’individuazione di una eventuale specificità di trasmissione familiare, a partire dal disturbo conclamato fino alla spettro ansioso.

 

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Montemario

S3 - Neuroastenia e ipocondria: un’identità perduta

Moderatori

B. Callieri, G.Ferrari

 

Sottolinea la tenace persistenza nella mentalità medica dell’equivoco cartesiano e del sintagma psicosomatico. Prospetta l’attuale crescente esigenza di considerare il corpo non come mera compagine somatica ma come corpo vissuto, come il primo partner della presenza al mondo, anche nelle sue declinazioni psicopatologiche più evidenti.

La corporeità nella depressione dell’anziano: ovvero «La pelle di zigrino» di Honorè de Balzac

A. Ballerini

Firenze

In ogni momento ci troviamo a dover fare i conti con il nostro corpo, con la sua limitatezza spazio-temporale, con la sua fragilità organica, con le pulsioni istintive che emergono; in ogni momento, consciamente o inconsciamente dobbiamo lottare con esso, o sottometterci ad esso; sempre dobbiamo in qualche modo subire quanto dalla materialità nostra ci proviene e che siamo costretti ad essere. Il corpo è l'idea limite ma è anche il limite insuperabile dell'idea. La psicopatologia del corpo va soprattutto vista in questa prospettiva: esso limita qualsiasi nostra pretesa assolutistica ed è l'espressione della nostra limitatezza, in quelle circostanze in cui noi ci troviamo: esso le esprime, le caratterizza, le significa. Cosi noi ci troviamo, più spesso di quanto si possa supporre, di fronte al simbolo materiale della esistenza, e quando questa in qualche modo fallisce, il corpo è il veicolo di questo fallimento, la negazione di realizzazione d’essere. In tal senso il corpo è sempre qualcosa di psichico e lo è tanto più quanto lo psichico si manifesta nei suoi aspetti negativi, poiché già in partenza, nella sua accezione tematica la materialità corporea è limitazione, ostacolo e spesso, necessità irrazionale. Irrazionali e spesso incomprensibili sono le pulsioni istintive, le malattie organiche, l’incoscienza del sonno, la morfologia individuale, le necessità fisiologiche, e soprattutto la morte. Qualsiasi manifestazione psichica che indichi una mancanza di sviluppo, di un progettarsi, una cristallizzazione nel presente, un decadimento, una destrutturazione, è anche e soprattutto manifestazione corporea. Che possa avvenire il contrario è cosa ovvia e verificabile nelle malattie organiche: ed è questo il tema del mio contributo, che si basa su osservazioni di gravi depressioni insorte nell’anziano dopo malattie somatiche non gravi, ed è interrogandomi sul ruolo del vissuto del corpo in queste persone che ho ripensato ad un famoso racconto di Balzac.

La macchinazione del corpo

M. Rossi Monti

Prof. Associato di Psicologia Clinica, Università di Urbino

A partire dalla sintetica esposizione di un caso clinico nel quale il soggetto vive il proprio corpo e la propria mente come un complesso apparato meccanico da controllare, vengono svolte alcune considerazioni sulla funzione della macchinizzazione del corpo e/o della mente, fino ad arrivare a quelle situazioni-limite nelle quali la macchina diventa macchina per influenzare: macchina collocata al di fuori del paziente, che agisce in presa diretta sul suo pensiero, sul suo corpo, sui suoi sentimenti o sulle sue azioni. Il DSM‑IV colloca quest’ultima condizione nella eterogenea categoria dei deliri bizzarri, deliri che sarebbero, per così dire, deliri più deliri degli altri o deliri ad alto peso specifico, visto che sono di per se stessi sufficienti a soddisfare il criterio sintomatologico per la diagnosi di schizofrenia. Ma, aldilà della diagnosi, queste esperienze mettono al centro dell’attenzione il rapporto tra macchine e psicopatologia, tra macchinizzazione del funzionamento mentale e/o corporeo e delirio. Le macchine e la tecnologia hanno del resto sempre svolto un qualche ruolo in molti deliri. Ma perché in queste forme estreme dell’esperienza viene quasi invariabilmente chiamata in causa la macchina? Quali caratteristiche della macchina (almeno nella rappresentazione della macchina che appartiene alla nostra cultura) ne fanno un oggetto idoneo alla messa in scena dei disturbi dei confini dell’Io?

Le domande rimarranno più delle risposte, ma ciò nondimeno si tenterà di mettere a fuoco alcune delle caratteristiche dell’idea di macchina che possono giocare un ruolo nelle situazioni psicopatologiche sopra delineate.

Psicoanalisi degli stati melanconici e narcisistici della mente

L. Russo

Psicoanalista didatta della S.P.I.

Nel lavoro analitico con pazienti melanconici ben presto l’analista si accorge che, dietro le modalità manifeste e le azioni mediante le quali l’Io del paziente si accinge ad usare ripetitivamente gli oggetti della realtà esterna, e fra questi per la legge del transfert anche la persona della analista, si nasconde un’angoscia profonda, una rinuncia estrema a tutto, ad ogni interesse per il mondo e per la vita, che si traduce in una estatica contemplazione del proprio sé primario, sé che viene anche continuamente attaccato.

I segni clinici, che il paziente melanconico manifesta in analisi sono: 1. l’isolamento autarchico; 2. una postura contratto e rigida; 3. un’aggressività circolante, che impedisce ogni piacere, fino a raggiungere la meta dell’annientamento morale, e a volte quale fisico, della propria persona; 4. una tendenza ossessiva al controllo ed alla ritenzione, che può raggiungere forme estreme di aridità affettività, di formalismo estetico e d’avarizia.

L’ipotesi teorica che muove questo lavoro, è che la melanconia rappresenta il lutto impossibile dell’oggetto primario. Il melanconico resta simbioticamente legato alla madre primaria, rifiuta il padre ed ogni rapporto che può rappresentare una minaccia alla sua relazione funzionale con l’affetto materno primari. Nella melanconia, considerata opportunamente da Freud una nevrosi narcisistica, il soggetto scambia come oggetto,

Poiché gli stati melanconici sono l’espressione di un Io arcaico, incompleto, non ancora differenziato dall’oggetto materno, nella cura l’analista non potrà usare, almeno per un primo, lungo periodo della analisi, i parametri classici della tecnica legati all’intepretazione dei conflitti e delle difese, in particolare del trasfert e non potrò considerare la mente del paziente come un oggetto isolato. L’analista dovrà analizzare la relazione della sua mente con la mente del paziente melanconico, ed avvalersi del lavoro autoanalitico sui propri resti non analizzati.

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Ellisse

S4 - Identificazione e trattamento dei sintomi psichici post traumatici: dalle reazioni acute alla invalidità cronica

Moderatori

M. Mantero, A. Petiziol

 

Nocturnal intrusions after psychotraumatic experiences

B.J.N. Schreuder

Leiden University, The Netherlands & Catholic University of Nijmegen, The Netherlands

Nocturnal intrusive re-experiencing of psychotraumatic events causes considerable distress and is one of the major symptoms of Posttraumatic Stress Disorder (PTSD). Interestingly, also in persons with depressions, who had a psychotraumatic experience, intrusions are found. Sometimes a nightmare is perceived as a replication of the original event. The memory of the event plays an important role in re-experiencing. While it is surprising that a traumatic experience may be remembered as accurately as seems to be the case in traumatized persons, models derived from animal behavior studies suggest that aversively conditioned emotional responses are ineradicable. In studying the phenomenology of posttraumatic nightmares (PTNM) and posttraumatic anxiety dreams (PTAD), it may be possible to relate these symptoms to psychodynamics and sleep neurophysiology.

Results are presented of studies in Dutch and Mozambican populations of war victims conducted by our research group. These studies were aimed at the reoccurrence of PTNMs many years after the trauma. Among other things, prevalence data, phenomenology, course and the relationship with the traumatic experiences were studied. One of our hypotheses was the existence of two kinds of nocturnal intrusions: posttraumatic nightmares and posttraumatic nocturnal re-enactments. We could confirm this hypotheses. In the paper the consequences of the findings for further research and for treatment are discussed.

Disturbo post-traumatico da stress e depressione maggiore in un gruppo di sopravvissuti al disastro del Vajont

A. Favaro, C. Zaetta, G. Colombo, P. Santonastaso

Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di Padova

Introduzione: il disastro del Vajont accadde la notte del 9 ottobre del 1963 alle ore 22.39, quando dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccò una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia, che precipitò nel bacino idroelettrico. La massa franosa provocò un’onda di 50 milioni di metri cubi d’acqua, che investì prima i paesi posti sulle sponde del lago e poi superò la diga, proiettandosi verso la valle del Piave. Qui, con una pressione pari a due bombe atomiche di Hiroshima, devastò Longarone, Pirago, Villanova, Faè, Rivalta, parte di Codissago e Castellavazzo. Le vittime accertate furono 1917.

Metodologia Il campione è costituito da 39 soggetti (67% dei soggetti contattati), 12 donne e 27 uomini. L’età media dei soggetti è di 58,1 anni (DS = 9,7). A tutti i soggetti sono state somministrate una intervista semistrutturata sul trauma vissuto e la Structured Clinical Interview for DSM-IV per la diagnosi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e depressione maggiore (MDD). Tutti i soggetti infine hanno compilato due questionari autosomministrati: la Dissociative Experiences Scale e il Tridimensional Personality Questionnaire.

Risultati: in tutto il campione la frequenza lifetime dei disturbi studiati è stata del 26% per il PTSD e 28% per la MDD.

In base alla gravità del trauma i soggetti sono stati divisi in tre gruppi: A) i soggetti direttamente colpiti dall’ondata d’acqua; B) i soggetti che hanno assistito al disastro o che sono immediatamente accorsi, pur non essendo direttamente colpiti; C) le persone, assenti la notte del disastro, che sono tornate nei giorni successivi al disastro. Vi è una relazione diretta e significativa tra gravità del trauma e frequenza di PTSD e MDD. Oltre l’80% delle persone sopravvissute al disastro (gruppo A) avevano al momento dell’intervista un PTSD pieno o parziale.

In tutto il campione, non si sono riscontrati casi ad esordio tardivo, né casi con remissione completa o parziale dei sintomi. I sintomi dissociativi non sono frequenti e non sono statisticamente associati alla presenza di PTSD o depressione.

Conclusioni: i sopravvissuti al disastro del Vajont, valutati dopo 36 anni dall’evento traumatico, presentano un’alta frequenza di disturbi post-traumatici. Tali disturbi si caratterizzano per un decorso prevalentemente cronico.

Il disastro del Vajont rappresenta un trauma estremo e complesso non solo per la perdita di numerose vite umane e i gravi danni fisici e materiali subiti dai superstiti, ma anche per lo sradicamento e sfaldamento dell’intero tessuto socio-culturale dovuto alla perdita della continuità familiare, territoriale e culturale. Tali caratteristiche rendono questo evento difficilmente elaborabile, individualmente e collettivamente, dalla comunità dei superstiti.

Sintomi psicopatologici post-traumatici in una coorte di pazienti ustionati: uno studio esplorativo sulle variabili pre, peri e post-traumatiche.

V. Giordano, S. Giarratana, L. Crippa, M. Mantero

Istituto di Clinica Psichiatrica ,Ospedale Policlinico e Fatebenefratelli, Milano

Introduzione: un’ustione seria implica un importante impatto psicologico tra le persone che l’hanno vissuta. È un evento straordinario e la ferita risultante spesso comporta un forte impatto sull’immagine corporea e sulla autostima. Inoltre, dolore, debolezza e dipendenza sono tutti vissuti che vengono esperiti dal paziente durante l’ospedalizzazione, contribuendo così a rafforzare l’impatto emotivo che può avere una lesione di questo tipo. I pazienti ustionati possono quindi rappresentare un campione significativo per lo studio del Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS). Il DPTS può contribuire alla disabilità risultante dall’ustione.

Scopi e metodi: lo scopo di questo studio è stato la valutazione del DPTS dopo ustione in rapporto ai fattori predittivi relativi all’individuo esposto ed all’ambiente.

Il nostro campione è costituito da 35 pazienti da noi osservati presso il Centro di Chirurgia Plastica Ricostruttiva e Centro Ustioni dell’Ospedale di Niguarda, i quali sono stati testati rispettivamente entro un mese (17 pazienti, pari al 56,7% del campione) e dopo un mese, ma entro tre, (18 pazienti, pari al 43,3% del campione) dall’evento traumatico. Nel primo sottogruppo abbiamo valutato la presenza del DAS, nel secondo quella del DPTS.

Abbiamo proceduto alla raccolta di: anamnesi traumatica standardizzata per valutare fattori di rischio e fattori predittivi per il DAS e il DPTS.

Sintomatologia post-traumatica in rapporto ai criteri per la diagnosi di Disturbo Post-Traumatico da Stress e di Disturbo Acuto da Stress secondo il DSM IV è stata fatta con Mini International Neuropsychiatric Interview vers. 4.4; e CAPS-DX e CAPS-SX) e con la Scala di Impatto dell’Evento Rivista (IES-R) mediante l’analisi delle tre sottoscale: Evitamento, Intrusione, Ipervigilanza.

sintomi dissociativi tramite la PDEQ (Peritraumatic Dissociation Experience Questionnaire) al fine di rilevare sintomi psicopatologici post-traumatici e di ausilio diagnostico per il DAS.

sintomatologia depressiva mediante la scala di Hamilton per la depressione (HAMD) e la scala di Beck.

sintomatologia ansiosa mediante la scala di Hamilton (HAMA) e la scala State and Trait Anxiety Inventory (STAI). 

Risultati e conclusioni: il riscontro di una differenza statisticamente significativa (p = 0,001) alla STAI 1 tra i soggetti in cui è stata fatta diagnosi e quelli in cui non venivano soddisfatti tutti i criteri diagnostici, è in accordo con i dati della letteratura secondo i quali l’ansia – così come la depressione – è il disturbo più frequentemente associato al DPTS e al DAS. La valutazione a una settimana dall’evento ha evidenziato come la percezione del paziente, subito dopo il trauma, di non ricevere un adeguato supporto sociale e la presenza di un significativo disagio psichico, manifestata immediatamente dopo l’evento traumatico, costituiscano importanti fattori predittivi per lo sviluppo del DPTS. Inoltre la gravità dei pensieri intrusivi e l’evitamento possono essere significativamente associati allo sviluppo del DPTS qualora persistano per almeno una settimana dall’evento Il grado dell’ustione invece non risulta essere un fattore predittivo (Perry, 1992). Va infine ribadita che la necessità di seguire questi pazienti trova giustificazione negli studi di follow-up che riportano come 2 pazienti su 3 manifesteranno sintomi depressivi o di DPTS circa a sei mesi dall’ustione.

Dealing with trauma consequences in the aftermath of war in the community context

D. Ajdukovic*, M. Ajdukovic**

* Department of Psychology; ** Department of Social Work, University of Zagreb and Society for Psychological Assistance, Zagreb, Croatia

Many of those who have suffered from trauma perpetrated as a part of war-related violence, are, in addition to post traumatic symptomatology, likely to hold sets of beliefs that reflect a mixture of unsatisfied needs, high levels of uncertainty, insecurity and lack of hope. This is evident in refugees and veterans, children, adolescents, adults and elderly. During the stage of acute danger the priority for all has been basic safety and survival. Once this is relatively secured other needs emerge that are both existential and psychological. Once they surface, these needs are typically left frustrated for a prolonged period of time since the community and other support systems cannot meet them. All too often therefore the people in question are re-exposed to abundance of traumatic triggers as they continue to live in unstructured and unsafe world. If they are to deal effectively with the human-made, intentional psychological harm, the interventions in contexts need to promote change rather than simply provide support to clients and symptoms reduction. Community-based interventions are essential as they address a variety of needs of large populations and the main healing functions of a community are put to use - to contain and support both family systems and the individual members. In community-based interventions we seek to identify resources that are still remaining more or less intact and then work to strengthen the healing influence they can exert. The distinctiveness of this strategy derives from taking a systemic approach rooted in an assumption that communal wounds, inflicted by circumstances such as armed conflict require communal healing, which is specific when compared to individualised cases of traumatization such as rape or traffic accidents. It has to be acknowledged that healing cannot start if trauma victims are forced to functioning in a «survival mode» for prolonged periods because of prevailing adversities. This requires advanced planning, not only to mobilise resources for a protracted period of time but also to ensure a whole range of interventions can be offered. This notion will be illustrated by the «Pyramid of psychosocial interventions» and interventions used in psychosocial assistance programs. Under such circumstances healing should be seen as an interactive process that seeks to develop a range of relationships within affected communities that extend beyond those that are explicitly focused on mastery over posttraumatic symptoms. Therefore, healing of trauma is unlikely to be accomplished by any individual acting alone. How to start re-establishing supportive environments under circumstances where the very notion of belonging to a community has been disrupted is the critical challenge that will be illustrated. Data on effects of a psychoeducation intervention in trauma treatment of children and adolescents will be used as an illustration of such community-based psychosocial program.

Variazioni neuroendocrine e immunitarie nel Disturbo post-traumatico da Stress verso un nuovo approccio della psichiatria in medicina

G. Angelini, S. Ansaldi, A. Brignolo, E. De Vincenzo, S. Lerda, F. Roccia, S. Berrone

Dipartimento di Neuroscienze, Sezione Psichiatria, Università di Torino; Divisione Universitaria di Chirurgia Maxillo-Facciale, Università di Torino

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quarta Edizione, definisce il trauma come un evento inusuale, estremamente minaccioso e a notevole impatto emotivo, che evoca una risposta di paura, impotenza e orrore.

Sotto il profilo neurologico, il Disturbo Post-traumatico da Stress insorge quale conseguenza di una stimolazione sensoriale ripetuta, che viene mantenuta nel tempo dall’esperienza traumatica.

La specifica risposta di adattamento al trauma, non riflette la tipica reazione allo stress e se nella fase acuta, i livelli di catecolamine e di cortisolo circolanti sono aumentati, in risposta alle maggiori richieste di energia da parte dell’organismo, nello stress cronico tali concentrazioni paiono diminuite.

Nonostante recenti studi affermino che l’ipocortisolismo non è più considerato il principale mediatore neuroendocrino del Disturbo Post-traumatico da Stress, con l’impiego dello steroide di sintesi (desametasone) otteniamo una risposta di rinforzo dell’effetto inibitorio.

Tra i molteplici effetti negativi dello stress, è necessario considerare anche il ruolo svolto dal cortisolo sulla funzione immunitaria. Il ruolo «protettivo», esercitato in condizioni basali, viene perso nello stress cronico, per cui l’attivazione dell’immunità umorale, cellulo-mediata, l’aumentato passaggio in senso citotossico dei linfociti T, la riduzione del rapporto CD4/CD8 e la ridotta funzione delle cellule NK rappresentano le principali alterazioni.

La naturale conseguenza è una maggiore vulnerabilità verso malattie organiche croniche (autoimmuni, infettive) e neoplasie.

Ritenendo vera la necessità di ulteriori ricerche, volte ad accrescere o a confermare le attuali conoscenze biochimiche relative al Disturbo Postraumatico da Stress, presenteremo i risultati preliminari di una ricerca sperimentale sugli aspetti -t e immunitari nei pazienti affetti dal disturbo in fase acuta.

Dividendo il campione totale di 100 pazienti in due gruppi, in base alla diagnosi (DSM IV-TR), vogliamo dimostrare una significativa differenza tra pazienti affetti dal disturbo e i sottosoglia.

A distanza di un mese dal trauma, durante la prima visita ambulatoriale, verrà effettuato un prelievo per il dosaggio della cortisolemia e la sottotipizzazione linfocitaria (conta leuco-linfocitaria, CD3, CD4, CD8).

Studiando la correlazione tra questi parametri oggettivi e le variabili demografiche e soggettive avvaloriamo il modello multifattoriale di malattia nella patogenesi della malattia psichiatrica. L’opportunità di esplorare le reciproche interconnessioni tra questi aspetti non vuole avere solo un’utilità scientifica, ma essere la premessa per impostare nuove misure diagnostico-terapeutiche nell’approccio al paziente psichiatrico.

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Cavalieri 3

S5 - L’evoluzione dell’Autismo nell’età adulta e le metodologie di intervento

Moderatori

F. Barale, F. Gabrielli

 

Improving outcome for adults with autism

P. Howlin

St. George Hospital, University of London

The paper will address a number of issues related to prognosis in autism.

1) Drawing on published research it will review studies of outcome in adulthood generally, with a particular focus on employment, independent living and social relationships.

2) Recent data from a long-term follow-up of adults (Howlin, Goode and Rutter in preparation) will be used to explore factors, such as childhood IQ, that appear to predict functioning in adult life.

3) Evidence for differences in functioning between high functioning adults with autism and those with Asperger syndrome will be explored.

4) The effectiveness of specialist schemes, especially those designed to help adults with autism find appropriate employment will be evaluated.

La collaborazione tra pubblico e privato nella gestione delle problematiche psicopatologiche di soggetti autistici: il progetto sperimentale Sindrome Autistica della Regione Lombardia

A. Guerrini*, L. Moderato**, P. Moderato***

* Direttore Dipartimento di Salute Mentale, Ospedale Niguarda; ** Direttore di Divisione dell’Istituto Sacra Famiglia; *** Ordinario di Psicologia, Università di Parma

Agli inizi degli anni ’90, sotto la spinta dell’associazione delle famiglie, la Regione Lombardia ha strutturato un intervento organico per il trattamento di soggetti affetti da sindrome autistica e disturbi generalizzati dello sviluppo (ICD 10 F84).

Tale intervento ha vissuto diverse fasi, dal coinvolgimento dei soggetti interessati, alla formazione degli operatori, alla identificazione di poli sperimentali e specialisti di trattamento.

In particolare, sono stati sperimentati modelli di intervento e di formazione degli operatori, per garantire un collegamento continuo tra gli aspetti teorici e le necessità pratiche e quotidiane per la gestione delle psicopatologie e dei problemi di apprendimento dei soggetti autistici.

Nel progetto sperimentale Sindrome Autistica sono stati identificati 8 poli sperimentali di trattamento, e da un lato sono stati formati i rispettivi operatori attraverso strategie di training in service, dall’altro è stato valutato il rapporto di efficienza/efficacia di modelli di intervento derivanti dall’approccio cognitivo-comportamentale e psicoeducativo-strutturato. In particolare il lavoro in service di operatori e dirigenti ha permesso una maggiore conoscenza derivanti dal confronto continuo e dalla partecipazione attiva e motivata degli operatori basata sulla rappresentazione di casi clinici con l’aiuto di video e strumenti mediatici. Si può dire che il confronto tra questi 8 poli ha permesso di promuovere un miglioramento della qualità del servizio reso, e contemporaneamente un aumento di motivazione degli operatori.

Evoluzione dell’Autismo in età adulta e modelli di intervento

F. Barale, S. Ucelli di Nemi

Università di Pavia, DSSAP

Il Laboratorio Autismo del DSSAP dell’Università di Pavia ha seguito nei quattro anni della sua attività circa 150 casi di Disturbo Autistico nell’età adulta, oltre a svolgere attività di consulenza e supervisione sistematica presso i Centri Socio Educativi del Comune di Pavia, dove molti adulti con Autismo ricevono assistenza diurna.

A partire dalle evidenze di questa esperienza e dalla revisione dei dati della letteratura sull'evoluzione dell’Autismo nell’età adulta verranno delineate alcune questioni di fondo riguardanti gli approcci e le strategie di intervento.

Particolare attenzione verrà data ai predittori di esito, allo snodo dell’adolescenza, agli aspetti di continuità e discontinuità nell’evoluzione ed ai fattori correlati, alla comorbidità, all’articolazione tra interventi tecnici e cura degli aspetti contestuali, di particolare importanza nel caso dell’Autismo.

Verranno prese in considerazione le principali e diverse proposte per migliorare il funzionamento e la qualità di vita delle persone adulte con Autismo.

L’Autismo, sindrome che raggruppa condizioni di eziologia diversa e con caratteristiche anche assai disparate, richiede un arco differenziato di interventi.

In questi anni il Laboratorio Autismo ha particolarmente studiato il modello delle farm communities e ha curato, per conto di una Fondazione di genitori, il progetto «Cascina Rossago», riconosciuto come progetto sperimentale dalla Regione Lombardia. Cascina Rossago, prima farm community italiana per adulti con Autismo, inizierà la sua attività nella prossima primavera. Verranno discusse le evidenze a sostegno dell'utilità di questo modello di intervento.

L’Autismo in età giovane-adulta: stabilità della diagnosi, funzionamento sociale e qualità della vita familiare

P. Pfanner, R. Tancredi, M. Marcheschi

Università di Pisa

Verranno esposti i dati relativi all’evoluzione di un campione di soggetti autistici nell’età giovane-adulta.

Verranno messi a fuoco in particolare le questioni delle stabilità della diagnosi, del funzionamento sociale, del carico emotivo e della qualità della vita familiare.

Valutazione dell’efficacia di interventi psicoeducativi in un campione di adolescenti con sindrome autistica

G. Carrà, G. Segagni Lusignani, S. Madini, C. Muzio*

Dipartimento SSAP, Laboratorio Autismo, Università di Pavia; * Istituto Paolo VI, Casalnoceto (AL)

Introduzione: indagare il funzionamento di soggetti autistici, soprattutto all’interno dei gruppi nei quali le capacità verbali sono limitate o assenti, è complesso, per le molteplici questioni cui tale valutazione è intrinsecamente legata. La letteratura recente suggerisce l’impiego di strumenti di valutazione di agile applicazione in diversi contesti clinici. Questo lavoro si propone di valutare un modello di intervento psicoeducativo attuato presso l’istituto Paolo VI di Casalnoceto e ispirato alla metodologia TEACCH, tramite un disegno di follow up a due anni.

Metodologia: il campione esaminato era costituito da 7 soggetti, 5 maschi e 2 femmine, con un’età media 15,5 anni. Tre dei soggetti in esame avevano ricevuto diagnosi di autismo infantile e quattro di autismo atipico, secondo i criteri diagnostici ICD 10.

Si è scelto di utilizzare come strumento valutativo, seguendo le indicazioni della letteratura, lo Psychoeducational Profile - Revised (PEP-R) ed in particolare gli items della scala relativi allo sviluppo. Tali items sono stati somministrati al momento dell’arruolamento dei pazienti (t0) e, successivamente dopo due anni di intervento psicoeducativo (t1).

Risultati: l’analisi dei dati, condotta tramite test T di student, ha mostrato un miglioramento significativo per quanto concerne gli items relativi a percezione, motricità fine, coordinazione occhio-mano, abilità concettuali non verbali (p < 0,05) ed altamente significativo (p < 0,01) per motricità grossolana e valutazione globale dello Sviluppo; non significativo per imitazione ed abilità concettuali verbali.

Conclusioni: nonostante il carattere preliminare dei nostri dati, le caratteristiche del modello di intervento proposto appaiono efficaci nell’orientare gli operatori rispetto ad aree particolarmente deficitarie, e quindi meritevoli di attenzione - intervento - trattamento.

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Verde

S6 - Disturbi del comportamento alimentare

Moderatori

G.F. Placidi, M. Mauri

 

Genetica dei DCA e sistema serotoninergico

V. Ricca, B. Nacmias, E. Cellini, M. Di Bernardo, S. Sorbi, G.F. Placidi

Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di Firenze

Studi condotti su famiglie e gemelli, nonché indagini di biologia molecolare, hanno avvalorato la convinzione secondo la quale almeno il 50% della varianza nell’insorgenza dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) debba essere attribuito a fattori genetici. Negli ultimi anni sono stati diffusamente studiati alcuni polimorfismi propri dei geni deputati alla codifica dei recettori per la serotonina (5-HT) 1. A differenza di quanto riguarda l’Anoressia Nervosa (AN) e la Bulimia Nervosa (BN), finora è stato condotto un solo studio finalizzato alla valutazione dell’eventuale ruolo svolto da polimorfismi di geni che codificano per i recettori del sistema 5-HT in soggetti affetti da Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED) 2. Scopo del presente lavoro è stata la analisi della distribuzione del polimorfismo (-1438 G/A) nel promotore del gene per il recettore 5-HT2A in una popolazione di soggetti affetti da AN, BN, BED, in obesi non BED e in controlli sani. 

420 soggetti sono stati valutati applicando i criteri del DSM IV per i DCA. 74 pazienti affetti da AN Restricting Type (ANr) [BMI 13,8 ± 2,5 m2, età media 19,2 anni, sd = 1,8]; 74 pazienti affetti da AN binge/purging Type (ANp)[BMI 15,6 ± 2,1 kg/m2, età media 21,8 anni, sd = 4,0]; 86 pazienti affetti da BN binge/purging Type (BNp) [BMI 20,2 ± 2,7 kg/m2, età media 23,8 anni, sd = 3,9]; 54 pazienti affetti da BED [38,5 ± 6,1 kg/m2, età media 39,5 anni, sd = 13,76]; 132 soggetti obesi [BMI 37,7 ± 4,9 kg/m2, età media 43,3 anni, sd = 12,75] con anamnesi negativa per AN, BN o BED. Inoltre sono stati studiati per il medesimo polimorfismo 115 controlli negativi all’assessment psichiatrico [età media 26,25 anni, sd = 6,1]. Le frequenze del polimorfismo –1438G/A sono state analizzate mediante test chi quadro.

I soggetti ANr presentano una frequenza maggiore del genotipo-1438 A/A (35,13% vs. 10,43%; p < 0,0001)e della frequenza allelica –1438A rispetto ai controlli, mentre i soggetti Anp non si differenziano significativamente rispetto ai controlli. I soggetti BNp mostrano un genotipo A/A (25,28% vs. 10,43%, p = 0,02) e una frequenza allelica –1438A (p < 0,0001) significativamente superiore ai controlli. Riguardo ai soggetti BED, essi presentano una rappresentazione dell’allele A (0,509 vs 0,361) e del genotipo A/A (24,07% vs. 10,43%) superiore rispetto ai controlli ma in misura non significativa. Allo stesso modo, non vi sono differenze significative nel confronto tra soggetti BED e obesi non-BED.

In conclusione, tali dati suggeriscono un possibile ruolo del polimorfismo oggetto del nostro studio nella patogenesi dei DCA ed indicano anche come lo stesso polimorfismo non consenta di distinguere, da un punto di vista genetico, tra soggetti obesi BED e obesi non-BED.

Bibliografia

1   Hinney A, Remshmidt H, Hebebrand J. Candidate gene polymorphism in eating disorders. Eur J Pharmachology 2000;410:147-159.

2   Burnet PW, Smith KA, Cowen PJ, et al. Allelic variation of the 5-HT2C receptor in bulimia nervosa and bingeeating disorder. Psychiatr Genet 1999;9:101-104.

Immagine corporea, obesità e Binge Eating Disorder

C.E Ramacciotti, E. Coli, D. Griesi, A. Di Sotto, R. Paoli, S. Castrogiovanni, G. Gabriellini, L. Dell’Osso

Dipartimento di Psichiatria, Farmacologia, Neurobiologia e Biotecnologie, DPFNB, Università di Pisa

Introduzione: con l’incremento della diffusione dell’Obesità si è assistito al rinnovarsi dell’interesse per questa patologia ed alla individuazione all’interno dei Disturbi della Condotta Alimentare (DCA) una nuova categoria diagnostica il Binge Eating Disorder (BED), caratterizzato dalla presenza di abbuffate in assenza di condotte di eliminazione, con conseguente incremento del peso corporeo. Studi precedenti hanno evidenziato come i soggetti con BED presentino un iperinvestimento sull’immagine corporea, con indebita influenza sui livelli di autostima sovrapponibile a quella delle pazienti con Anoressia (AN) e Bulimia Nervosa (BN). Obiettivo della presente ricerca è valutare la presenza nei soggetti obesi, con e senza BED di altri sintomi dello spettro anoressico-bulimico ed in particolare di disturbi dell’immagine corporea.

Metodologia: il campione in studio è costituito da soggetti afferiti presso il DPFNB ed un Centro per il Trattamento dell'Obesità, con un BMI > 27 kg/m2. Dopo essere stati sottoposti ad un colloquio clinico basato sulla Binge Eating Disorder Clinical Interview (BEDCI) per la detenzione del BED, i partecipanti allo studio hanno compilato la Body Uneasiness Test (BUT) e la Eating Disorder Inventory-2 (EDI-2).

Risultati: vengono esposti i dati preliminari relativi ad un campione di 20 soggetti obesi, di cui 7 soddisfacevano i criteri del DSM-IV per il BED.

Conclusioni: i risultati preliminari di questa ricerca evidenziano come tra gli obesi, la presenza del BED si dà un livello significativamente maggiore di disadattamento secondario alla presenza di disagio relativo all’immagine corporea, con significativi riflessi sull’autostima e compromissione del funzionamento interpersonale e lavorativo. La correlazione tra sentimenti negativi connessi all’immagine corporea e livelli di autostima, che costituisce un sintomo nucleare sia della AN che della BN, potrebbe costituire un criterio diagnostico addizionale per discriminare tra gli obesi la presenza del BED.

Fattori predittivi di decorso in soggetti con DCA

C. Segura García, F. Pantusa, P. Rotella, R. Nicoletta, P. De Fazio, A. Amati

Cattedra e Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica «G. Salvatore», Università «Magna Graecia», Catanzaro

Introduzione: la diagnosi categoriale dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DSM-IV e l’ICD-10) allo stato attuale appare sufficientemente affidabile, anche se residuano controversie riguardo al BED. Allo stesso tempo sono disponibili evidenze biologiche e cliniche che supportano complesse linee guida per il trattamento. Non sono invece altrettanto codificati i criteri per stabilire la guarigione clinica, né sono stati identificati chiari fattori predittivi di outcome del trattamento.

Scopo: individuare l’eventuale esistenza di fattori predittivi di outcome tra i soggetti affetti da DCA.

Materiale e metodo: sono stati esaminati tutti i pazienti con diagnosi di DCA (DSM-IV) afferiti nell’arco di 12 mesi all’ambulatorio dell’Unità Operativa di Psichiatria.

I pazienti sono state valutati all’inizio del trattamento mediante: EDI-2, EAT-40, MMPI, TCI, PBI, BUT, STAI, ZUNG-D, TAS, MIRA, QSA, Pensieri positivi e negativi, e Scala sull’abbuffata, ed è stata effettuata una osservazione naturalistica per 12 mesi.

I criteri di guarigione sono stati:

anoressia: normalizzazione del BMI e scomparsa spontanea dell’amenorrea

bulimia: scomparsa delle abbuffate e delle condotte compensatorie.

Risultati: il campione è risultato costituito da 35 pazienti di sesso femminile: 18 AN (51,4%), 9 BN (25,7%) e 8 NAS (22,9%); età media 23,42 ± 5,76 anni; età inizio dei disturbi 18,16 ± 4,58.

Tutte le pazienti sono state trattate secondo le Linee guida dell’APA.

Sono risultate guarite 6 (33%) delle pazienti anoressiche (5 restricter e 1 purging), e 1 (11%) delle pazienti bulimiche (purging).

Non sono state identificate caratteristiche distintive di personalità, di temperamento e di carattere tra le pazienti che guariscono, così come non sono emerse differenze significative nei livelli di ansia o depressione. Per tutte le pazienti è stato identificato un pattern di rapporti interpersonali molto simile e non sono state rilevate differenze significative per quanto riguarda il vissuto della loro immagine corporea e il livello di insight.

Le pazienti con remissione della sintomatologia hanno presentato le seguenti caratteristiche distintive:

1) età media inferiore (p < 0,05)

1) maggiore compliance della terapia (p < 0,05)

2) maggiore durata della terapia (p < 0,017)

3) maggiore score di care paterno (p < 0.04).

Conclusioni: allo stato attuale non è possibile ottenere validi predittori di outcome dalle variabili sociodemografiche, psicopatologiche e di personalità in soggetti affetti da DCA. Solo fattori interni al trattamento come la compliance o la durata del trattamento e l’intensità del care possono in qualche modo identificare i pazienti che migliorano.

Esistono delle indicazioni al trattamento farmacologico dell’anoressia nervosa?

P. Santonastaso, A. Favaro

Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di Padova

Il razionale per l’utilizzazione di SSRI nell’anoressia nervosa (AN) si basa sul fatto che l’attività serotoninergica sembra essere ridotta sia in studi che valutano le concentrazioni liquorali di acido 5-idrossindolacetico (Kaye et al., 1998), sia in studi funzionali che utilizzano le risposte secretorie di GH, cortisolo e prolattina alla somministrazione acuta di L-triptofano, m-clorofenilpiperazina e fenfluramina (Monteleone et al., 2000).

È stato ipotizzato che la ridotta funzionalità serotoninergica riscontrata nell’AN in fase acuta possa essere un effetto secondario della restrizione alimentare elevata e, conseguentemente, della ridotta disponibilità di triptofano; questa ipotesi non è stata confermata da un recente studio svolto a Padova (Favaro et al., 2000).

Interessanti sono anche le osservazioni nelle pazienti in fase di remissione della malattia. Alcuni studi hanno infatti osservato concentrazioni elevate di acido 5-idrossindolacetico nel liquor di pazienti anoressiche guarite da molto tempo (Kaye et al., 1998). Sia nelle pazienti guarite da AN che da BN sembrano permanere alcuni tratti di personalità (in particolare il perfezionismo) indicativi di una persistente alterazione del sistema serotoninergico (Kaye et al., 1998), facendo ipotizzare che queste alterazioni possano essere alla base della patogenesi del disturbo dell’alimentazione.

La letteratura internazionale concorda sul fatto che gli psicofarmaci giochino un ruolo marginale nel trattamento dell’AN. Tuttavia, alcuni studi sembrano evidenziare un possibile ruolo dei farmaci SSRI in alcune fasi del trattamento dell’AN e nella prevenzione delle ricadute (Kaye et al., 1998). Purtroppo gli studi controllati in questo ambito sono ancora pochi e presentano numerose limitazioni: quasi tutti sono stati effettuati su pazienti ricoverati che svolgevano un trattamento riabilitativo e quindi in un ambito che è già stato dimostrato essere di per sé efficace nel trattamento dell’AN. Una carenza ancora più rilevante è che mancano studi che valutino le differenze nella risposta al trattamento farmacologico tra i diversi sottogruppi diagnostici dell’AN che, per le diverse caratteristiche cliniche evidenziate, potrebbero rispondere diversamente ai farmaci utilizzati.

Poiché i farmaci SSRI risultano efficaci sia per il trattamento dei disturbi depressivi che del disturbo ossessivo-compulsivo, il loro uso sembra promettente per la comune presenza di sintomi di entrambi gli spettri nell’AN. Esistono solo tre studi controllati sull’efficacia degli SSRI nell’AN, di cui uno in doppio cieco, controllato con placebo (Attia et al., 1998), e altri due, che sono stati effettuati in aperto (Strober et al., 1999; Santonastaso et al., 2001).

Lo studio di Attia et al. (1998) e quello di Strober et al. (1999) svolti in ambito ospedaliero non hanno riscontrato alcun beneficio nell’associare fluoxetina al trattamento riabilitativo. Risultati più incoraggianti sono stati ottenuti nello studio svolto a Padova su un gruppo di pazienti con AN di tipo restrittivo trattate con terapia cognitivo-comportamentale a livello ambulatoriale: sebbene l’uso del farmaco non apportasse un beneficio rilevante nell’incremento di peso, le pazienti trattate con sertralina mostravano una diminuzione significativamente maggiore dei sintomi depressivi, dei sintomi ossessivo-compulsivi e della paura di ingrassare. Questa osservazione fa pensare che l’uso degli SSRI potrebbe essere più utile nelle terapie ambulatoriali, per aiutare i pazienti che abbiano una sufficiente motivazione a superare le difficoltà legate ai vissuti depressivi e alle ossessioni su cibo e peso corporeo.

È importante fornire ai pazienti corrette informazioni sull’uso dei farmaci SSRI per cercare di prevenire una precoce e brusca sospensione della terapia che può portare alla cosiddetta «sindrome da sospensione da SSRI» (Favaro et al., 2001).

Bibliografia

Attia E, Haiman C, Walsh T, Flater SR. Does fluoxetine augment the inpatient treatment of anorexia nervosa? American Journal of Psychiatry 1998;155:548-51.

Favaro A, Friederici S, Santonastaso P. Predictors of sertraline discontinuation syndrome in anorexia nervosa. Journal of Clinical Psychopharmacology 2001;21:533-535.

Favaro A, Caregaro L, Burlina AB, Santonastaso P. Tryptophan availability, excessive exercise and nutritional status in anorexia nervosa. Psychosomatic Medicine 2000;62:535-538.

Kaye WH, Gendall K, Strober M. Serotonin neuronal function and selective serotonin reuptake inhibitor treatment in anorexia and bulimia nervosa. Biological Psychiatry 1998;44:825-838.

Santonastaso P, Friederici S, Favaro A. Sertraline in the treatment of anorexia nervosa. Journal of Child and Adolescent Psychopharmacology 2001;11:143-150.

Strober M, Pataki C, Freeman R, De Antonio M. No effect of adjunctive fluoxetine on eating behavior or weight phobia during the inpatient treatment of anorexia nervosa: an historical case-control study. Journal of Child and Adolescent Psychopharmacology 1999;9:195-201.

 

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala San Pietro A

S7 - Esordio psicotico: trattamento integrato nel servizio pubblico

Moderatori

P. Petrini, C. Munizza

 

Esordio psicotico: valutazione delle funzioni cognitive in relazione al trattamento con neurolettici atipici

G. Vinci, A. Borriello, O. Galluccio, R. Popolo, D. Stigliano, S. De Simone, A. Balbi

«Spazio Giovani» III Distretto DSM ASL Roma D

La compromissione delle funzioni cognitive è strettamente correlata con la schizofrenia fin dalle prime descrizioni di Kraepelin.

I deficit cognitivi potrebbero rappresentare l’elemento fisiopatologico centrale del disturbo schizofrenico poiché appaiono precocemente nel suo decorso e non possono essere interamente attribuiti alla cronicità, ai farmaci o ai sintomi positivi.

Molti studi dimostrano la associazione tra i deficit ed esiti peggiori in campo sociale e lavorativo.

I nuovi antipsicotici atipici sembrano mostrare una intrinseca capacità di non indurre fenomeni involutivi e in molti casi di evitare tale compromissione cognitiva..

Il gruppo di lavoro, che si occupa del trattamento integrato dei giovani adulti nel III Distretto del DSM della ASL RMD, ha voluto verificare l’ipotesi se i trattamenti degli esordi psicotici con neurolettici atipici possa incidere positivamente sulle funzioni cognitive dei pazienti.

È stato elaborato un protocollo cui sono stati sottoposti tutti i pazienti con esordio psicotico nel periodo giugno 2000-luglio 2001, afferiti al nostro centro direttamente o contattati nel SPDC dell’Ospedale Forlanini di Roma.

I criteri di inclusione prevedono, in sintesi, una diagnosi di disturbo dell’area psicotica secondo il DSM IV, un’età compresa tra i 17 ed i 25 anni, di ambedue i sessi.

I criteri di esclusione prevedono l’insufficienza mentale, l’abuso di sostanze nel mese precedente l’esordio, malattie pregresse del sistema nervoso centrale, trattamenti con farmaci psicoattivi, la gravidanza.

I pazienti sono stati sottoposti al primo contatto ad una valutazione clinica, è stata compilata la BPRS, e il CGI ed è stata iniziata la terapia con neurolettici atipici e con gli altri presidi ritenuti opportuni dai terapeuti.

Queste valutazioni sono state ripetute dopo sei settimane, aggiungendo la scala Simpson Angus per i disturbi extrapiramidali, e dopo un anno.

La valutazione delle funzioni cognitive è stata effettuata entro 20 giorni dal primo contatto e dopo un anno.

Abbiamo utilizzato un protocollo elaborato da uno specifico gruppo dipartimentale che prevede i seguenti test; Digit Span avanti indietro, Trail Making Test B, FAS, Attenzione selettiva, Memoria a breve termine, Recupero spontaneo, Immagazzinamento, W.C.S.T., CPM, Stroop Test Interferenzate.

Sono stati arruolati finora sei pazienti e le valutazioni sono in fase di elaborazione.

I primissimi dati sembrano confermare la nostra ipotesi.

Questo lavoro è solo agli inizi, per formulare giudizi più approfonditi dovremo valutare un gran numero di pazienti, ma riteniamo che le potenzialità di questa metodologia possano essere di grande interesse per assicurare un corretto tratta mento ai nostri giovani pazienti.

Interventi precoci intensivi nelle psicosi: presupposti teorici e linee-guida

A. Fiorillo

Istituto di Psichiatria, Università di Napoli SUN

Negli ultimi anni, vi è stato un crescente interesse per gli esordi psicotici, soprattutto perché è stato ipotizzato da diversi Autori che questa fase della malattia possa rappresentare un «periodo critico», in grado di influenzare l’esito a lungo termine della malattia.

Il concetto degli interventi precoci si riferisce alla tempestiva identificazione dei pazienti con psicosi, e alla somministrazione di adeguati interventi biopsicosociali, al fine di limitare e prevenire eventuali difficoltà associate a queste patologie.

Il modello degli interventi precoci si basa su un approccio multidisciplinare e prevede la totale presa in carico del paziente all’esordio della malattia (o comunque entro i primi tre anni di malattia). L’équipe è costituita da diverse figure professionali, quali psichiatri, psicologi, infermieri, tecnici della riabilitazione, assistenti sociali e «occupational therapists». Il principio ispiratore dei servizi di interventi precoci è quello di fornire assistenza specialistica in un ambiente non stigmatizzante e facilmente accessibile per le persone che presentano un primo episodio psicotico. L’accesso al servizio è facilitato da una stretta collaborazione del servizio stesso con i medici di base, i pronto soccorso psichiatrici e gli altri servizi territoriali di psichiatria. I criteri di inclusione prevedono: a) età compresa tra 16 e 35 anni; b) sintomi psicotici quali allucinazioni, deliri, disturbi del pensiero, disturbi del comportamento. Questi pazienti vengono seguiti per un periodo di tempo sufficiente a formulare una diagnosi; se si tratta di «Schizofrenia» o disturbi correlati i pazienti vengono affidati ad un «key-worker», che ha il compito di coordinare l’assistenza al paziente, altrimenti vengono affidati ai servizi territoriali di appartenenza. Le linee-guida di trattamento integrato prevedono: a) case-management; b) farmacoterapia: trattamento acuto e fase di mantenimento; c) terapia cognitivo-comportamentale; d) programmi di addestramento alle abilità lavorative e sociali; e) terapia familiare psicoeducativa.

In questo contributo, riporterò i presupposti teorici degli interventi precoci nelle psicosi e descriverò le linee-guida per l’intervento integrato intensivo nell’esordio psicotico.

Diagnosi precoce e psicoterapia breve nell’esordio psicotico

E. De Pisa*, P. Petrini**

* SPDC Ospedale «S. Giovanni Calibita», Fatebenefratelli, Isola Tiberina, Roma; ** SPDC «Paola Sarro» Ospedale G.B. Grassi, Ostia, Roma DSM ASL Rm D

La «crisi» è parte integrante e fondamentale della vita psichica e sociale di ogni paziente, che appartiene alle sue scelte di vita ed alla storia personale passata e specialmente attuale della persona; tutti sappiamo che la crisi è il risultato di molteplici variabili (terapeutiche, relazionali, emotive e sociali) che non sono indipendenti tra loro, ma costituiscono la risposta del paziente ad una rottura di un equilibrio precedente. Il nostro compito è quello di dare un significato all’agito del paziente, «svelando» le dinamiche dell’episodio, facendo elaborare al paziente (ed ai familiari) la crisi. Tutto ciò deve avvenire attraverso un processo di indagine rispettoso, scrupoloso, ma nello stesso tempo attento e profondo, nonché determinato dall’etica professionale; tale processo deve portare, dopo una attenta analisi, a dare una motivazione alle scelte terapeutiche, che devono contribuire a ridisegnare un vissuto emotivo, e non a silenziare un sintomo, che rischia altrimenti di passare senza che se n’abbia potuto capire il senso, il significato, il perché.

Il nostro compito è quello di rispondere presto e bene, nell’esordio psicotico, rispettando l’individualità e la realtà socio-culturale, familiare e religiosa, e l’unicità della persona, cercando di capire il «contesto della rottura» per utilizzarlo per realizzare risposte adeguate, efficaci ed efficienti rispetto al momento-vissuto nella vita del paziente; tali risposte non devono essere buone o stereotipate, ma devono essere individuali e giuste rispetto al paziente e rispetto a questo momento della sua vita.

L’obiettivo principale di lavoro è di duplice definizione, ma diviene unico nella prassi operativa:

1. Arrivare il prima possibile a formulare una ipotesi diagnostica dello stato del paziente.

2. Evitare attraverso modalità di intervento efficaci ed efficienti nuovi ricoveri per lo stesso paziente, avviando fin dall’inizio un trattamento psicoterapico e psicofarmacologico adeguato.

Esordio psicotico e terapia familiare

A. Acerra

DSM, ASL Avellino 1

L’approccio sistemico-relazionale privilegia una lettura dell’esordio psicotico come comunicazione di sistema, che richiede nell’ambito di una prospettiva di intervento terapeutico l’approfondimento delle dinamiche relazionali all’interno del contesto familiare e di riferimento significativo per il paziente.

L’esordio psicotico, così letto, non rappresenta solo l’avvio di un processo psicopatologico, ma è l’effetto di una mancata elaborazione in termini di comunicazione, verbale e non, e la risposta a segnali non altrimenti riconosciuti, se non attraverso la definizione di «sintomo» da parte di un «esperto», con il significato esclusivo di malattia.

Spesso è proprio la connotazione psicopatologica di comportamenti e di vissuti altrimenti comprensibili e spiegabili nell’ambito del contesto di insorgenza e della storia del soggetto, che impedisce di decodificarne il significato relazionale. Tali «disattenzioni» ripetute nel tempo finiscono per connotarsi come non risposte o risposte inadeguate, a cui non può non seguire una crisi, come indicatore di segnale più forte, a cui spesso è necessario far seguire il ricovero.

Il nostro obiettivo è quello di verificare tale ipotesi teorica di approccio, attraverso uno studio di follow-up sui ricoveri in SPDC che seguono ad un esordio psicotico nell’arco di due anni; l’esperienza clinica evidenzia come spesso il ricovero sia una soluzione necessaria, ma inadeguata sul piano terapeutico, se non diventa l’avvio di un processo di analisi delle dinamiche relazionali che ne hanno determinato la scelta, sia da parte dei familiari che da parte degli operatori.

I dati confermano che proprio a partire dal ricovero può avviarsi la necessaria integrazione di un intervento farmacologico con quello familiare, che restituisca alla famiglia la competenza delegata all’esperto; solo così il ricovero si rivela non più una soluzione, che è obbligatorio percorrere con il rischio di recidive e di cronicizzazione, ma l’opportunità per una risposta più efficace, valutabile sia in termini di riduzione di incidenza del ricovero stesso, sia in termini di evoluzione positiva dell’esordio psicotico.

La componente allucinatoria nei disturbi dell’esordio schizofrenico

G. Lago*, C. Bottoni**

* DSM ASL Roma D; ** Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università de L’Aquila

L’esordio schizofrenico è come la punta di un iceberg, la cui parte immersa supera in ampiezza ciò che emerge.

Nel modello integrato vulnerabilità-stress-coping, cui facciamo riferimento, i sintomi di base assumono validità e specificità diagnostica, oltre che essere indici significativi di predisposizione.

Tuttavia, la nostra esperienza clinica ci porta a operare una prima distinzione fondamentale tra gli esordi psicotici, distinguendo al loro interno forme schizofreniche e forme non schizofreniche (bouffées deliranti). Di queste ultime sottolineiamo la differenza rispetto agli esordi schizofrenici, sia in termini quantitativi che qualitativi, ossia per quanto riguarda il carattere del delirio e delle allucinazioni.

La stessa presenza nell’anamnesi dei pazienti di una lenta transizione verso «disturbi cognitivi del pensiero», ci porta alla messa in evidenza nella componente allucinatoria dell’esordio schizofrenico di una modalità specifica che, a partire da «autoistruzioni», «autocommenti», «autoconversazioni» interni, conduce il soggetto all’udito dei propri pensieri.

La transizione dal sintomo di base (Klosterkötter) al sintomo clinico dell’allucinazione uditiva richiede però la modalità fenomenologica della «comparsa del personaggio» manierato (Barison) che «sfida» l’ambiente umano circostante, mediante la credenza affermativa (Janet) nella provenienza esterna della «voce».

La possibilità di passare dalla perplessità angosciante della lunga fase di depersonalizzazione alla certezza dell’udire le «voci» ci sembra il frutto dell’applicazione intenzionale di una valenza psichica del linguaggio fatuo.

Lo schizofrenico iniziale presenta un «disturbo del linguaggio recettivo» e, con la credenza affermativa, trasforma il proprio pensiero in parola proveniente dall’esterno. La parola, staccata dal movimento del corpo e dalla percezione da cui dovrebbe derivare (Merleau-Ponty), perde il senso e diventa fatua.

Pervicace nella sua «sfida», lo schizofrenico dice di sentire, e in quel dire, riportando «fedelmente» intere frasi «udite», c’è la sua pretesa assurda di creare dal nulla, il nulla.

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Malta

S8 - Il cyberspazio e la salute: fluidità di genere, relazioni, rischi psicopatologici e potenzialità terapeutiche della comunicazione virtuale

Moderatori

T. Cantelmi, D. La Barbera

 

L’amore e l’amicizia in Rete. Chat line e dintorni: una ricerca sperimentale

S. Cannizzaro, T. Cantelmi

Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università di Palermo Puntocom, Associazione per lo sviluppo di comunità, ONLUS, Palermo

Introduzione: il presente contributo analizza il fenomeno delle chat line prendendo in considerazione il rapporto esistente tra il loro uso e le modalità relazionali dei giovani adulti nonché la fenomenologia delle relazioni affettive che si instaurano all’interno di tali spazi interattivi.

Metodologia: ad un campione di 75 soggetti utenti di Internet sono stati somministrati un questionario informativo e un questionario relazionale (ANINT-EBps).

È stata inoltre condotta l’analisi del contenuto di storie (51) di «amori di chat» narrati da soggetti partecipanti alla comunità virtuale Atlantide con riferimento ai corrispondenti profili personali.

Risultati: l’analisi dei dati ottenuti dai questionari ha evidenziato che le persone che usano le chat line hanno relazioni sociali con gli amici personali diverse da coloro che non le usano e che esiste una differenza di legame con gli amici delle chat line in relazione all’intensità di uso delle medesime.

Dall’analisi dei resoconti di relazioni affettive nate all’interno delle chat line emerge una modalità relazionale improntata su rapida intimità, intenso coinvolgimento affettivo e forte condivisione emotiva. Si evidenzia un ricorrente bisogno di contatto umano e ricerca di relazione affettiva caratterizzata da libertà di espressione, comprensione e accettazione interpersonale svincolata da comportamenti di ruolo.

Conclusioni: le chat line consentono un ampliamento degli orizzonti esperenziali e dei contesti relazionali configurandosi come peculiari reticoli esistenziali per nuovi modi di amare e fare amicizia. La psicologia delle relazioni nelle chat line evidenzia un significativo intreccio tra bisogni soggettivi, fattori di personalità predisponenti, qualità delle relazioni interpersonali nei contesti reali di vita, modalità di uso degli spazi interattivi e caratteristiche specifiche della comunicazione virtuale.

Bibliografia

Cantelmi T, Del Miglio C, D’Andrea A, Talli M. La mente in Internet - Psicopatologia delle condotte on line, Piccin, Padova, 2000.

Di Maria F, Cannizzaro S. Reti telematiche e trame psicologiche - Nodi, attraversamenti e frontiere di Internet, Franco Angeli, Milano, 2001.

Tech abusers: dal Grande Fratello al Cyberspazio. Aspetti clinici e note psicopatologiche

D. La Barbera

Istituto di Alta Specializzazione in Psicologia e Fisiopatologia delle Tecnologie Mediatiche Avanzate, Laboratory for Advanced Study, ERICELAB.

Le tecnologie della comunicazione svolgono un ruolo sempre più ampio nelle nostre vite e influenzano in modo crescente i modelli cognitivi e la sfera emotivo-affettiva. Esse rappresentano sicuramente un importante fattore di progresso umano e culturale grazie alla straordinaria connettività che consentono (De Kerckhove D., 2001) ma allo stesso tempo delineano possibili situazioni di disagio psichico prevalentemente caratterizzate da fenomeni di abuso e dipendenza variamente articolati (Cantelmi T., 1999, La Barbera D., 2000, 2001). Per una adeguata comprensione di tali fenomeni che sembrano configurare una nuova dimensione di psicopatologia emergente, va preliminarmente definita la (eventuale) specificità della relazione con il singolo mezzo tecnologico ed il relativo canale mediatico, cui potrebbe corrispondere un peculiare tipo di «interazione» mentale e di disposizione affettiva. Su un altro versante appare indispensabile indagare quali disturbi di asse I e di Asse II espongano ad un maggiore rischio di «tech abuse» e le conseguenti aree di comorbilità o di «alternanza» psicopatologica che ne derivano.

Sul piano clinico è possibile evidenziare almeno 5 differenti quadri di «tech abuse» in rapporto alla prevalenva di fenomeni di tipo 1) ansioso, 2) depressivo, 3) implusivo-complulsivo, 4) autistico, 5) dissociativo; sono ovviamente possibili quadri misti e di transizione da un tipo all’altro.

Dal punto di vista teorico ed in relazione alle dinamiche eziopatogenetiche va ancora considerato quanto i fenomeni di abuso tecnologico rappresentino la diretta ed esclusiva conseguenza di un preesistente assetto psicopatologico, pregresso, attuale o latente, e quanto, invece, debbano essere considerati come disturbi «ex novo», valorizzando maggiormente in un caso l’effetto patoplastico delle tecnologie mediatiche, nell’altro la diretta azione patogena di queste.

Infine è necessario rilevare come lo studio di tali fenomeni possa contribuire a chiarire sempre meglio anche la natura, le caratteristiche e le conseguenze psicologiche e psicosociali della relazione che la nostra mente tende a stabilire con le tecnologie mediatiche avanzate (Dyson E., 1997, Echeverria J., 1995, Levy P., 1999).

Contributo allo studio di variabili psicopatologiche correlate all’uso-abuso di Internet

C. Del Miglio, A. Gamba, T. Cantelmi

Dipartimento di Psicologia, Università di Roma «La Sapienza»

244 soggetti (M = 163, F = 78; età media = 27 a.) sono stati intervistati off-line con il questionario UADI (uso, abuso e dipendenza da Internet) per valutare sia il rischio psicopatologico dell'abuso di Internet, sia il tipo di utilizzo psicologico che gli utenti fanno della Rete. Lo strumento è formato da 80 item secondo una scala Likert a cinque punti (da «assolutamente falso» a «assolutamente vero»). L’analisi delle componenti principali (rotazione Equamax) ha consentito di individuare cinque fattori, di 15 item ciascuno, denominati rispettivamente Evasione compensatoria, Dissociazione, Impatto sulla vita reale, Sperimentazione, Dipendenza. I punteggi grezzi sono stati analizzati mediante ANOVA e il calcolo delle correlazioni (r di Pearson), considerando come variabili indipendenti età, sesso, ore di collegamento e mesi/anni di utilizzo di Internet. Dall’analisi dei dati è emerso che il numero di ore settimanali che gli utenti passano collegati in Rete non sembra una variabile capace di discriminare l'uso dall'abuso. Lo studio della variabile mesi di utilizzo ha evidenziato la tendenza degli utenti più esperti ad ottenere punteggi inferiori nelle scale Sperimentazione, Evasione compensatoria e Dissociazione, rispetto ai soggetti che utilizzano Internet da poco tempo. È interessante rilevare che i soggetti più giovani (con meno di 20 anni), a prescindere dal tempo di utilizzo di Internet, presentano punteggi medi significativamente più alti.

Contemporaneamente, ai soggetti della ricerca è stato somministrato il MMPI-2 al fine di evidenziare eventuali relazioni tra modalità di utilizzo della Rete e variabili psicopatologiche di personalità. Mentre il confronto M/F all’UADI non dà risultati significativi né sul totale né sulle sottoscale, si evidenziano differenze significative al MMPI, laddove i M (contrariamente alle F) presentano correlazioni significative tra punteggi UADI e le scale K, F, Pt, Sc, Ma e Si. I risultati vengono confermati nel confronto tra i M, ripartiti in base ai quartili estremi nei punteggi UADI (cfr. grafico).

I 40 M con alti punteggi all’UADI presentano un profilo al MMPI più vicino a quello tipico di soggetti sintomatici, introversi (con difficoltà ad attivare difese adeguate), caratterizzati dalla presenza di comportamenti ossessivo-compulsivi, tratti maniaco-depressivi e diffusione dell'identità.

@psychotherapy: indifferenza, resa o integrazione? Dati preliminari di una ricerca sperimentale italiana

S. Putti, G. Antonelli, T. Cantelmi

Centro Studi Psicologia e Letteratura

Introduzione: avendo osservato anche in Italia l’iniziale diffondersi del sostegno psicologico offerto in Rete – fenomeno già manifestatosi con ampiezza in America da più di un decennio – alla fine del 1999 abbiamo deciso di sperimentare la via del WEB insieme ai pazienti.

La ricerca sperimentale – durata un anno – ci ha consentito di cogliere alcuni aspetti clinici e operativi, e di avanzare una serie di riflessioni teoriche e metodologiche.

Scopo della ricerca e definizione: nella ricerca l’attenzione era stata mirata all’osservazione e alla verifica della fattibilità di una psicoterapia on line, della quale abbiamo fornito una prima definizione: l’e-psychoterapy, nella sua accezione più ampia, è quel «trattamento e cura non farmacologica dei disturbi della psiche conseguibile all’interno di una relazione terapeutica caratterizzata dall’assenza fisica dei due partner».

Metodi e strumenti: nella Rete abbiamo istituito il sito (www.Psychoinside.it) per informare la potenziale utenza della nostra sperimentazione e per accogliere / valutare le eventuali richieste di consulenza e / psicoterapia.

Nel sito sono stati descritti gli strumenti a disposizione: l’e-mail, la chat, la web cam.

La metodica seguita prevedeva la registrazione della richiesta, la decodifica della domanda, l’assegnazione del caso in ragione dello strumento prescelto dall’utente e della disponibilità del terapeuta.

Campione: l’età media dell’utenza è stata di circa 30 anni in un range medio variabile dai 17 ai 50.

Risultati: nell’anno di sperimentazione già effettuata il Centro Psychoinside ha registrato circa 10.000 accessi e ricevuto circa 1500 richieste di consulenza e psicoterapia.

Sono state intraprese circa 100 psicoterapie ed effettuate circa 50 consulenze.

La casistica osservata comprendeva problematiche relazionali, disturbi d’ansia e attacchi di panico, fobie ed ossessioni, disturbi sessuali e dell’identità sessuale, depressione, disturbi della sfera alimentare.

Conclusioni: valutati i rischi ed i benefici, la fattibilità della @psychotherapy è apparsa confermata. La psicoterapia on line – configurando una via nuova – ha suscitato reazioni diversificate che spaziano dalla indifferenza ad un sentimento di resa, ma lasciano anche intravedere la possibilità di una integrazione laddove il campo specifico trovi miglior riferimento in linee guida etiche e deontologiche.

Bibliografia

Cantelmi T, Del Miglio C, Talli M, D’Andrea A. La mente in Internet, Padova, Piccin 2000.

Cantelmi T, Talli M, Putti S. Il paziente on line, in Psicologia Contemporanea, n. 160, Firenze, Giunti 2000.

Putti S, Antonelli G. La rinascita della Psicoanalisi on line. Giornale Storico di Psicologia Dinamica 2001;49.

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Oro

S9 - L’utilizzazione degli affetti nella relazione medico-paziente. Esperienze e modelli di formazione in ospedale e nel territorio

Moderatori

S. Malizia, A. Lo Cascio

 

S. Malizia

presidente SIPC, Regione Lazio

Il progetto di umanizzazione della medicina è orientato alla definizione di obiettivi generali inerenti alle strutture e all’organizzazione e di altri, più complessi, inerenti all’agire e al capire psicologico dei problemi del malato e della famiglia. È facile intendersi (almeno teoricamente) sui primi, mentre più difficile è la definizione dell’iter formativo del medico e degli altri operatori sanitari.

I partecipanti al simposio porteranno la loro esperienza nell’ambito della psicogeriatria, dei problemi psicologici dell’adolescenza, della psico-oncologia, della relazione medico-paziente in medicina generale e nel rapporto con la famiglia del paziente, quando la prognosi è infausta.

Sono le problematiche e le patologie per le quali frequentemente è richiesta la consulenza dello psichiatra.

Ci si interroga da tempo sulle modalità di intervento di questo professionista. La più semplice è la definizione diagnostico-terapeutica del caso clinico proposto.

La psichiatria di consultazione intende promuovere un approccio più complesso, privilegiando la funzione di “collegamento” che sin dalla denominazione designa questa disciplina.

L’obiettivo su cui è impegnata la SIPC, Regione Lazio è quello di sostenere e promuovere iniziative atte a gettare un ponte tra sapere medico e vissuti psichici insorgenti nella relazione per aiutare il curante nel quotidiano contatto, estremamente ansiogeno, con i problemi della malattia e della morte.

La frontiera psicosomatica in oncoematologia: le implicazioni psichiche e relazionali del trapianto di midollo osseo da donatore per pazienti, famiglie, curanti

A.M. De Luca

Servizio di Psicosomatica, Ematologia, Università di Roma «La Sapienza»

Il Trapianto di Midollo Osseo (TMO) da donatore in campo oncoematologico trova la sua indicazione nelle malattie ad alto rischio di recidiva o di fallimento delle terapie convenzionali. La procedura del TMO implica una scomparsa clinica della malattia e un buono stato di salute per consentire di fronteggiare l’alta tossicità e il rischio mortale collegati al trapianto. Pazienti e famiglie devono consapevolmente scegliere tra il rischio mortale della malattia e della terapia proprio quando il paziente ha riacquistato un benessere soggettivo. Nel caso che il donatore sia un fratello compatibile, la famiglia è coinvolta in modo complesso e in qualsiasi caso in primo piano è il problema dell’identità non solo biologica ma anche psichica.

Dalla parte del personale curante, specularmente, pesa molto la consapevolezza di proporre e mettere in atto, in una situazione non di urgenza, una procedura ad alto rischio di vita e di invalidità. La profonda dipendenza e regressione che l’isolamento in camera sterile induce, la precarietà somatopsichica che il paziente vive per molti mesi e che il personale è chiamato a gestire, favoriscono meccanismi di identificazione-proiezione particolarmente profondi. Il Servizio di Psicosomatica lavora da tempo per mettere a punto interventi psicosociali idonei a ridurre il rischio psicopatologico per pazienti e famiglie e a favorire un reinserimento nella vita personale e relazionale di pazienti che, a fronte di un’esperienza dolorosa e prolungata, possono però lottare per una reale possibilità di guarigione e cambiamento positivo. Alla luce delle conoscenze acquisite attraverso una ricerca-intervento, nella fase attuale si sta elaborando una metodologia di intervento psicosociale nelle fasi precoci del trapianto e di formazione per le équipe multiprofessionali.

L’adolescente e la malattia

P. Carbone

Dipartimento Processi di Sviluppo e Socializzazione, Università di Roma «La Sapienza»

L’adolescenza è una fase dell’esistenza in cui il corpo cambia profondamente e i vissuti ad esso connessi balzano violentemente sulla scena psichica.

Le trasformazioni puberali producono una fisiologica crisi dell’identità e delle relazioni con quelle immagini genitoriali su cui si era fondato il processo di identificazione e di sviluppo.

Cosa succede quando l’adolescente si ammala?

Al compito già difficile di integrare la nuova realtà somatica, si aggiunge quello di far fronte ai cambiamenti dolorosi che limitano l’autonomia e minacciano lo sviluppo.

Nel corso della mja esperienza sia di psicoterapeuta di adolescenti che di consulente psichiatra in diversi reparti ospedalieri, ho avuto modo di incontrare e di seguire adolescenti sofferenti di diverse patologie.

Dalla malattia oncologica – con tutti i problemi connessi alla comunicazione della diagnosi, alla compliance terapeutica e alla dipendenza dai curanti – che rappresenta la manifestazione più estrema di minaccia al progetto esistenziale dell’adolescenza, all’incidente traumatogeno – spesso sottovalutato come evento causale e banale – che è invece la prima causa di morte in adolescenza e che in molti casi esprime una pulsione autodistruttiva.

A queste difficoltà si aggiunge il problema del rapporto medico-paziente: l’adolescente, non più bambino ma non ancora adulto, sembra non avere uno statuto originale agli occhi del medico e delle Istituzioni sanitarie che tendono a oscillare collusivamente tra la sopravvalutazione e la sottovalutazione delle capacità affettive, adattive e decisionali dell’adolescente.  

L’elaborazione delle perdite nella crisi della mezza età

P.L. Scapicchio

Past-president SIP

Dalle storie cliniche di anziani depressi emerge il diniego dell’invecchiamento e l’incapacità di elaborare il lutto per la perdita dell’efficienza delle funzioni somatiche o del ruolo lavorativo investiti narcisisticamente.

Una particolare attenzione ai problemi che caratterizzano la crisi dell’età di mezzo permette di affrontare vissuti affettivi e psicosociali che, non trattati in tempo, concorrono alla cronicizzazione degli stati depressivi di particolare severità che frequentemente si osservano in soggetti anziani.

Il medico di medicina generale mediatore in una comunicazione difficile

L. Secchiaroli

Primario Dipartimento Salute Mentale Roma H

La «scoperta» della malattia organica nel percorso di cura di un paziente psicotico grave determina nell’équipe curante emozioni, paure di fallimento e angosce di morte.

La presentazione di una caso clinico mi permetterà di evidenziare come il medico di medicina generale possa facilitare la comunicazione con la famiglia, assumendo la funzione di mediatore ed entrando a pieno titolo a far parte del sistema relazionale-terapeutico.

Lo specialista e il medico di medicina generale si trovano così a utilizzare nella relazione quegli affetti che contribuiscono alla creazione della giusta atmosfera di sicurezza e di presenza intorno al paziente e alla famiglia nel difficile percorso di accettazione della malattia organica.

Formazione dello psichiatra alla psychiatric liaison

I.R. Tedesco

Responsabile medicina psicosomatica 4° distretto DSM ASL-RMA

È presentata un’esperienza di collaborazione, tuttora in corso, con i medici di medicina generale del 4° distretto della RMA. Da un modello basato sul concetto di consulenza siamo passati a quello interattivo di condivisione dell’esperienza clinica per ridurre il gap fra sapere medico e psichiatrico.

È stato necessario modificare l’assetto organizzativo di collaborazione tra servizi per strutturarlo come servizi in rete.

La compartecipazione alla responsabilità della cura è finalizzata alla ricerca di una risposta clinica adeguata per il paziente e allo snellimento del lavoro del medico e dello psichiatra.

La formazione ha interessato anche lo psichiatra attraverso l’approccio alle patologie di confine dell’area medica e psichiatrica di non frequente osservazione nei CSM.

Integrazione e collaborazione tra M.M.G. e psichiatri

W. Marrocco

Presidente Scuola di Formazione in Medicina di Famiglia, Regione Lazio

Nel processo di umanizzazione della medicina, nella prevenzione e nella cura del cancro, un passo di notevole importanza è rappresentato dalla Carta di Parigi, documento redatto al summit mondiale contro il cancro, una sorta di dichiarazione dei diritti del paziente oncologico.

I principi generali sono elencati in articoli che affermano la necessità della ricerca oncologica, della prevenzione della patologia, della qualità delle cure e del miglioramento della qualità della vita del malato.

L’obiettivo primario tende al miglioramento globale dell’assistenza ai malati attraverso il rafforzamento del dialogo e una maggiore attenzione ai suoi bisogni emotivi.

In questa ottica, particolare attenzione deve essere data all’integrazione operativa tra Medicina di Famiglia e Psichiatria di Consultazione, tramite un percorso formativo comune, allo scopo di gettare un ponte tra sapere medico e vissuti psichici insorgenti nella relazione per aiutare il curante nel quotidiano contatto, estremamente ansiogeno, con i problemi della malattia e della morte.  

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala S. Pietro B

S10 - Psicopatologia delle forme politiche estreme

Moderatori

S. Ferracuti, M. Marchetti

 

La condivisione dei sentimenti elementari: i gruppi sociali estremi

M. Marchetti

Associato di Psicopatologia forense, Università di Roma «Tor Vergata»

Questa comunicazione, il cui titolo è tratto da una acuta riflessione del filosofo Emmanuel Levinas che nel 1934 pubblicava alcune sue riflessioni sul «risveglio di sentimenti elementari» che Egli acutamente coglieva come la principale espressione, a livello psicologico e sociale, che aveva accompagnato la comparsa dell’hitlerismo, prende spunto dal presupposto che qualsiasi gruppo umano, nel suo costituirsi e nel suo agire, risponde a precise e profonde esigenze emotive dei suoi partecipanti e può essere il diretto riflesso delle particolari caratteristiche del loro mondo interno.

«Saper tollerare tutto ciò che si può trovare nella propria realtà interna» ricorda Winnicott «è una delle grandi difficoltà umane e armonizzare la propria realtà interna con quella esterne costituisce una meta importante per l’individuo» (1986).

Partendo da questo assunto vengono prese in considerazione le possibili funzioni che alcuni gruppi sociali estremi, che nel loro proporsi appaiono incarnare tutto l’inaccettabile possibile, svolgono nei confronti dei loro partecipanti.

È possibile quindi che proprio la condivisione di questo inaccettabile interno, sia alla base del loro costituirsi e del loro essere un punto di riferimento ed una attrattiva per alcuni individui.

Se, da un certo punto di vista, la società ha senz’altro il diritto ed il dovere di opporsi a certe forme di espressione di tali esperienze interiori estreme essa ha anche il dovere di sapere che con questi «sentimenti elementari», a volte molto violenti, ognuno di noi, nel corso della sua esistenza, ha il compito, a volte estremamente doloroso, di fare i conti e che essi, ed alcune loro espressioni, non possono essere cancellati «per legge» o «per cultura», a meno di non cadere in una visione idealizzante del mondo e di un suo progredire al di là delle caratteristiche umane.

Come già si ricordava in altra occasione (Marchetti, 2000) una società che non sappia affrontare in modo maturo queste espressioni estreme rischia di essere una società contraddittoriamente destinata al rischio di subire maggiormente tali espressioni con una più grave perdita di libertà per i suoi membri.

Bibliografia  

Levinas E. Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo. Quodlibet, Macerata 1997.

Marchetti M. Fenomeni transizionali e fenomeni violenti. In Abstracts VI° Congr. Naz. SOPSI, Roma 21/25-2-2001. Giorn It Psicopatol 2001;(7 suppl).

Winnicott DW. Il bambino deprivato - le origini della tendenza antisociale. Raffaello Cortina Ed., Milano 1986.

Il sistema di convinzioni dei giovani naziskin; aspetti cognitivi e dinamiche di appartenenza gruppale

G. De Leo

Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione, Università di Roma «La Sapienza»

Introduzione: nei gruppi giovanili in cui prevalgono forme estremistiche di comportamento sociale e politico tendono a incontrarsi, in modo spesso differenziato e sorprendente, almeno due processi che interagiscono fra loro: a) uno di carattere psicologico con possibili dimensioni psicopatologiche; b) e uno di carattere socio-psicologico e micro-culturale. Il mio intervento farà riferimento a questo secondo processo evidenziando come l'estremismo giovanile, in questo caso il fenomeno dei naziskin, orienta le proprie aggregazioni, le proprie scelte e i propri comportamenti sulla base di una precisa micro-cultura di gruppo che si esprime, individualmente, attraverso riconoscibili e tipici sistemi di convinzioni. L’ipotesi di base è dunque che le convinzioni degli aderenti a questi gruppi hanno una forte coerenza interna e rappresentano la più evidente funzione psicologico-sociale che media i comportamenti individuali e di gruppo.

Metodologia: le conoscenze che riferisco derivano da un’indagine esplorativa di tipo qualitativo orientata essenzialmente su due livelli: uno tecnico-istituzionale, con l’analisi del contenuto delle relazioni di osservazione di 5 adolescenti naziskin detenuti presso il carcere minorile di Roma; uno di tipo biografico attraverso interviste approfondite e articolate su varie dimensioni effettuate a tre giovani maggiorenni romani aderenti a gruppi di naziskin, contattati per adesione volontaria. Le interviste sono poi state a loro volta lette con il metodo dell’analisi del contenuto. Nella relazione vengono presentati i risultati nelle specifiche prospettive del sistema di convinzioni che interagisce funzionalmente con il Sé dei soggetti e con le loro azioni.

Risultati e conclusioni: i ragazzi in carcere, come molti altri che commettono reati di vario genere, hanno un curriculum scolastico incompleto, problematico, famiglie a rischio e disfunzionali, aspetti di personalità non particolarmente indicativi sotto il profilo psicopatologico. Le loro motivazioni esplicite al reato fanno riferimento, in modo peraltro differenziato per i diversi soggetti, a generici atteggiamenti di fastidio e di contrarietà alla presenza di stranieri nei loro territori di vita e di esperienza relazionale. I giovani adulti naziskin mostrano una maggiore acculturazione specifica: anzitutto evidenziano una forte e costante tendenza cognitiva verso una rigida dicotomizzazione (vero/falso, giusto/sbagliato, bello/brutto) rispetto a tutti gli oggetti dei loro discorsi e dei loro riferimenti (valori, ambienti, gruppi, persone, politica, ecc.). Mostrano inoltre una precisa caratterizzazione valoriale, enfatica, retorica, sempre contrappositiva, del proprio «Sé», del proprio «Noi», con una decisa e svalutante individuazione della categoria dei «Loro».

Vengono svolte alcune considerazioni psico-criminologiche su questi risultati.

Considerazioni sulla valutazione di personalità in naziskin

S. Ferracuti

Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica, Università di Roma «La Sapienza»

Fin da dopo la II Guerra Mondiale è stato ripetutamente posto il problema se vi siano caratteristiche di personalità specifiche legate ad una ipotetica personalità «nazista», con risultati contrastanti. Studi sulla personalità dei gerarchi nazisti processati a Norimberga non hanno fornito risultati apprezzabili, mentre uno studio danese su un gruppo di SS ha evidenziato alcuni tratti in comuni con le personalità psicopatiche. Il fenomeno dei naziskin è comunque molto diverso dal movimento nazista degli anni ’30. È però vero che alcune ideologie politiche si prestano meglio di altre a «contenitore» di forme peculiari o poco diffuse di comportamento, ed in tal senso accolgono aspetti di devianza che altrimenti rimarrebbero disorganizzati. In base ad alcune osservazioni peritali si presentano dei casi di giovani appartenenti a gruppi naziskin, tutti diagnosticabili come personalità schizotipiche, e dove le peculiarità del comportamento e dell’ideazione non erano mai state percepite dal gruppo di riferimento nella loro dimensione psicopatologica.

MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45

Sala Rodi

S11 - Informatizzazione dei servizi tra problemi di gestione e problemi di clinica

Moderatori

M. Di Giannantonio, M.Tansella

 

I sistemi informativi per la ricerca epidemiologica in psichiatria

F. Amaddeo

Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica, Università di Verona

La necessità di monitorare l’attività svolta è stata sempre considerata importante nella maggior parte delle discipline mediche; in psichiatria però la complessità dei parametri da misurare, la difficoltà di definire le prestazioni e la multidisciplinarità dei servizi hanno sempre scoraggiato e reso difficile il monitoraggio. Inoltre, finché il sistema di finanziamento della sanità italiana è stato basato sul pagamento ‘a piè di lista’, quasi nessuno ha ritenuto opportuno o ha sentito il bisogno di affrontare queste difficoltà; finalmente l’approvazione della legge 502 del 1992, con l’introduzione del principio del pagamento prospettico o per prestazione, ha creato improvvisamente una vera e propria rivoluzione, quasi un circolo virtuoso, e l’interesse per il monitoraggio e la raccolta di dati è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.

Le esperienze di sistemi informativi (SI) che fanno riferimento a popolazioni nazionali o che comunque coprono numeri elevati di soggetti sono numerose e tutte utilizzano il modello strutturale dei registri psichiatrici dei casi (RPC).

I registri psichiatrici dei casi sono sistemi strutturati per la raccolta di dati sanitari relativi ad un’area definita geograficamente, che registrano i contatti con determinati servizi sanitari e sociali di pazienti o utenti residenti nell’area. Le informazioni sono immagazzinate in modo cumulativo ed in file legati tra di loro; ciò permette di seguire nel tempo il percorso assistenziale di un paziente o di un gruppo di pazienti, per quanto complesso possa essere il modello organizzativo dei servizi di assistenza.

Le informazioni ottenibili da un buon SI possono essere utilizzate per quattro scopi principali: lo sviluppo di politiche di assistenza sanitaria pubblica, il controllo della qualità dell’assistenza, la ricerca epidemiologica e sui servizi di salute mentale (Amaddeo et al., 1996), ed infine, il SI può supportare le decisioni sull’allocazione delle risorse e sul finanziamento dei servizi.

Saranno presentati, in forma sintetica, i risultati dei principali studi condotti con il registro dei casi negli ultimi anni a Verona-Sud, dove un RPC è operante fin dal 1979, per spiegare come un SI, che sia stato costruito sul modello dei registri dei casi, possa essere utilizzato, ad esempio, per il monitoraggio dell’assistenza psichiatrica, per confrontare l’assistenza fornita in un’area con quella fornita in altre aree che hanno un diverso sistema assistenziale e per studiare i fattori che influenzano i modelli di assistenza nel corso del tempo; in secondo luogo, sarà presentata l’utilizzazione del SI per la valutazione dei costi diretti dell’assistenza psichiatrica (Amaddeo et al., 2000).

Bibliografia

Amaddeo F, Bonizzato P, Tansella M. A psychiatric case register for monitoring service utilisation and evaluating costs. In: Making Rational Mental Health Services (ed. M. Tansella). Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 1996.

Amaddeo F, Bisoffi G, Bonizzato P, Tansella M. Exploring the relationships between patients’ characteristics and costs of community-based mental health care. Mental Health Research Review 2000;7:28-32.