MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Cavalieri 1
S1 - Approccio categoriale e di
spettro in psichiatria
Moderatori
G. Cassano, E.Frank
Spettro
schizofrenico
P. Pancheri
Fondazione Italiana per lo studio della Schizofrenia (FIS)
La nosografia psichiatrica è per necessità come ogni altra nosografia
medica di tipo categoriale. Questo tipo di nosografia comporta inevitabilmente,
data la complessità dei quadri clinici psichiatrici, una moltiplicazione
progressiva delle categorie diagnostiche. L’elevata numerosità delle categorie
è utile ai fini comunicativi e statistici ma risulta spesso problematica per
quanto riguarda gli interventi terapeutici specifici. Di conseguenza si sono
diffusi sempre di più nella clinica i concetti di spettro, di continuum e di
dimensione. Lo spettro, almeno nella sua formulazione originaria fa riferimento
a tutti quei quadri clinici dove sia riscontrabile una comune matrice di tipo
genetica. Il continuum si basa essenzialmente sulle analogie di carattere psicopatologico
esistenti tra vari disturbi. Infine, il concetto di dimensione psicopatologica
si origina su base statistica e clinica e si riferisce a raggruppamenti di
sintomi tra loro indipendenti nell’ambito dei disturbi dello spettro o del
continuum.
Tutti e tre questi approcci possono essere più utili dell’inquadramento
categoriale ai fini della condotta terapeutica. Nell’ambito della terapia della
schizofrenia l’approccio dimensionale si è dimostrato finora più utile sia per
l’analisi psicopatologica che per l’intervento terapeutico.
Negli ultimi anni è stato effettuato un numero elevato di analisi
fattoriali su gruppi di varia provenienza di malati con diagnosi di
schizofrenia utilizzando i dati numerici delle principali scale di valutazione
(PANSS, SAPS, SANS, 3TRE ed altre). Alcuni studi hanno inserito anche scale per
la valutazione della depressione (HAM-D). Questi studi hanno concordemente
dimostrato come nella schizofrenia, a prescindere dalle variabili condizioni di
stato e di decorso dei singoli casi, vi siano tre dimensioni psicopatologiche
principali. Queste dimensioni possono essere identificate come Distorsione della Realtà, Impoverimento Ideoaffettivo, Disorganizzazione. Alcuni studi hanno
messo in evidenza altre due dimensioni secondarie definite come Depressione dell’Umore e Attivazione. Sulla base di questi
risultati ogni singolo caso diagnosticato nell’ambito dello spettro
schizofrenico può essere identificato sulla base del peso relativo delle varie
dimensioni psicopatologiche presenti in un determinato momento della sua
malattia.
La valutazione dimensionale dei disturbi dello spettro (o del continuum
schizofrenico) è di particolare utilità sia a livello di ricerca che a livello
di terapia. Per la ricerca l’utilizzazione di sottogruppi di pazienti sulla
base della dimensione psicopatologica dominante facilita l’identificazione dei
correlati patofisiologici che sottendono alla dimensione stessa.
La terapia può essere guidata su base dimensionale, analogamente a
quanto avviene nella clinica dove è ben noto che non esiste un’unica terapia
valida per tutte le forme schizofreniche m avarie possibilità di approccio
sulla base del quadro clinico dominante.
Spettro
ossessivo-compulsivo
F. Bogetto, A. Badà, A. Ceregato, G. Maina G.
Servizio per i Disturbi Depressivi e d’Ansia, Dipartimento di
Neuroscienze, Università di Torino
Lo spettro ossessivo-compulsivo inteso come un’insieme di disturbi che
hanno un determinante eziologico e/o un meccanismo patogenetico comune è ancora
una delle questioni clinico nosografiche in corso di definizione. Questo
concetto restrittivo di spettro permette di identificare nella sola Sindrome di
Gilles de la Tourette il disturbo per il quale risultino evidenze sperimentali
consistenti di uno stesso substrato biologico, che depongono per uno stretto
legame con il DOC.
Da tale teoria si sviluppano due differenti ipotesi che hanno ampliato
il concetto di spettro, includendo in questo numerosi altri disturbi. La prima
si fonda sulla comune risposta di questi disturbi alla terapia farmacologica
con antidepressivi serotoninergici suggerendo, così come per il DOC, una
qualche disfunzione del sistema serotoninergico; secondo tale concetto fanno
parte dello spettro ad esempio la tricotillomania, il disturbo da dismorfismo
corporeo, i disturbi alimentari psicogeni, l’ipocondria. La seconda ipotesi
invece prende in considerazione l’appartenenza di un disturbo mentale allo
spettro dei disturbi correlati al DOC sulla base di considerazioni
psicopatologiche, secondo cui alcuni sintomi non ossessivo-compulsivi
possiederebbero però dei caratteri che ad esso li rendono assimilabili. Ad
esempio le spinte intrusive e irresistibili a compiere un’azione che può o meno
essere priva di senso del disturbo del controllo degli impulsi. Oltre a questo,
secondo alcuni autori si potrebbero anche comprendere: i disturbi di
personalità impulsiva, i disturbi somatoformi, i disturbi dissociativi, i
disturbi alimentari, i disturbi deliranti, i tics e alcuni disturbi
neurologici.
Parte dell’etereogenicità espressa dai vari autori su tale argomento è
giustificabile dalle ancora scarne informazioni riguardo la fisiopatologia e la
biochimica di questi disturbi, parte dalla differente modalità di interazione
delle informazioni di cui si è a conoscenza.
La chiarificazione dell’eterogeneo concetto di spettro è sicuramente
auspicabile al fine di ottenere una migliore conoscenza dei meccanismi
patogenetici di tali disturbi e di ottimizzare le strategie terapeutiche.
Bibliografia
Hollander E, Benzaquen S. Is There a Distinct OCD Spectrum? CNS Spectrum 1996;1:17-26.
Higgins ES. Obsessive-compulsive Spectrum Disorders in Primary Care: The
Possibilities and the Pitfalls. J Clin Psychiatry 1996;57(Suppl 8):7-8.
Yaryura-Tobias J, Neziroglu F. Obsessive-Compulsive Disorder Spectrum.
American Psychiatric Press, Inc. Washington, DC, 1997.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Cavalieri 2
S2 - I disturbi d’ansia in età
evolutiva
Moderatori
G. Lanzi, M. Marcheschi
Disturbi d’ansia
e disturbi di sviluppo
A. Fabrizi, E. Camillo, F. Piperno, S. Setaro
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età
Evolutiva, Università di Roma «La Sapienza»
Introduzione: l’approccio psicobiologico attuale ai disturbi
affettivi, sottolinea l’importanza dei processi di regolazione precoci come
precursori dell’attaccamento psicologico e degli stati emozionali associati
(Hofer 1994). La sintonizzazione tra madre e bambino è oggi considerata il
meccanismo che media i processi di regolazione e condivisione delle emozioni e
predispone ad un sano sviluppo affettivo (Field, 1985), avviene grazie alla
condivisione delle emozioni positive e alla minimizzazione di quelle negative
(Demos e Kaplan 1986). Componenti di regolazione e disregolazione determinano
un «individual’s coping style», considerato fattore di rischio in diverse forme
psicopatologiche. Un ritardo o un’atipia di sviluppo interferendo con il
processo di sintonizzazione reciproca tra bambino e caregiver può essere causa
di un’alterazione nella regolazione affettiva; i Disturbi dello Sviluppo sono,
infatti, da tempo considerati un alto fattore di rischio psicopatologico. In
particolare molti studi epidemiologici hanno dimostrato un’alta comorbidità tra
disturbi psichiatrici e Disturbi dello Sviluppo del Linguaggio (Levi et al.
1992)
Metodologia: da circa due anni stiamo conducendo uno studio
sistematico sui disturbi psicopatologici nei bambini con DSL di età compresa
tra 18 e 36 mesi, utilizzando la C.D. 0-3 parallelamente al nostro assessement
psicodiagnostico, neuropsicologico e neurolinguistico. Abbiamo inoltre
utilizzato la griglia di Greenspan (1996) per lo studio del funzionamento
emotivo. I primi risultati su 80 bambini di età compresa tra 24 e 36 mesi
evidenziano che: circa 1/3 dei bambini non presenta alcun disturbo
psicopatologico; 1/3 presenta una situazione di rischio per la presenza di
sintomi ancora fluttuanti; poco meno di 1/3 presenta disturbi psicopatologici
franchi, egualmente distribuiti fra disturbi internalizzanti ed esternalizzanti.
Su 13 bambini con DSL abbiamo posto la diagnosi di Disturbo d’Ansia. La
connessione tra disturbo del pensiero verbale e difficoltà rappresentazionale
costituisce un nucleo patogenetico precoce e significativo. Con l’intento di
approfondire i rapporti tra DSL e Disturbi d’Ansia, abbiamo studiato le
differenze ed i collegamenti nel profilo emozionale di tre gruppi clinici: 1)
DSL puri; 2) DSL con Disturbo d’Ansia; 3) Disturbi d’Ansia puri.
Risultati: si evidenzia, in tutti i gruppi clinici, una oscillazione
del funzionamento emotivo con compromissione, sul piano rappresentazionale,
delle tematiche affettive riguardanti la rabbia ed il recupero dopo stress e
tematiche relative al conflitto dipendenza-autonomia (vicinanza e paura). I tre
profili emozionali presentano, tuttavia, differenze significative relative alle
capacità di elaborazione e rappresentazione delle singole tematiche affettive.
Conclusioni: valutare il livello di funzionamento emotivo si è
rilevato uno strumento utile. I tre profili emozionali sono apparsi ben
differenziati. Verranno discusse le specificità di ogni singolo profilo e verrà
analizzata la comorbidità tra Disturbo Specifico di Linguaggio e Disturbo
d’Ansia
Neurolobiologia
dei disturbi d’ansia in età evolutiva
A. Zuddas, A. Di Martino, G.L. Melis, M. Pintor
Centro Terapie Farmacologiche in Neuropsichiatria dell’Infanzia e
dell’Adolescenza, Clinica di Neuropsichiatria Infantile, Dipartimento
Neuroscienze, Università di Cagliari
La gran parte dei pazienti adulti con disturbo fobico, fobia sociale o
disturbo d’ansia generalizzata riferiscono la presenza di sintomi di tali
disturbi in età evolutiva; la presenza di ansia di separazione nell’infanzia
viene frequentemente riferita da soggetti adulti con attacchi di panico.
D’altra parte, i sintomi d’ansia sono estremamente frequenti in età evolutiva:
nella maggioranza dei soggetti, tuttavia, tali sintomi scompaiono durante lo
sviluppo senza evolvere in veri disturbi d’ansia in età adulta. Allo scopo di
definire parametri predittivi di evoluzione verso i disturbi d’ansia dell’età
adulta, negli ultimi anni numerosi modelli neurobiologici d’ansia sono stati
utilizzati in una prospettiva di psicopatologia dello sviluppo.
Tre circuiti neuronali sono attualmente considerati i substrati biologici
di specifici disturbi d’ansia. Il circuito che comprende l’amigdala e le
strutture vicine del lobo temporale risulta strettamente correlato con i
sentimenti di paura o terrore scatenati da stimoli ambientali. La modulazione
di tale sistema è strettamente correlata con l’attività dell’asso
ipotalemo-ipofisario (HPA) durante lo stress. Tale correlazione appare modulata
geneticamente: solo i soggetti in cui tale correlazione risulti particolarmente
stretta, svilupperebbero il disturbo fobico.
Il circuito setto-ippocampale, si attiva, sia nell’uomo che
nell’animale da esperimento, in situazioni di conflitto, ossia quando
l’individuo deve scegliere se iniziare una azione che porterà ad una ricompensa
associata però ad uno stimolo doloroso. La qualità degli stimoli ambientali
(es. cure materne) nelle prime fasi dello sviluppo postnatale è in grado di
modulare lo sviluppo del’ippocampo e la regolazione che tale struttura esercita
sull’attività dell’asse ipotalmo-ipofisario. Brevi manipolazioni durante le prime
settimane di vita riducono nei roditori adulti sia l’inibizione motoria in
situazioni di conflitto che il grado di attivazione dell’HPA durante lo stress.
Il circuito grigio aqueduttale-ipotalamo mediale appare coinvolto
nell’alterata risposta a stimoli avversivi non condizionanti (es.
ipersensibilità a stimolanti respiratori) caratteristica del disturbo da
attacchi di panico. Una aumentata risposta a stimoli non condizionati è stata
osservata sia in figli non affetti di pazienti con attacchi di panico che in
bambini con ansia di separazione.
I tre circuiti descritti sono strettamente correlati anatomicamente e
funzionalmente: ciò può spiegare la frequente associazione, specie in età
evolutiva, di diversi disturbi d’ansia in uno stesso soggetto. Il coinvolgimento
di amigdala, ippocampo HPA ed ipotalamo nella fisiopatologia del disturbo
post-traumatico da stress contribuisce a giustificarne l’inquadramento tra i
disturbi d’ansia.
La terapia
farmacologica dei disturbi d’ansia in età evolutiva
G. Masi, M. Mucci, S. Millepiedi
Divisione di
Neuropsichiatria Infantile, Università di Pisa, IRCCS «Stella Maris»,
Calambrone, Pisa
I disturbi d’ansia sono la categoria psicopatologica più frequentemente
diagnosticata in età evolutiva. Tali disturbi possono rappresentare una
significativa causa di compromissione della qualità della vita, in termini di
benessere soggettivo, relazioni sociali e funzionamento scolastico. Inoltre un
disturbo d’ansia perdurante può influenzare negativamente lo sviluppo della personalità
ed il perseguimento degli obiettivi evolutivi.
Il trattamento dei disturbi d’ansia nel bambino e nell’adolescente è
tipicamente multimodale, coinvolgendo l’educazione del soggetto e dei genitori,
gli interventi psicoterapici, e, talvolta, la farmacoterapia.
La prescrizione dei farmaci richiede una attenta valutazione dei
rapporti costi benefici, in relazione alla specifica tipologia del disturbo (ad
es. il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo di panico e la fobia sociale
rappresentano le più frequenti indicazioni di farmacoterapia), alla sua gravità
attuale, valutata con strumenti specifici, al suo impatto sulla vita
quotidiana, alla azione di blocco sulla dinamica evolutiva, ed alla reale
possibilità di interventi alternativi.
Un elemento importante della farmacoterapia è rappresentato
dall’impatto psicologico che la farmacoterapia può avere sul
bambino-adolescente e sulla sua famiglia, essendo generalmente il primo momento
di contatto con una terapia medica per un disturbo psicopatologico.
Sarà valutato nella presentazione l’uso dei farmaci antidepressivi
(SSRI, NaSSA, NSRI, triciclici) nella terapia delle diverse forme di disturbo
d’ansia dell’età pediatrica. Sarà inoltre discusso il possibile ruolo delle
benzodiazepine. Saranno infine valutate le indicazioni farmacologiche in
rapporto alla comorbidità.
Sebbene la farmacoterapia appaia utile e talvolta necessaria nei
disturbi d’ansia del bambino e dell’adolescente, dati conclusivi non sono
disponibili per un notevole numero di disturbi. Sono quindi necessarie
ulteriori ricerche basate su studi controllati.
Studio
longitudinale sui disturbi d’ansia: aspetti clinici e familiari in una
popolazione di pazienti di età compresa tra 8 e 18 anni
C. Pfanner*, S. Presta*, M. Mucci, S. Millepiedi,
G. Masi, F. Muratori, L. Dell’Osso*, G.B. Cassano*, M.
Marcheschi, P. Pfanner
Istituto di Neuropsichiatria Infantile, IRCCS «Stella Maris»,
Università di Pisa; * Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia,
Farmacologia e Biotecnologie, Sezione di Psichiatria, Università di Pisa
Obiettivi: questo studio si propone di seguire longitudinalmente
fino all’età adulta un gruppo di pazienti in età evolutiva affetti da disturbi
d’ansia e le rispettive famiglie (madre e padre) allo scopo di verificare la
presenza di disturbi mentali di Asse I o di fenomenica sottosoglia dei disturbi
d’ansia (spettro ansioso) nei genitori di bambini affetti da disturbi d’ansia.
Inoltre ci proponiamo di individuare possibili predittori precoci della
malattia mentale tali da poter indirizzare l’intervento diagnostico e
terapeutico in fase iniziale.
Metodo: lo studio prevede un periodo di reclutamento di
pazienti consecutivamente afferiti presso gli Ambulatori ed i Reparti
dell’Istituto Scientifico di Neuropsichiatria dell’Infanzia e della Adolescenza
«Stella Maris», di età compresa fra gli 8 ed i 18 anni, con diagnosi di
disturbi d’ansia (disturbo d’ansia di separazione, disturbo di panico, disturbo
ossessivo compulsivo, fobia sociale) secondo i criteri del DSM-IV. La comorbidità con altri disturbi
mentali non costituisce criterio di esclusione, eccetto che per diagnosi di
schizofrenia, disturbo mentale organico, disturbo generalizzato dello sviluppo
e ritardo mentale. Ai genitori dei pazienti reclutati viene richiesta
disponibilità per un colloquio parzialmente strutturato, previa
sensibilizzazione agli obiettivi della ricerca.
Risultati e
conclusioni: al
momento attuale sono stati reclutati un totale di 52 pazienti, con le
rispettive coppie di genitori. In 7 soggetti non è stato possibile raccogliere
le valutazioni di entrambi i genitori (separazione, allontanamento definitivo
nucleo familiare, morte, rifiuto di partecipare alla ricerca).
La presenza di un’elevata frequenza di polidiagnosi nei bambini
valutati (82%) è verosimilmente da porsi in relazione alle particolari
caratteristiche del setting (si tratta di un centro di alta specializzazione
che accoglie una casistica molto complessa), alla minore affluenza dei bambini
con patologia psichiatrica lieve in strutture specialistiche rispetto alla
popolazione adulta ed al fatto che in questa fascia di età spesso si ha una
fenomeno di sovrapposizione di disturbi più frequentemente che in età adulta.
L’impressione clinica indica la possibilità di una generica
predisposizione nelle famiglie dei probandi. L’estensione del campione potrebbe
permettere l’individuazione di una eventuale specificità di trasmissione
familiare, a partire dal disturbo conclamato fino alla spettro ansioso.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Montemario
S3 - Neuroastenia e ipocondria:
un’identità perduta
Moderatori
B. Callieri, G.Ferrari
Sottolinea la tenace persistenza nella mentalità medica dell’equivoco
cartesiano e del sintagma psicosomatico. Prospetta l’attuale crescente esigenza
di considerare il corpo non come mera compagine somatica ma come corpo vissuto,
come il primo partner della presenza al mondo, anche nelle sue declinazioni
psicopatologiche più evidenti.
La corporeità
nella depressione dell’anziano: ovvero «La pelle di zigrino» di Honorè de
Balzac
A. Ballerini
Firenze
In ogni momento ci troviamo a dover fare i conti con il nostro corpo,
con la sua limitatezza spazio-temporale, con la sua fragilità organica, con le
pulsioni istintive che emergono; in ogni momento, consciamente o inconsciamente
dobbiamo lottare con esso, o sottometterci ad esso; sempre dobbiamo in qualche
modo subire quanto dalla materialità nostra ci proviene e che siamo costretti
ad essere. Il corpo è l'idea limite ma è anche il limite insuperabile dell'idea.
La psicopatologia del corpo va soprattutto vista in questa prospettiva: esso
limita qualsiasi nostra pretesa assolutistica ed è l'espressione della nostra
limitatezza, in quelle circostanze in cui noi ci troviamo: esso le esprime, le
caratterizza, le significa. Cosi noi ci troviamo, più spesso di quanto si possa
supporre, di fronte al simbolo materiale della esistenza, e quando questa in
qualche modo fallisce, il corpo è il veicolo di questo fallimento, la negazione
di realizzazione d’essere. In tal senso il corpo è sempre qualcosa di psichico
e lo è tanto più quanto lo psichico si manifesta nei suoi aspetti negativi,
poiché già in partenza, nella sua accezione tematica la materialità corporea è
limitazione, ostacolo e spesso, necessità irrazionale. Irrazionali e spesso
incomprensibili sono le pulsioni istintive, le malattie organiche,
l’incoscienza del sonno, la morfologia individuale, le necessità fisiologiche,
e soprattutto la morte. Qualsiasi manifestazione psichica che indichi una
mancanza di sviluppo, di un progettarsi, una cristallizzazione nel presente, un
decadimento, una destrutturazione, è anche e soprattutto manifestazione
corporea. Che possa avvenire il contrario è cosa ovvia e verificabile nelle
malattie organiche: ed è questo il tema del mio contributo, che si basa su
osservazioni di gravi depressioni insorte nell’anziano dopo malattie somatiche
non gravi, ed è interrogandomi sul ruolo del vissuto del corpo in queste
persone che ho ripensato ad un famoso racconto di Balzac.
La macchinazione
del corpo
M. Rossi Monti
Prof. Associato di Psicologia Clinica, Università di Urbino
A partire dalla sintetica esposizione di un caso clinico nel quale il
soggetto vive il proprio corpo e la propria mente come un complesso apparato meccanico
da controllare, vengono svolte alcune considerazioni sulla funzione della
macchinizzazione del corpo e/o della mente, fino ad arrivare a quelle
situazioni-limite nelle quali la macchina diventa macchina per influenzare: macchina collocata al di fuori del
paziente, che agisce in presa diretta sul suo pensiero, sul suo corpo, sui suoi
sentimenti o sulle sue azioni. Il DSM‑IV colloca quest’ultima condizione
nella eterogenea categoria dei deliri bizzarri, deliri che sarebbero, per così
dire, deliri più deliri degli altri o deliri ad alto peso specifico, visto che
sono di per se stessi sufficienti a soddisfare il criterio sintomatologico per
la diagnosi di schizofrenia. Ma, aldilà della diagnosi, queste esperienze
mettono al centro dell’attenzione il rapporto tra macchine e psicopatologia,
tra macchinizzazione del funzionamento mentale e/o corporeo e delirio. Le
macchine e la tecnologia hanno del resto sempre svolto un qualche ruolo in
molti deliri. Ma perché in queste forme estreme dell’esperienza viene quasi
invariabilmente chiamata in causa la macchina? Quali caratteristiche della
macchina (almeno nella rappresentazione della macchina che appartiene alla
nostra cultura) ne fanno un oggetto idoneo alla messa in scena dei disturbi dei
confini dell’Io?
Le domande rimarranno più delle risposte, ma ciò nondimeno si tenterà
di mettere a fuoco alcune delle caratteristiche dell’idea di macchina che
possono giocare un ruolo nelle situazioni psicopatologiche sopra delineate.
Psicoanalisi
degli stati melanconici e narcisistici della mente
L. Russo
Psicoanalista didatta della S.P.I.
Nel lavoro analitico con pazienti melanconici ben presto l’analista si
accorge che, dietro le modalità manifeste e le azioni mediante le quali l’Io
del paziente si accinge ad usare ripetitivamente gli oggetti della realtà
esterna, e fra questi per la legge del transfert anche la persona della
analista, si nasconde un’angoscia profonda, una rinuncia estrema a tutto, ad
ogni interesse per il mondo e per la vita, che si traduce in una estatica
contemplazione del proprio sé primario, sé che viene anche continuamente
attaccato.
I segni clinici, che il paziente melanconico manifesta in analisi sono:
1. l’isolamento autarchico; 2. una postura contratto e rigida; 3.
un’aggressività circolante, che impedisce ogni piacere, fino a raggiungere la
meta dell’annientamento morale, e a volte quale fisico, della propria persona;
4. una tendenza ossessiva al controllo ed alla ritenzione, che può raggiungere
forme estreme di aridità affettività, di formalismo estetico e d’avarizia.
L’ipotesi teorica che muove questo lavoro, è che la melanconia
rappresenta il lutto impossibile dell’oggetto primario. Il melanconico resta
simbioticamente legato alla madre primaria, rifiuta il padre ed ogni rapporto
che può rappresentare una minaccia alla sua relazione funzionale con l’affetto
materno primari. Nella melanconia, considerata opportunamente da Freud una
nevrosi narcisistica, il soggetto scambia come oggetto,
Poiché gli stati melanconici sono l’espressione di un Io arcaico,
incompleto, non ancora differenziato dall’oggetto materno, nella cura
l’analista non potrà usare, almeno per un primo, lungo periodo della analisi, i
parametri classici della tecnica legati all’intepretazione dei conflitti e
delle difese, in particolare del trasfert e non potrò considerare la mente del
paziente come un oggetto isolato. L’analista dovrà analizzare la relazione
della sua mente con la mente del paziente melanconico, ed avvalersi del lavoro
autoanalitico sui propri resti non analizzati.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Ellisse
S4 - Identificazione e trattamento
dei sintomi psichici post traumatici: dalle reazioni acute alla invalidità
cronica
Moderatori
M.
Mantero, A. Petiziol
Nocturnal
intrusions after psychotraumatic experiences
B.J.N. Schreuder
Leiden University, The Netherlands & Catholic University of
Nijmegen, The Netherlands
Nocturnal intrusive re-experiencing of psychotraumatic events causes considerable
distress and is one of the major symptoms of Posttraumatic Stress Disorder
(PTSD). Interestingly, also in persons with depressions, who had a
psychotraumatic experience, intrusions are found. Sometimes a nightmare is
perceived as a replication of the original event. The memory of the event plays
an important role in re-experiencing. While it is surprising that a traumatic
experience may be remembered as accurately as seems to be the case in
traumatized persons, models derived from animal behavior studies suggest that
aversively conditioned emotional responses are ineradicable. In studying the
phenomenology of posttraumatic nightmares (PTNM) and posttraumatic anxiety
dreams (PTAD), it may be possible to relate these symptoms to psychodynamics and
sleep neurophysiology.
Results are presented of studies in Dutch and Mozambican populations of
war victims conducted by our research group. These studies were aimed at the
reoccurrence of PTNMs many years after the trauma. Among other things,
prevalence data, phenomenology, course and the relationship with the traumatic
experiences were studied. One of our hypotheses was the existence of two kinds
of nocturnal intrusions: posttraumatic nightmares and posttraumatic nocturnal
re-enactments. We could confirm this hypotheses. In the paper the consequences
of the findings for further research and for treatment are discussed.
Disturbo
post-traumatico da stress e depressione maggiore in un gruppo di sopravvissuti
al disastro del Vajont
A. Favaro, C. Zaetta, G. Colombo, P. Santonastaso
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di
Padova
Introduzione: il disastro del Vajont accadde la notte del 9 ottobre
del 1963 alle ore 22.39, quando dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si
staccò una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia, che precipitò nel
bacino idroelettrico. La massa franosa provocò un’onda di 50 milioni di metri
cubi d’acqua, che investì prima i paesi posti sulle sponde del lago e poi
superò la diga, proiettandosi verso la valle del Piave. Qui, con una pressione
pari a due bombe atomiche di Hiroshima, devastò Longarone, Pirago, Villanova,
Faè, Rivalta, parte di Codissago e Castellavazzo. Le vittime accertate furono
1917.
Metodologia Il campione è costituito da 39 soggetti (67% dei soggetti
contattati), 12 donne e 27 uomini. L’età media dei soggetti è di 58,1 anni (DS
= 9,7). A tutti i soggetti sono state somministrate una intervista
semistrutturata sul trauma vissuto e la Structured Clinical Interview for
DSM-IV per la diagnosi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e
depressione maggiore (MDD). Tutti i soggetti infine hanno compilato due
questionari autosomministrati: la Dissociative Experiences Scale e il
Tridimensional Personality Questionnaire.
Risultati: in tutto il campione la frequenza lifetime dei
disturbi studiati è stata del 26% per il PTSD e 28% per la MDD.
In base alla gravità del trauma i soggetti sono stati divisi in tre
gruppi: A) i soggetti direttamente colpiti dall’ondata d’acqua; B) i soggetti
che hanno assistito al disastro o che sono immediatamente accorsi, pur non
essendo direttamente colpiti; C) le persone, assenti la notte del disastro, che
sono tornate nei giorni successivi al disastro. Vi è una relazione diretta e
significativa tra gravità del trauma e frequenza di PTSD e MDD. Oltre l’80%
delle persone sopravvissute al disastro (gruppo A) avevano al momento
dell’intervista un PTSD pieno o parziale.
In tutto il campione, non si sono riscontrati casi ad esordio tardivo,
né casi con remissione completa o parziale dei sintomi. I sintomi dissociativi
non sono frequenti e non sono statisticamente associati alla presenza di PTSD o
depressione.
Conclusioni: i sopravvissuti al disastro del Vajont, valutati dopo
36 anni dall’evento traumatico, presentano un’alta frequenza di disturbi
post-traumatici. Tali disturbi si caratterizzano per un decorso prevalentemente
cronico.
Il disastro del Vajont rappresenta un trauma estremo e complesso non
solo per la perdita di numerose vite umane e i gravi danni fisici e materiali
subiti dai superstiti, ma anche per lo sradicamento e sfaldamento dell’intero
tessuto socio-culturale dovuto alla perdita della continuità familiare,
territoriale e culturale. Tali caratteristiche rendono questo evento
difficilmente elaborabile, individualmente e collettivamente, dalla comunità
dei superstiti.
Sintomi
psicopatologici post-traumatici in una coorte di pazienti ustionati: uno studio
esplorativo sulle variabili pre, peri e post-traumatiche.
V. Giordano, S. Giarratana, L. Crippa, M. Mantero
Istituto di Clinica Psichiatrica ,Ospedale Policlinico e
Fatebenefratelli, Milano
Introduzione: un’ustione seria implica un importante impatto
psicologico tra le persone che l’hanno vissuta. È un evento straordinario e la
ferita risultante spesso comporta un forte impatto sull’immagine corporea e
sulla autostima. Inoltre, dolore, debolezza e dipendenza sono tutti vissuti che
vengono esperiti dal paziente durante l’ospedalizzazione, contribuendo così a
rafforzare l’impatto emotivo che può avere una lesione di questo tipo. I
pazienti ustionati possono quindi rappresentare un campione significativo per
lo studio del Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS). Il DPTS può
contribuire alla disabilità risultante dall’ustione.
Scopi e metodi: lo scopo di questo studio è stato la valutazione del
DPTS dopo ustione in rapporto ai fattori predittivi relativi all’individuo
esposto ed all’ambiente.
Il nostro campione è costituito da 35 pazienti da noi osservati presso
il Centro di Chirurgia Plastica Ricostruttiva e Centro Ustioni dell’Ospedale di
Niguarda, i quali sono stati testati rispettivamente entro un mese (17
pazienti, pari al 56,7% del campione) e dopo un mese, ma entro tre, (18
pazienti, pari al 43,3% del campione) dall’evento traumatico. Nel primo
sottogruppo abbiamo valutato la presenza del DAS, nel secondo quella del DPTS.
Abbiamo proceduto alla raccolta di: anamnesi traumatica standardizzata
per valutare fattori di rischio e fattori predittivi per il DAS e il DPTS.
Sintomatologia post-traumatica in rapporto ai criteri per la diagnosi
di Disturbo Post-Traumatico da Stress e di Disturbo Acuto da Stress secondo il
DSM IV è stata fatta con Mini International Neuropsychiatric Interview vers.
4.4; e CAPS-DX e CAPS-SX) e con la Scala di Impatto dell’Evento Rivista (IES-R)
mediante l’analisi delle tre sottoscale: Evitamento, Intrusione, Ipervigilanza.
sintomi dissociativi tramite la PDEQ (Peritraumatic Dissociation
Experience Questionnaire) al fine di rilevare sintomi psicopatologici
post-traumatici e di ausilio diagnostico per il DAS.
sintomatologia depressiva mediante la scala di Hamilton per la
depressione (HAMD) e la scala di Beck.
sintomatologia ansiosa mediante la scala di Hamilton (HAMA) e la scala
State and Trait Anxiety Inventory (STAI).
Risultati e conclusioni: il riscontro di una differenza statisticamente
significativa (p = 0,001) alla STAI 1 tra i soggetti in cui è stata fatta
diagnosi e quelli in cui non venivano soddisfatti tutti i criteri diagnostici,
è in accordo con i dati della letteratura secondo i quali l’ansia – così come
la depressione – è il disturbo più frequentemente associato al DPTS e al DAS.
La valutazione a una settimana dall’evento ha evidenziato come la percezione
del paziente, subito dopo il trauma, di non ricevere un adeguato supporto
sociale e la presenza di un significativo disagio psichico, manifestata
immediatamente dopo l’evento traumatico, costituiscano importanti fattori
predittivi per lo sviluppo del DPTS. Inoltre la gravità dei pensieri intrusivi
e l’evitamento possono essere significativamente associati allo sviluppo del
DPTS qualora persistano per almeno una settimana dall’evento Il grado
dell’ustione invece non risulta essere un fattore predittivo (Perry, 1992). Va
infine ribadita che la necessità di seguire questi pazienti trova
giustificazione negli studi di follow-up che riportano come 2 pazienti su 3
manifesteranno sintomi depressivi o di DPTS circa a sei mesi dall’ustione.
Dealing with
trauma consequences in the aftermath of war in the community context
D. Ajdukovic*, M. Ajdukovic**
*
Department of Psychology; ** Department of Social Work, University
of Zagreb and Society for Psychological Assistance, Zagreb, Croatia
Many of those who have suffered from trauma perpetrated as a part of
war-related violence, are, in addition to post traumatic symptomatology, likely
to hold sets of beliefs that reflect a mixture of unsatisfied needs, high
levels of uncertainty, insecurity and lack of hope. This is evident in refugees
and veterans, children, adolescents, adults and elderly. During the stage of
acute danger the priority for all has been basic safety and survival. Once this
is relatively secured other needs emerge that are both existential and
psychological. Once they surface, these needs are typically left frustrated for
a prolonged period of time since the community and other support systems cannot
meet them. All too often therefore the people in question are re-exposed to
abundance of traumatic triggers as they continue to live in unstructured and
unsafe world. If they are to deal effectively with the human-made, intentional
psychological harm, the interventions in contexts need to promote change rather
than simply provide support to clients and symptoms reduction. Community-based
interventions are essential as they address a variety of needs of large
populations and the main healing functions of a community are put to use - to
contain and support both family systems and the individual members. In
community-based interventions we seek to identify resources that are still remaining
more or less intact and then work to strengthen the healing influence they can
exert. The distinctiveness of this strategy derives from taking a systemic
approach rooted in an assumption that communal wounds, inflicted by
circumstances such as armed conflict require communal healing, which is
specific when compared to individualised cases of traumatization such as rape
or traffic accidents. It has to be acknowledged that healing cannot start if
trauma victims are forced to functioning in a «survival mode» for prolonged
periods because of prevailing adversities. This requires advanced planning, not
only to mobilise resources for a protracted period of time but also to ensure a
whole range of interventions can be offered. This notion will be illustrated by
the «Pyramid of psychosocial interventions» and interventions used in
psychosocial assistance programs. Under such circumstances healing should be
seen as an interactive process that seeks to develop a range of relationships
within affected communities that extend beyond those that are explicitly
focused on mastery over posttraumatic symptoms. Therefore, healing of trauma is
unlikely to be accomplished by any individual acting alone. How to start
re-establishing supportive environments under circumstances where the very
notion of belonging to a community has been disrupted is the critical challenge
that will be illustrated. Data on effects of a psychoeducation intervention in
trauma treatment of children and adolescents will be used as an illustration of
such community-based psychosocial program.
Variazioni
neuroendocrine e immunitarie nel Disturbo post-traumatico da Stress verso un
nuovo approccio della psichiatria in medicina
G. Angelini, S. Ansaldi, A. Brignolo, E. De Vincenzo, S. Lerda, F.
Roccia, S. Berrone
Dipartimento di Neuroscienze, Sezione Psichiatria, Università di
Torino; Divisione Universitaria di Chirurgia Maxillo-Facciale, Università di
Torino
Il Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disturbi Mentali, Quarta Edizione, definisce il trauma come un
evento inusuale, estremamente minaccioso e a notevole impatto emotivo, che
evoca una risposta di paura, impotenza e orrore.
Sotto il profilo neurologico, il Disturbo Post-traumatico da Stress
insorge quale conseguenza di una stimolazione sensoriale ripetuta, che viene
mantenuta nel tempo dall’esperienza traumatica.
La specifica risposta di adattamento al trauma, non riflette la tipica
reazione allo stress e se nella fase acuta, i livelli di catecolamine e di
cortisolo circolanti sono aumentati, in risposta alle maggiori richieste di
energia da parte dell’organismo, nello stress cronico tali concentrazioni
paiono diminuite.
Nonostante recenti studi affermino che
l’ipocortisolismo non è più considerato il principale mediatore neuroendocrino
del Disturbo Post-traumatico da Stress, con l’impiego dello steroide di sintesi
(desametasone) otteniamo una risposta di rinforzo dell’effetto inibitorio.
Tra i molteplici effetti negativi dello stress, è necessario
considerare anche il ruolo svolto dal cortisolo sulla funzione immunitaria. Il
ruolo «protettivo», esercitato in condizioni basali, viene perso nello stress
cronico, per cui l’attivazione dell’immunità umorale, cellulo-mediata,
l’aumentato passaggio in senso citotossico dei linfociti T, la riduzione del
rapporto CD4/CD8 e la ridotta funzione delle cellule NK rappresentano le
principali alterazioni.
La naturale conseguenza è una maggiore vulnerabilità verso malattie
organiche croniche (autoimmuni, infettive) e neoplasie.
Ritenendo vera la necessità di ulteriori ricerche, volte ad accrescere
o a confermare le attuali conoscenze biochimiche relative al Disturbo
Postraumatico da Stress, presenteremo i risultati preliminari di una ricerca
sperimentale sugli aspetti -t e immunitari nei pazienti affetti dal disturbo in
fase acuta.
Dividendo il campione totale di 100 pazienti in due gruppi, in base
alla diagnosi (DSM IV-TR), vogliamo dimostrare una significativa differenza tra
pazienti affetti dal disturbo e i sottosoglia.
A distanza di un mese dal trauma, durante la prima visita
ambulatoriale, verrà effettuato un prelievo per il dosaggio della cortisolemia
e la sottotipizzazione linfocitaria (conta leuco-linfocitaria, CD3, CD4, CD8).
Studiando la correlazione tra questi parametri
oggettivi e le variabili demografiche e soggettive avvaloriamo il modello
multifattoriale di malattia nella patogenesi della malattia psichiatrica.
L’opportunità di esplorare le reciproche interconnessioni tra questi aspetti
non vuole avere solo un’utilità scientifica, ma essere la premessa per impostare
nuove misure diagnostico-terapeutiche nell’approccio al paziente psichiatrico.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala
Cavalieri 3
S5 - L’evoluzione dell’Autismo
nell’età adulta e le metodologie di intervento
Moderatori
F. Barale, F. Gabrielli
Improving outcome
for adults with autism
P. Howlin
St. George Hospital, University of London
The paper will address a number of issues related to prognosis in
autism.
1) Drawing on published research it will review studies of outcome in adulthood
generally, with a particular focus on employment, independent living and social
relationships.
2) Recent data from a long-term follow-up of adults (Howlin, Goode and
Rutter in preparation) will be used to explore factors, such as childhood IQ,
that appear to predict functioning in adult life.
3) Evidence for differences in functioning between high functioning
adults with autism and those with Asperger syndrome will be explored.
4) The effectiveness of specialist schemes, especially those designed
to help adults with autism find appropriate employment will be evaluated.
La collaborazione
tra pubblico e privato nella gestione delle problematiche psicopatologiche di
soggetti autistici: il progetto sperimentale Sindrome Autistica della Regione
Lombardia
A. Guerrini*, L. Moderato**, P. Moderato***
*
Direttore Dipartimento di Salute Mentale, Ospedale Niguarda; **
Direttore di Divisione dell’Istituto Sacra Famiglia; *** Ordinario
di Psicologia, Università di Parma
Agli inizi degli anni ’90, sotto la spinta dell’associazione delle
famiglie, la Regione Lombardia ha strutturato un intervento organico per il
trattamento di soggetti affetti da sindrome autistica e disturbi generalizzati
dello sviluppo (ICD 10 F84).
Tale intervento ha vissuto diverse fasi, dal coinvolgimento dei
soggetti interessati, alla formazione degli operatori, alla identificazione di
poli sperimentali e specialisti di trattamento.
In particolare, sono stati sperimentati modelli di intervento e di
formazione degli operatori, per garantire un collegamento continuo tra gli
aspetti teorici e le necessità pratiche e quotidiane per la gestione delle
psicopatologie e dei problemi di apprendimento dei soggetti autistici.
Nel progetto sperimentale Sindrome Autistica sono stati identificati 8
poli sperimentali di trattamento, e da un lato sono stati formati i rispettivi
operatori attraverso strategie di training in service, dall’altro è stato
valutato il rapporto di efficienza/efficacia di modelli di intervento derivanti
dall’approccio cognitivo-comportamentale e psicoeducativo-strutturato. In
particolare il lavoro in service di operatori e dirigenti ha permesso una
maggiore conoscenza derivanti dal confronto continuo e dalla partecipazione
attiva e motivata degli operatori basata sulla rappresentazione di casi clinici
con l’aiuto di video e strumenti mediatici. Si può dire che il confronto tra
questi 8 poli ha permesso di promuovere un miglioramento della qualità del
servizio reso, e contemporaneamente un aumento di motivazione degli operatori.
Evoluzione
dell’Autismo in età adulta e modelli di intervento
F. Barale, S. Ucelli di Nemi
Università di Pavia, DSSAP
Il Laboratorio Autismo del DSSAP dell’Università di Pavia ha seguito
nei quattro anni della sua attività circa 150 casi di Disturbo Autistico nell’età
adulta, oltre a svolgere attività di consulenza e supervisione sistematica
presso i Centri Socio Educativi del Comune di Pavia, dove molti adulti con
Autismo ricevono assistenza diurna.
A partire dalle evidenze di questa esperienza e dalla revisione dei
dati della letteratura sull'evoluzione dell’Autismo nell’età adulta verranno
delineate alcune questioni di fondo riguardanti gli approcci e le strategie di
intervento.
Particolare attenzione verrà data ai predittori di esito, allo snodo
dell’adolescenza, agli aspetti di continuità e discontinuità nell’evoluzione ed
ai fattori correlati, alla comorbidità, all’articolazione tra interventi
tecnici e cura degli aspetti contestuali, di particolare importanza nel caso
dell’Autismo.
Verranno prese in considerazione le principali e diverse proposte per
migliorare il funzionamento e la qualità di vita delle persone adulte con
Autismo.
L’Autismo, sindrome che raggruppa condizioni di eziologia diversa e con
caratteristiche anche assai disparate, richiede un arco differenziato di
interventi.
In questi anni il Laboratorio Autismo ha particolarmente studiato il
modello delle farm communities e ha curato, per conto di una Fondazione di
genitori, il progetto «Cascina Rossago», riconosciuto come progetto
sperimentale dalla Regione Lombardia. Cascina Rossago, prima farm community
italiana per adulti con Autismo, inizierà la sua attività nella prossima
primavera. Verranno discusse le evidenze a sostegno dell'utilità di questo
modello di intervento.
L’Autismo in età
giovane-adulta: stabilità della diagnosi, funzionamento sociale e qualità della
vita familiare
P. Pfanner, R. Tancredi, M. Marcheschi
Università di Pisa
Verranno esposti i dati relativi all’evoluzione di un campione di
soggetti autistici nell’età giovane-adulta.
Verranno messi a fuoco in particolare le questioni delle stabilità
della diagnosi, del funzionamento sociale, del carico emotivo e della qualità
della vita familiare.
Valutazione
dell’efficacia di interventi psicoeducativi in un campione di adolescenti con
sindrome autistica
G. Carrà, G. Segagni Lusignani, S. Madini, C. Muzio*
Dipartimento SSAP, Laboratorio Autismo, Università di Pavia; *
Istituto Paolo VI, Casalnoceto (AL)
Introduzione: indagare il funzionamento di soggetti autistici,
soprattutto all’interno dei gruppi nei quali le capacità verbali sono limitate
o assenti, è complesso, per le molteplici questioni cui tale valutazione è
intrinsecamente legata. La letteratura recente suggerisce l’impiego di
strumenti di valutazione di agile applicazione in diversi contesti clinici.
Questo lavoro si propone di valutare un modello di intervento psicoeducativo
attuato presso l’istituto Paolo VI di Casalnoceto e ispirato alla metodologia
TEACCH, tramite un disegno di follow up a due anni.
Metodologia: il campione esaminato era costituito da 7 soggetti, 5
maschi e 2 femmine, con un’età media 15,5 anni. Tre dei soggetti in esame
avevano ricevuto diagnosi di autismo infantile e quattro di autismo atipico,
secondo i criteri diagnostici ICD 10.
Si è scelto di utilizzare come strumento valutativo, seguendo le
indicazioni della letteratura, lo Psychoeducational
Profile - Revised (PEP-R) ed in particolare gli items della scala relativi
allo sviluppo. Tali items sono stati somministrati al momento dell’arruolamento
dei pazienti (t0) e, successivamente dopo due anni di intervento psicoeducativo
(t1).
Risultati: l’analisi dei dati, condotta tramite test T di
student, ha mostrato un miglioramento significativo per quanto concerne gli
items relativi a percezione, motricità fine, coordinazione occhio-mano, abilità
concettuali non verbali (p < 0,05) ed altamente significativo (p < 0,01)
per motricità grossolana e valutazione globale dello Sviluppo; non
significativo per imitazione ed abilità concettuali verbali.
Conclusioni: nonostante il carattere preliminare dei nostri dati,
le caratteristiche del modello di intervento proposto appaiono efficaci
nell’orientare gli operatori rispetto ad aree particolarmente deficitarie, e
quindi meritevoli di attenzione - intervento - trattamento.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Verde
S6
- Disturbi del comportamento alimentare
Moderatori
G.F. Placidi, M. Mauri
Genetica dei DCA
e sistema serotoninergico
V. Ricca, B. Nacmias, E. Cellini, M. Di Bernardo, S. Sorbi, G.F.
Placidi
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di
Firenze
Studi condotti su famiglie e gemelli, nonché indagini di biologia
molecolare, hanno avvalorato la convinzione secondo la quale almeno il 50%
della varianza nell’insorgenza dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)
debba essere attribuito a fattori genetici. Negli ultimi anni sono stati
diffusamente studiati alcuni polimorfismi propri dei geni deputati alla
codifica dei recettori per la serotonina (5-HT) 1. A differenza di
quanto riguarda l’Anoressia Nervosa (AN) e la Bulimia Nervosa (BN), finora è
stato condotto un solo studio finalizzato alla valutazione dell’eventuale ruolo
svolto da polimorfismi di geni che codificano per i recettori del sistema 5-HT
in soggetti affetti da Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED) 2.
Scopo del presente lavoro è stata la analisi della distribuzione del
polimorfismo (-1438 G/A) nel promotore del gene per il recettore 5-HT2A in una
popolazione di soggetti affetti da AN, BN, BED, in obesi non BED e in controlli
sani.
420 soggetti sono stati valutati applicando i criteri del DSM IV per i
DCA. 74 pazienti affetti da AN Restricting Type (ANr) [BMI 13,8 ± 2,5 m2,
età media 19,2 anni, sd = 1,8]; 74 pazienti affetti da AN binge/purging Type
(ANp)[BMI 15,6 ± 2,1 kg/m2, età media 21,8 anni, sd = 4,0]; 86
pazienti affetti da BN binge/purging Type (BNp) [BMI 20,2 ± 2,7 kg/m2,
età media 23,8 anni, sd = 3,9]; 54 pazienti affetti da BED [38,5 ± 6,1 kg/m2,
età media 39,5 anni, sd = 13,76]; 132 soggetti obesi [BMI 37,7 ± 4,9 kg/m2,
età media 43,3 anni, sd = 12,75] con anamnesi negativa per AN, BN o BED.
Inoltre sono stati studiati per il medesimo polimorfismo 115 controlli negativi
all’assessment psichiatrico [età media 26,25 anni, sd = 6,1]. Le frequenze del
polimorfismo –1438G/A sono state analizzate mediante test chi quadro.
I soggetti ANr presentano una frequenza maggiore del genotipo-1438 A/A
(35,13% vs. 10,43%; p < 0,0001)e della frequenza allelica –1438A rispetto ai
controlli, mentre i soggetti Anp non si differenziano significativamente
rispetto ai controlli. I soggetti BNp mostrano un genotipo A/A (25,28% vs.
10,43%, p = 0,02) e una frequenza allelica –1438A (p < 0,0001)
significativamente superiore ai controlli. Riguardo ai soggetti BED, essi presentano
una rappresentazione dell’allele A (0,509 vs 0,361) e del genotipo A/A (24,07%
vs. 10,43%) superiore rispetto ai controlli ma in misura non significativa.
Allo stesso modo, non vi sono differenze significative nel confronto tra
soggetti BED e obesi non-BED.
In conclusione, tali dati suggeriscono un possibile ruolo del
polimorfismo oggetto del nostro studio nella patogenesi dei DCA ed indicano
anche come lo stesso polimorfismo non consenta di distinguere, da un punto di
vista genetico, tra soggetti obesi BED e obesi non-BED.
Bibliografia
1 Hinney A, Remshmidt H, Hebebrand J. Candidate gene polymorphism in eating disorders. Eur J
Pharmachology 2000;410:147-159.
2 Burnet PW, Smith KA, Cowen PJ, et al. Allelic variation of the 5-HT2C receptor in bulimia nervosa and
bingeeating disorder. Psychiatr Genet 1999;9:101-104.
Immagine
corporea, obesità e Binge Eating Disorder
C.E Ramacciotti, E. Coli, D. Griesi, A. Di Sotto, R. Paoli, S.
Castrogiovanni, G. Gabriellini, L. Dell’Osso
Dipartimento di Psichiatria, Farmacologia, Neurobiologia e
Biotecnologie, DPFNB, Università di Pisa
Introduzione: con l’incremento della diffusione dell’Obesità si è
assistito al rinnovarsi dell’interesse per questa patologia ed alla individuazione
all’interno dei Disturbi della Condotta Alimentare (DCA) una nuova categoria
diagnostica il Binge Eating Disorder (BED), caratterizzato dalla presenza di
abbuffate in assenza di condotte di eliminazione, con conseguente incremento
del peso corporeo. Studi precedenti hanno evidenziato come i soggetti con BED
presentino un iperinvestimento sull’immagine corporea, con indebita influenza
sui livelli di autostima sovrapponibile a quella delle pazienti con Anoressia
(AN) e Bulimia Nervosa (BN). Obiettivo della presente ricerca è valutare la
presenza nei soggetti obesi, con e senza BED di altri sintomi dello spettro
anoressico-bulimico ed in particolare di disturbi dell’immagine corporea.
Metodologia: il campione in studio è costituito da soggetti afferiti
presso il DPFNB ed un Centro per il Trattamento dell'Obesità, con un BMI >
27 kg/m2. Dopo essere stati sottoposti ad un colloquio clinico
basato sulla Binge Eating Disorder Clinical Interview (BEDCI) per la detenzione
del BED, i partecipanti allo studio hanno compilato la Body Uneasiness Test
(BUT) e la Eating Disorder Inventory-2 (EDI-2).
Risultati: vengono esposti i dati preliminari relativi ad un
campione di 20 soggetti obesi, di cui 7 soddisfacevano i criteri del DSM-IV per
il BED.
Conclusioni: i risultati preliminari di questa ricerca evidenziano
come tra gli obesi, la presenza del BED si dà un livello significativamente
maggiore di disadattamento secondario alla presenza di disagio relativo
all’immagine corporea, con significativi riflessi sull’autostima e
compromissione del funzionamento interpersonale e lavorativo. La correlazione
tra sentimenti negativi connessi all’immagine corporea e livelli di autostima,
che costituisce un sintomo nucleare sia della AN che della BN, potrebbe
costituire un criterio diagnostico addizionale per discriminare tra gli obesi
la presenza del BED.
Fattori
predittivi di decorso in soggetti con DCA
C. Segura García, F. Pantusa, P. Rotella, R. Nicoletta, P. De Fazio, A.
Amati
Cattedra e Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Dipartimento di
Medicina Sperimentale e Clinica «G. Salvatore», Università «Magna Graecia»,
Catanzaro
Introduzione: la diagnosi categoriale dei Disturbi del
Comportamento Alimentare (DSM-IV e l’ICD-10) allo stato attuale appare
sufficientemente affidabile, anche se residuano controversie riguardo al BED.
Allo stesso tempo sono disponibili evidenze biologiche e cliniche che
supportano complesse linee guida per il trattamento. Non sono invece
altrettanto codificati i criteri per stabilire la guarigione clinica, né sono
stati identificati chiari fattori predittivi di outcome del trattamento.
Scopo: individuare l’eventuale esistenza di fattori predittivi di outcome tra
i soggetti affetti da DCA.
Materiale e
metodo: sono stati esaminati tutti i
pazienti con diagnosi di DCA (DSM-IV) afferiti nell’arco di 12 mesi
all’ambulatorio dell’Unità Operativa di Psichiatria.
I pazienti sono state valutati all’inizio del trattamento mediante:
EDI-2, EAT-40, MMPI, TCI, PBI, BUT, STAI, ZUNG-D, TAS, MIRA, QSA, Pensieri
positivi e negativi, e Scala sull’abbuffata, ed è stata effettuata una
osservazione naturalistica per 12 mesi.
I criteri di guarigione sono stati:
anoressia: normalizzazione del BMI e scomparsa spontanea dell’amenorrea
bulimia: scomparsa delle abbuffate e delle condotte compensatorie.
Risultati: il campione è risultato costituito da 35 pazienti di
sesso femminile: 18 AN (51,4%), 9 BN (25,7%) e 8 NAS (22,9%); età media 23,42 ±
5,76 anni; età inizio dei disturbi 18,16 ± 4,58.
Tutte le pazienti sono state trattate secondo le Linee guida dell’APA.
Sono risultate guarite 6 (33%) delle pazienti anoressiche (5 restricter
e 1 purging), e 1 (11%) delle pazienti bulimiche (purging).
Non sono state identificate caratteristiche distintive di personalità,
di temperamento e di carattere tra le pazienti che guariscono, così come non
sono emerse differenze significative nei livelli di ansia o depressione. Per
tutte le pazienti è stato identificato un pattern di rapporti interpersonali
molto simile e non sono state rilevate differenze significative per quanto
riguarda il vissuto della loro immagine corporea e il livello di insight.
Le pazienti con remissione della sintomatologia hanno presentato le
seguenti caratteristiche distintive:
1) età media inferiore (p < 0,05)
1) maggiore compliance della terapia (p < 0,05)
2) maggiore durata della terapia (p < 0,017)
3) maggiore score di care paterno (p < 0.04).
Conclusioni: allo stato attuale non è possibile ottenere validi
predittori di outcome dalle variabili sociodemografiche, psicopatologiche e di
personalità in soggetti affetti da DCA. Solo fattori interni al trattamento
come la compliance o la durata del trattamento e l’intensità del care possono
in qualche modo identificare i pazienti che migliorano.
Esistono delle
indicazioni al trattamento farmacologico dell’anoressia nervosa?
P. Santonastaso, A. Favaro
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di
Padova
Il razionale per l’utilizzazione di SSRI nell’anoressia nervosa (AN) si
basa sul fatto che l’attività serotoninergica sembra essere ridotta sia in
studi che valutano le concentrazioni liquorali di acido 5-idrossindolacetico
(Kaye et al., 1998), sia in studi funzionali che utilizzano le risposte
secretorie di GH, cortisolo e prolattina alla somministrazione acuta di
L-triptofano, m-clorofenilpiperazina e fenfluramina (Monteleone et al., 2000).
È stato ipotizzato che la ridotta funzionalità serotoninergica
riscontrata nell’AN in fase acuta possa essere un effetto secondario della
restrizione alimentare elevata e, conseguentemente, della ridotta disponibilità
di triptofano; questa ipotesi non è stata confermata da un recente studio
svolto a Padova (Favaro et al., 2000).
Interessanti sono anche le osservazioni nelle pazienti in fase di
remissione della malattia. Alcuni studi hanno infatti osservato concentrazioni
elevate di acido 5-idrossindolacetico nel liquor di pazienti anoressiche
guarite da molto tempo (Kaye et al., 1998). Sia nelle pazienti guarite da AN
che da BN sembrano permanere alcuni tratti di personalità (in particolare il
perfezionismo) indicativi di una persistente alterazione del sistema
serotoninergico (Kaye et al., 1998), facendo ipotizzare che queste alterazioni
possano essere alla base della patogenesi del disturbo dell’alimentazione.
La letteratura internazionale concorda sul fatto che gli psicofarmaci
giochino un ruolo marginale nel trattamento dell’AN. Tuttavia, alcuni studi
sembrano evidenziare un possibile ruolo dei farmaci SSRI in alcune fasi del
trattamento dell’AN e nella prevenzione delle ricadute (Kaye et al., 1998).
Purtroppo gli studi controllati in questo ambito sono ancora pochi e presentano
numerose limitazioni: quasi tutti sono stati effettuati su pazienti ricoverati
che svolgevano un trattamento riabilitativo e quindi in un ambito che è già
stato dimostrato essere di per sé efficace nel trattamento dell’AN. Una carenza
ancora più rilevante è che mancano studi che valutino le differenze nella
risposta al trattamento farmacologico tra i diversi sottogruppi diagnostici dell’AN
che, per le diverse caratteristiche cliniche evidenziate, potrebbero rispondere
diversamente ai farmaci utilizzati.
Poiché i farmaci SSRI risultano efficaci sia per il trattamento dei
disturbi depressivi che del disturbo ossessivo-compulsivo, il loro uso sembra
promettente per la comune presenza di sintomi di entrambi gli spettri nell’AN.
Esistono solo tre studi controllati sull’efficacia degli SSRI nell’AN, di cui
uno in doppio cieco, controllato con placebo (Attia et al., 1998), e altri due,
che sono stati effettuati in aperto (Strober et al., 1999; Santonastaso et al.,
2001).
Lo studio di Attia et al. (1998) e quello di Strober et al. (1999)
svolti in ambito ospedaliero non hanno riscontrato alcun beneficio
nell’associare fluoxetina al trattamento riabilitativo. Risultati più
incoraggianti sono stati ottenuti nello studio svolto a Padova su un gruppo di
pazienti con AN di tipo restrittivo trattate con terapia
cognitivo-comportamentale a livello ambulatoriale: sebbene l’uso del farmaco
non apportasse un beneficio rilevante nell’incremento di peso, le pazienti
trattate con sertralina mostravano una diminuzione significativamente maggiore
dei sintomi depressivi, dei sintomi ossessivo-compulsivi e della paura di
ingrassare. Questa osservazione fa pensare che l’uso degli SSRI potrebbe essere
più utile nelle terapie ambulatoriali, per aiutare i pazienti che abbiano una
sufficiente motivazione a superare le difficoltà legate ai vissuti depressivi e
alle ossessioni su cibo e peso corporeo.
È importante fornire ai pazienti corrette informazioni sull’uso dei
farmaci SSRI per cercare di prevenire una precoce e brusca sospensione della
terapia che può portare alla cosiddetta «sindrome da sospensione da SSRI»
(Favaro et al., 2001).
Bibliografia
Attia E, Haiman C, Walsh T, Flater SR. Does fluoxetine augment the inpatient
treatment of anorexia nervosa? American Journal of Psychiatry
1998;155:548-51.
Favaro A, Friederici S, Santonastaso P. Predictors of sertraline discontinuation
syndrome in anorexia nervosa. Journal of Clinical Psychopharmacology
2001;21:533-535.
Favaro A, Caregaro L, Burlina AB, Santonastaso
P. Tryptophan availability, excessive
exercise and nutritional status in anorexia nervosa. Psychosomatic Medicine
2000;62:535-538.
Kaye WH, Gendall K, Strober M. Serotonin neuronal function and selective
serotonin reuptake inhibitor treatment in anorexia and bulimia nervosa.
Biological Psychiatry 1998;44:825-838.
Santonastaso P, Friederici S, Favaro A. Sertraline in the treatment of anorexia
nervosa. Journal of Child and Adolescent Psychopharmacology
2001;11:143-150.
Strober M, Pataki C, Freeman R, De Antonio M. No effect of adjunctive fluoxetine on eating
behavior or weight phobia during the inpatient treatment of anorexia nervosa:
an historical case-control study. Journal of Child and Adolescent
Psychopharmacology 1999;9:195-201.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala San Pietro A
S7 - Esordio psicotico:
trattamento integrato nel servizio pubblico
Moderatori
P. Petrini, C. Munizza
Esordio psicotico:
valutazione delle funzioni cognitive in relazione al trattamento con
neurolettici atipici
G. Vinci, A. Borriello, O. Galluccio, R. Popolo, D. Stigliano, S. De
Simone, A. Balbi
«Spazio Giovani» III Distretto DSM ASL Roma D
La compromissione delle funzioni cognitive è strettamente correlata con
la schizofrenia fin dalle prime descrizioni di Kraepelin.
I deficit cognitivi potrebbero rappresentare
l’elemento fisiopatologico centrale del disturbo schizofrenico poiché appaiono
precocemente nel suo decorso e non possono essere interamente attribuiti alla
cronicità, ai farmaci o ai sintomi positivi.
Molti studi dimostrano la associazione tra i deficit ed esiti peggiori
in campo sociale e lavorativo.
I nuovi antipsicotici atipici sembrano mostrare una intrinseca capacità
di non indurre fenomeni involutivi e in molti casi di evitare tale
compromissione cognitiva..
Il gruppo di lavoro, che si occupa del trattamento integrato dei
giovani adulti nel III Distretto del DSM della ASL RMD, ha voluto verificare
l’ipotesi se i trattamenti degli esordi psicotici con neurolettici atipici
possa incidere positivamente sulle funzioni cognitive dei pazienti.
È stato elaborato un protocollo cui sono stati sottoposti tutti i
pazienti con esordio psicotico nel periodo giugno 2000-luglio 2001, afferiti al
nostro centro direttamente o contattati nel SPDC dell’Ospedale Forlanini di
Roma.
I criteri di inclusione prevedono, in sintesi, una diagnosi di disturbo
dell’area psicotica secondo il DSM IV, un’età compresa tra i 17 ed i 25 anni,
di ambedue i sessi.
I criteri di esclusione prevedono l’insufficienza mentale, l’abuso di
sostanze nel mese precedente l’esordio, malattie pregresse del sistema nervoso
centrale, trattamenti con farmaci psicoattivi, la gravidanza.
I pazienti sono stati sottoposti al primo contatto ad una valutazione
clinica, è stata compilata la BPRS, e il CGI ed è stata iniziata la terapia con
neurolettici atipici e con gli altri presidi ritenuti opportuni dai terapeuti.
Queste valutazioni sono state ripetute dopo sei settimane, aggiungendo
la scala Simpson Angus per i disturbi extrapiramidali, e dopo un anno.
La valutazione delle funzioni cognitive è stata effettuata entro 20
giorni dal primo contatto e dopo un anno.
Abbiamo utilizzato un protocollo elaborato da uno specifico gruppo
dipartimentale che prevede i seguenti test; Digit Span avanti indietro, Trail
Making Test B, FAS, Attenzione selettiva, Memoria a breve termine, Recupero
spontaneo, Immagazzinamento, W.C.S.T., CPM, Stroop Test Interferenzate.
Sono stati arruolati finora sei pazienti e le valutazioni sono in fase
di elaborazione.
I primissimi dati sembrano confermare la nostra ipotesi.
Questo lavoro è solo agli inizi, per formulare giudizi più approfonditi
dovremo valutare un gran numero di pazienti, ma riteniamo che le potenzialità
di questa metodologia possano essere di grande interesse per assicurare un
corretto tratta mento ai nostri giovani pazienti.
Interventi
precoci intensivi nelle psicosi: presupposti teorici e linee-guida
A. Fiorillo
Istituto di Psichiatria, Università di Napoli SUN
Negli ultimi anni, vi è stato un crescente interesse per gli esordi
psicotici, soprattutto perché è stato ipotizzato da diversi Autori che questa
fase della malattia possa rappresentare un «periodo critico», in grado di influenzare
l’esito a lungo termine della malattia.
Il concetto degli interventi precoci si riferisce alla tempestiva
identificazione dei pazienti con psicosi, e alla somministrazione di adeguati interventi
biopsicosociali, al fine di limitare e prevenire eventuali difficoltà associate
a queste patologie.
Il modello degli interventi precoci si basa su un approccio
multidisciplinare e prevede la totale presa in carico del paziente all’esordio
della malattia (o comunque entro i primi tre anni di malattia). L’équipe è
costituita da diverse figure professionali, quali psichiatri, psicologi,
infermieri, tecnici della riabilitazione, assistenti sociali e «occupational
therapists». Il principio ispiratore dei servizi di interventi precoci è quello
di fornire assistenza specialistica in un ambiente non stigmatizzante e
facilmente accessibile per le persone che presentano un primo episodio
psicotico. L’accesso al servizio è facilitato da una stretta collaborazione del
servizio stesso con i medici di base, i pronto soccorso psichiatrici e gli
altri servizi territoriali di psichiatria. I criteri di inclusione prevedono:
a) età compresa tra 16 e 35 anni; b) sintomi psicotici quali allucinazioni,
deliri, disturbi del pensiero, disturbi del comportamento. Questi pazienti
vengono seguiti per un periodo di tempo sufficiente a formulare una diagnosi;
se si tratta di «Schizofrenia» o disturbi correlati i pazienti vengono affidati
ad un «key-worker», che ha il compito di coordinare l’assistenza al paziente,
altrimenti vengono affidati ai servizi territoriali di appartenenza. Le
linee-guida di trattamento integrato prevedono: a) case-management; b)
farmacoterapia: trattamento acuto e fase di mantenimento; c) terapia cognitivo-comportamentale;
d) programmi di addestramento alle abilità lavorative e sociali; e) terapia
familiare psicoeducativa.
In questo contributo, riporterò i presupposti teorici degli interventi
precoci nelle psicosi e descriverò le linee-guida per l’intervento integrato
intensivo nell’esordio psicotico.
Diagnosi precoce
e psicoterapia breve nell’esordio psicotico
E. De Pisa*, P. Petrini**
* SPDC Ospedale «S. Giovanni Calibita», Fatebenefratelli, Isola
Tiberina, Roma; ** SPDC «Paola Sarro» Ospedale G.B. Grassi, Ostia,
Roma DSM ASL Rm D
La «crisi» è parte integrante e fondamentale della vita psichica e
sociale di ogni paziente, che appartiene alle sue scelte di vita ed alla storia
personale passata e specialmente attuale della persona; tutti sappiamo che la
crisi è il risultato di molteplici variabili (terapeutiche, relazionali,
emotive e sociali) che non sono indipendenti tra loro, ma costituiscono la
risposta del paziente ad una rottura di un equilibrio precedente. Il nostro
compito è quello di dare un significato all’agito del paziente, «svelando» le
dinamiche dell’episodio, facendo elaborare al paziente (ed ai familiari) la
crisi. Tutto ciò deve avvenire attraverso un processo di indagine rispettoso,
scrupoloso, ma nello stesso tempo attento e profondo, nonché determinato
dall’etica professionale; tale processo deve portare, dopo una attenta analisi,
a dare una motivazione alle scelte terapeutiche, che devono contribuire a
ridisegnare un vissuto emotivo, e non a silenziare un sintomo, che rischia
altrimenti di passare senza che se n’abbia potuto capire il senso, il
significato, il perché.
Il nostro compito è quello di rispondere presto e bene, nell’esordio
psicotico, rispettando l’individualità e la realtà socio-culturale, familiare e
religiosa, e l’unicità della persona, cercando di capire il «contesto della
rottura» per utilizzarlo per realizzare risposte adeguate, efficaci ed
efficienti rispetto al momento-vissuto nella vita del paziente; tali risposte
non devono essere buone o stereotipate, ma devono essere individuali e giuste
rispetto al paziente e rispetto a questo momento della sua vita.
L’obiettivo principale di lavoro è di duplice definizione, ma diviene
unico nella prassi operativa:
1. Arrivare il prima possibile a formulare una ipotesi diagnostica
dello stato del paziente.
2. Evitare attraverso modalità di intervento efficaci ed efficienti
nuovi ricoveri per lo stesso paziente, avviando fin dall’inizio un trattamento
psicoterapico e psicofarmacologico adeguato.
Esordio psicotico
e terapia familiare
A. Acerra
DSM, ASL Avellino 1
L’approccio sistemico-relazionale privilegia una
lettura dell’esordio psicotico come comunicazione di sistema, che richiede
nell’ambito di una prospettiva di intervento terapeutico l’approfondimento
delle dinamiche relazionali all’interno del contesto familiare e di riferimento
significativo per il paziente.
L’esordio
psicotico, così letto, non rappresenta solo l’avvio di un processo
psicopatologico, ma è l’effetto di una mancata elaborazione in termini di
comunicazione, verbale e non, e la risposta a segnali non altrimenti
riconosciuti, se non attraverso la definizione di «sintomo» da parte di un
«esperto», con il significato esclusivo di malattia.
Spesso è proprio la connotazione psicopatologica di comportamenti e di
vissuti altrimenti comprensibili e spiegabili nell’ambito del contesto di
insorgenza e della storia del soggetto, che impedisce di decodificarne il
significato relazionale. Tali «disattenzioni» ripetute nel tempo finiscono per connotarsi
come non risposte o risposte inadeguate, a cui non può non seguire una crisi,
come indicatore di segnale più forte, a cui spesso è necessario far seguire il
ricovero.
Il nostro obiettivo è quello di verificare tale ipotesi teorica di
approccio, attraverso uno studio di follow-up sui ricoveri in SPDC che seguono
ad un esordio psicotico nell’arco di due anni; l’esperienza clinica evidenzia
come spesso il ricovero sia una soluzione necessaria, ma inadeguata sul piano
terapeutico, se non diventa l’avvio di un processo di analisi delle dinamiche
relazionali che ne hanno determinato la scelta, sia da parte dei familiari che
da parte degli operatori.
I dati confermano che proprio a partire dal ricovero può avviarsi la
necessaria integrazione di un intervento farmacologico con quello familiare,
che restituisca alla famiglia la competenza delegata all’esperto; solo così il
ricovero si rivela non più una soluzione, che è obbligatorio percorrere con il
rischio di recidive e di cronicizzazione, ma l’opportunità per una risposta più
efficace, valutabile sia in termini di riduzione di incidenza del ricovero
stesso, sia in termini di evoluzione positiva dell’esordio psicotico.
La componente
allucinatoria nei disturbi dell’esordio schizofrenico
G. Lago*, C. Bottoni**
* DSM ASL
Roma D; ** Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università de
L’Aquila
L’esordio schizofrenico è come la punta di un iceberg, la cui parte
immersa supera in ampiezza ciò che emerge.
Nel modello integrato vulnerabilità-stress-coping, cui facciamo
riferimento, i sintomi di base assumono validità e specificità diagnostica,
oltre che essere indici significativi di predisposizione.
Tuttavia, la nostra esperienza clinica ci porta a operare una prima
distinzione fondamentale tra gli esordi psicotici, distinguendo al loro interno
forme schizofreniche e forme non schizofreniche (bouffées deliranti). Di queste
ultime sottolineiamo la differenza rispetto agli esordi schizofrenici, sia in
termini quantitativi che qualitativi, ossia per quanto riguarda il carattere
del delirio e delle allucinazioni.
La stessa presenza nell’anamnesi dei pazienti di una lenta transizione
verso «disturbi cognitivi del pensiero», ci porta alla messa in evidenza nella
componente allucinatoria dell’esordio schizofrenico di una modalità specifica
che, a partire da «autoistruzioni», «autocommenti», «autoconversazioni»
interni, conduce il soggetto all’udito dei propri pensieri.
La transizione dal sintomo di base (Klosterkötter) al
sintomo clinico dell’allucinazione uditiva richiede però la modalità
fenomenologica della «comparsa del personaggio» manierato (Barison) che «sfida»
l’ambiente umano circostante, mediante la credenza
affermativa (Janet) nella provenienza esterna della «voce».
La possibilità di passare dalla perplessità angosciante della lunga
fase di depersonalizzazione alla certezza dell’udire le «voci» ci sembra il
frutto dell’applicazione intenzionale di una valenza psichica del linguaggio
fatuo.
Lo schizofrenico iniziale presenta un «disturbo del
linguaggio recettivo» e, con la credenza affermativa, trasforma il proprio
pensiero in parola proveniente dall’esterno. La parola, staccata dal movimento
del corpo e dalla percezione da cui dovrebbe derivare (Merleau-Ponty), perde il
senso e diventa fatua.
Pervicace nella sua «sfida», lo schizofrenico dice di sentire, e in
quel dire, riportando «fedelmente» intere frasi «udite», c’è la sua pretesa
assurda di creare dal nulla, il nulla.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Malta
S8 - Il cyberspazio e la salute:
fluidità di genere, relazioni, rischi psicopatologici e potenzialità
terapeutiche della comunicazione virtuale
Moderatori
T. Cantelmi, D. La Barbera
L’amore e
l’amicizia in Rete. Chat line e dintorni: una ricerca sperimentale
S. Cannizzaro, T. Cantelmi
Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università di Palermo
Puntocom, Associazione per lo sviluppo di comunità, ONLUS, Palermo
Introduzione: il presente contributo analizza il fenomeno delle
chat line prendendo in considerazione il rapporto esistente tra il loro uso e
le modalità relazionali dei giovani adulti nonché la fenomenologia delle
relazioni affettive che si instaurano all’interno di tali spazi interattivi.
Metodologia: ad un campione di 75 soggetti utenti di Internet sono
stati somministrati un questionario informativo e un questionario relazionale
(ANINT-EBps).
È stata inoltre condotta l’analisi del contenuto di storie (51) di
«amori di chat» narrati da soggetti partecipanti alla comunità virtuale Atlantide
con riferimento ai corrispondenti profili personali.
Risultati: l’analisi dei dati ottenuti dai questionari ha
evidenziato che le persone che usano le chat line hanno relazioni sociali con
gli amici personali diverse da coloro che non le usano e che esiste una
differenza di legame con gli amici delle chat line in relazione all’intensità
di uso delle medesime.
Dall’analisi dei resoconti di relazioni affettive nate all’interno
delle chat line emerge una modalità relazionale improntata su rapida intimità,
intenso coinvolgimento affettivo e forte condivisione emotiva. Si evidenzia un
ricorrente bisogno di contatto umano e ricerca di relazione affettiva
caratterizzata da libertà di espressione, comprensione e accettazione
interpersonale svincolata da comportamenti di ruolo.
Conclusioni: le chat line consentono un ampliamento degli orizzonti
esperenziali e dei contesti relazionali configurandosi come peculiari reticoli
esistenziali per nuovi modi di amare e fare amicizia. La psicologia delle
relazioni nelle chat line evidenzia un significativo intreccio tra bisogni
soggettivi, fattori di personalità predisponenti, qualità delle relazioni
interpersonali nei contesti reali di vita, modalità di uso degli spazi
interattivi e caratteristiche specifiche della comunicazione virtuale.
Bibliografia
Cantelmi T, Del Miglio C, D’Andrea A, Talli M.
La mente in Internet - Psicopatologia
delle condotte on line, Piccin, Padova, 2000.
Di Maria F, Cannizzaro S. Reti telematiche e trame psicologiche - Nodi, attraversamenti e frontiere
di Internet, Franco Angeli, Milano, 2001.
Tech abusers: dal
Grande Fratello al Cyberspazio. Aspetti clinici e note psicopatologiche
D. La Barbera
Istituto di Alta Specializzazione in Psicologia e Fisiopatologia delle Tecnologie
Mediatiche Avanzate, Laboratory for Advanced Study, ERICELAB.
Le tecnologie della comunicazione svolgono un ruolo
sempre più ampio nelle nostre vite e influenzano in modo crescente i modelli
cognitivi e la sfera emotivo-affettiva. Esse rappresentano sicuramente un
importante fattore di progresso umano e culturale grazie alla straordinaria
connettività che consentono (De Kerckhove D., 2001) ma allo stesso tempo
delineano possibili situazioni di disagio psichico prevalentemente
caratterizzate da fenomeni di abuso e dipendenza variamente articolati
(Cantelmi T., 1999, La Barbera D., 2000, 2001). Per una adeguata comprensione
di tali fenomeni che sembrano configurare una nuova dimensione di
psicopatologia emergente, va preliminarmente definita la (eventuale)
specificità della relazione con il singolo mezzo tecnologico ed il relativo
canale mediatico, cui potrebbe corrispondere un peculiare tipo di «interazione»
mentale e di disposizione affettiva. Su un altro versante appare indispensabile
indagare quali disturbi di asse I e di Asse II espongano ad un maggiore rischio
di «tech abuse» e le conseguenti aree di comorbilità o di «alternanza»
psicopatologica che ne derivano.
Sul piano clinico è possibile evidenziare almeno 5 differenti quadri di
«tech abuse» in rapporto alla prevalenva di fenomeni di tipo 1) ansioso, 2)
depressivo, 3) implusivo-complulsivo, 4) autistico, 5) dissociativo; sono
ovviamente possibili quadri misti e di transizione da un tipo all’altro.
Dal punto di vista teorico ed in relazione alle dinamiche
eziopatogenetiche va ancora considerato quanto i fenomeni di abuso tecnologico
rappresentino la diretta ed esclusiva conseguenza di un preesistente assetto
psicopatologico, pregresso, attuale o latente, e quanto, invece, debbano essere
considerati come disturbi «ex novo», valorizzando maggiormente in un caso
l’effetto patoplastico delle tecnologie mediatiche, nell’altro la diretta
azione patogena di queste.
Infine è necessario rilevare come lo studio di tali fenomeni possa
contribuire a chiarire sempre meglio anche la natura, le caratteristiche e le
conseguenze psicologiche e psicosociali della relazione che la nostra mente
tende a stabilire con le tecnologie mediatiche avanzate (Dyson E., 1997,
Echeverria J., 1995, Levy P., 1999).
Contributo allo
studio di variabili psicopatologiche correlate all’uso-abuso di Internet
C.
Del Miglio, A. Gamba, T. Cantelmi
Dipartimento di Psicologia, Università di Roma «La Sapienza»
244 soggetti (M = 163, F = 78; età media = 27 a.) sono stati
intervistati off-line con il
questionario UADI (uso, abuso e dipendenza da Internet) per valutare sia il
rischio psicopatologico dell'abuso di Internet, sia il tipo di utilizzo
psicologico che gli utenti fanno della Rete. Lo strumento è formato da 80 item
secondo una scala Likert a cinque punti (da «assolutamente falso» a
«assolutamente vero»). L’analisi
delle componenti principali (rotazione Equamax) ha consentito di individuare
cinque fattori, di 15 item ciascuno, denominati rispettivamente Evasione compensatoria, Dissociazione,
Impatto sulla vita reale, Sperimentazione, Dipendenza. I punteggi grezzi
sono stati analizzati mediante ANOVA e il calcolo delle correlazioni (r di Pearson), considerando come
variabili indipendenti età, sesso, ore di collegamento e mesi/anni di utilizzo
di Internet. Dall’analisi dei dati è emerso che il numero di ore settimanali che gli utenti passano
collegati in Rete non sembra una variabile capace di discriminare l'uso
dall'abuso. Lo studio della variabile mesi
di utilizzo ha evidenziato la tendenza degli utenti più esperti ad ottenere
punteggi inferiori nelle scale Sperimentazione, Evasione compensatoria e
Dissociazione, rispetto ai soggetti che utilizzano Internet da poco tempo. È
interessante rilevare che i soggetti più giovani (con meno di 20 anni), a
prescindere dal tempo di utilizzo di Internet, presentano punteggi medi
significativamente più alti.
Contemporaneamente, ai soggetti della ricerca è stato somministrato il
MMPI-2 al fine di evidenziare eventuali relazioni tra modalità di utilizzo della
Rete e variabili psicopatologiche di personalità. Mentre il confronto M/F
all’UADI non dà risultati significativi né sul totale né sulle sottoscale, si
evidenziano differenze significative al MMPI, laddove i M (contrariamente alle
F) presentano correlazioni significative tra punteggi UADI e le scale K, F, Pt,
Sc, Ma e Si. I risultati vengono confermati nel confronto tra i M, ripartiti in
base ai quartili estremi nei punteggi UADI (cfr. grafico).
I 40 M con alti punteggi all’UADI presentano un profilo al MMPI più
vicino a quello tipico di soggetti sintomatici, introversi (con difficoltà ad
attivare difese adeguate), caratterizzati dalla presenza di comportamenti
ossessivo-compulsivi, tratti maniaco-depressivi e diffusione dell'identità.
@psychotherapy: indifferenza,
resa o integrazione? Dati preliminari di una ricerca sperimentale italiana
S. Putti, G. Antonelli, T. Cantelmi
Centro Studi Psicologia e Letteratura
Introduzione: avendo osservato anche in Italia l’iniziale
diffondersi del sostegno psicologico offerto in Rete – fenomeno già
manifestatosi con ampiezza in America da più di un decennio – alla fine del
1999 abbiamo deciso di sperimentare la via del WEB insieme ai pazienti.
La ricerca sperimentale – durata un anno – ci ha consentito di cogliere
alcuni aspetti clinici e operativi, e di avanzare una serie di riflessioni
teoriche e metodologiche.
Scopo della ricerca e definizione: nella ricerca l’attenzione era stata mirata
all’osservazione e alla verifica della fattibilità di una psicoterapia on line,
della quale abbiamo fornito una prima definizione: l’e-psychoterapy, nella sua
accezione più ampia, è quel «trattamento e cura non farmacologica dei disturbi
della psiche conseguibile all’interno di una relazione terapeutica
caratterizzata dall’assenza fisica dei due partner».
Metodi e strumenti: nella Rete abbiamo istituito il sito
(www.Psychoinside.it) per informare la potenziale utenza della nostra
sperimentazione e per accogliere / valutare le eventuali richieste di
consulenza e / psicoterapia.
Nel sito sono stati descritti gli strumenti a disposizione: l’e-mail,
la chat, la web cam.
La metodica seguita prevedeva la registrazione della richiesta, la
decodifica della domanda, l’assegnazione del caso in ragione dello strumento
prescelto dall’utente e della disponibilità del terapeuta.
Campione: l’età media dell’utenza è stata di circa 30 anni in un range
medio variabile dai 17 ai 50.
Risultati: nell’anno di sperimentazione già effettuata il Centro
Psychoinside ha registrato circa 10.000 accessi e ricevuto circa 1500 richieste
di consulenza e psicoterapia.
Sono state intraprese circa 100 psicoterapie ed effettuate circa 50
consulenze.
La casistica osservata comprendeva problematiche relazionali, disturbi
d’ansia e attacchi di panico, fobie ed ossessioni, disturbi sessuali e
dell’identità sessuale, depressione, disturbi della sfera alimentare.
Conclusioni: valutati i rischi ed i benefici, la fattibilità della
@psychotherapy è apparsa confermata. La psicoterapia on line – configurando una
via nuova – ha suscitato reazioni diversificate che spaziano dalla indifferenza
ad un sentimento di resa, ma lasciano anche intravedere la possibilità di una
integrazione laddove il campo specifico trovi miglior riferimento in linee
guida etiche e deontologiche.
Bibliografia
Cantelmi T, Del Miglio C, Talli M, D’Andrea A.
La mente in Internet, Padova, Piccin
2000.
Cantelmi T, Talli M, Putti S. Il paziente on line, in Psicologia Contemporanea, n. 160,
Firenze, Giunti 2000.
Putti S, Antonelli G. La rinascita della Psicoanalisi on line. Giornale Storico di
Psicologia Dinamica 2001;49.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Oro
S9 - L’utilizzazione degli affetti
nella relazione medico-paziente. Esperienze e modelli di formazione in ospedale
e nel territorio
Moderatori
S. Malizia, A. Lo Cascio
S. Malizia
presidente SIPC, Regione Lazio
Il progetto di umanizzazione della medicina è orientato alla
definizione di obiettivi generali inerenti alle strutture e all’organizzazione
e di altri, più complessi, inerenti all’agire e al capire psicologico dei
problemi del malato e della famiglia. È facile intendersi (almeno teoricamente)
sui primi, mentre più difficile è la definizione dell’iter formativo del medico
e degli altri operatori sanitari.
I partecipanti al simposio porteranno la loro esperienza nell’ambito
della psicogeriatria, dei problemi psicologici dell’adolescenza, della
psico-oncologia, della relazione medico-paziente in medicina generale e nel
rapporto con la famiglia del paziente, quando la prognosi è infausta.
Sono le problematiche e le patologie per le quali frequentemente è
richiesta la consulenza dello psichiatra.
Ci si interroga da tempo sulle modalità di intervento di questo
professionista. La più semplice è la definizione diagnostico-terapeutica del
caso clinico proposto.
La psichiatria di consultazione intende promuovere un approccio più
complesso, privilegiando la funzione di “collegamento” che sin dalla
denominazione designa questa disciplina.
L’obiettivo su cui è impegnata la SIPC, Regione Lazio
è quello di sostenere e promuovere iniziative atte a gettare un ponte tra
sapere medico e vissuti psichici insorgenti nella relazione per aiutare il
curante nel quotidiano contatto, estremamente ansiogeno, con i problemi della
malattia e della morte.
La frontiera
psicosomatica in oncoematologia: le implicazioni psichiche e relazionali del
trapianto di midollo osseo da donatore per pazienti, famiglie, curanti
A.M. De Luca
Servizio di Psicosomatica, Ematologia, Università di Roma «La Sapienza»
Il Trapianto di Midollo Osseo (TMO) da donatore in campo
oncoematologico trova la sua indicazione nelle malattie ad alto rischio di
recidiva o di fallimento delle terapie convenzionali. La procedura del TMO
implica una scomparsa clinica della malattia e un buono stato di salute per consentire
di fronteggiare l’alta tossicità e il rischio mortale collegati al trapianto.
Pazienti e famiglie devono consapevolmente scegliere tra il rischio mortale
della malattia e della terapia proprio quando il paziente ha riacquistato un
benessere soggettivo. Nel caso che il donatore sia un fratello compatibile, la
famiglia è coinvolta in modo complesso e in qualsiasi caso in primo piano è il
problema dell’identità non solo biologica ma anche psichica.
Dalla parte del personale curante, specularmente, pesa molto la
consapevolezza di proporre e mettere in atto, in una situazione non di urgenza,
una procedura ad alto rischio di vita e di invalidità. La profonda dipendenza e
regressione che l’isolamento in camera sterile induce, la precarietà
somatopsichica che il paziente vive per molti mesi e che il personale è
chiamato a gestire, favoriscono meccanismi di identificazione-proiezione
particolarmente profondi. Il Servizio di Psicosomatica lavora da tempo per
mettere a punto interventi psicosociali idonei a ridurre il rischio
psicopatologico per pazienti e famiglie e a favorire un reinserimento nella
vita personale e relazionale di pazienti che, a fronte di un’esperienza
dolorosa e prolungata, possono però lottare per una reale possibilità di
guarigione e cambiamento positivo. Alla luce delle conoscenze acquisite
attraverso una ricerca-intervento, nella fase attuale si sta elaborando una
metodologia di intervento psicosociale nelle fasi precoci del trapianto e di
formazione per le équipe multiprofessionali.
L’adolescente e
la malattia
P. Carbone
Dipartimento Processi di Sviluppo e Socializzazione, Università di Roma
«La Sapienza»
L’adolescenza è una fase dell’esistenza in cui il corpo cambia
profondamente e i vissuti ad esso connessi balzano violentemente sulla scena
psichica.
Le
trasformazioni puberali producono una fisiologica crisi dell’identità e delle
relazioni con quelle immagini genitoriali su cui si era fondato il processo di
identificazione e di sviluppo.
Cosa succede quando l’adolescente si ammala?
Al compito già difficile di integrare la nuova realtà somatica, si
aggiunge quello di far fronte ai cambiamenti dolorosi che limitano l’autonomia
e minacciano lo sviluppo.
Nel corso della mja esperienza sia di psicoterapeuta di adolescenti che
di consulente psichiatra in diversi reparti ospedalieri, ho avuto modo di
incontrare e di seguire adolescenti sofferenti di diverse patologie.
Dalla malattia oncologica – con tutti i problemi connessi alla
comunicazione della diagnosi, alla compliance terapeutica e alla dipendenza dai
curanti – che rappresenta la manifestazione più estrema di minaccia al progetto
esistenziale dell’adolescenza, all’incidente traumatogeno – spesso
sottovalutato come evento causale e banale – che è invece la prima causa di
morte in adolescenza e che in molti casi esprime una pulsione autodistruttiva.
A queste difficoltà si aggiunge il problema del rapporto
medico-paziente: l’adolescente, non più bambino ma non ancora adulto, sembra
non avere uno statuto originale agli occhi del medico e delle Istituzioni
sanitarie che tendono a oscillare collusivamente tra la sopravvalutazione e la
sottovalutazione delle capacità affettive, adattive e decisionali
dell’adolescente.
L’elaborazione
delle perdite nella crisi della mezza età
P.L. Scapicchio
Past-president SIP
Dalle storie cliniche di anziani depressi emerge il diniego
dell’invecchiamento e l’incapacità di elaborare il lutto per la perdita
dell’efficienza delle funzioni somatiche o del ruolo lavorativo investiti
narcisisticamente.
Una particolare attenzione ai problemi che caratterizzano la crisi
dell’età di mezzo permette di affrontare vissuti affettivi e psicosociali che,
non trattati in tempo, concorrono alla cronicizzazione degli stati depressivi
di particolare severità che frequentemente si osservano in soggetti anziani.
Il medico di
medicina generale mediatore in una comunicazione difficile
L. Secchiaroli
Primario Dipartimento Salute Mentale Roma H
La «scoperta» della malattia organica nel percorso di cura di un
paziente psicotico grave determina nell’équipe curante emozioni, paure di
fallimento e angosce di morte.
La presentazione di una caso clinico mi permetterà di evidenziare come
il medico di medicina generale possa facilitare la comunicazione con la
famiglia, assumendo la funzione di mediatore ed entrando a pieno titolo a far
parte del sistema relazionale-terapeutico.
Lo specialista e il medico di medicina generale si trovano così a
utilizzare nella relazione quegli affetti che contribuiscono alla creazione
della giusta atmosfera di sicurezza e di presenza intorno al paziente e alla
famiglia nel difficile percorso di accettazione della malattia organica.
Formazione dello
psichiatra alla psychiatric liaison
I.R. Tedesco
Responsabile medicina psicosomatica 4° distretto DSM ASL-RMA
È presentata un’esperienza di collaborazione, tuttora in corso, con i
medici di medicina generale del 4° distretto della RMA. Da un modello basato
sul concetto di consulenza siamo passati a quello interattivo di condivisione
dell’esperienza clinica per ridurre il gap fra sapere medico e psichiatrico.
È stato necessario modificare l’assetto organizzativo di collaborazione
tra servizi per strutturarlo come servizi in rete.
La compartecipazione alla responsabilità della cura è finalizzata alla
ricerca di una risposta clinica adeguata per il paziente e allo snellimento del
lavoro del medico e dello psichiatra.
La formazione ha interessato anche lo psichiatra attraverso l’approccio
alle patologie di confine dell’area medica e psichiatrica di non frequente
osservazione nei CSM.
Integrazione e
collaborazione tra M.M.G. e psichiatri
W. Marrocco
Presidente Scuola di Formazione in Medicina di Famiglia, Regione Lazio
Nel processo di umanizzazione della medicina, nella prevenzione e nella
cura del cancro, un passo di notevole importanza è rappresentato dalla Carta di
Parigi, documento redatto al summit mondiale contro il cancro, una sorta di
dichiarazione dei diritti del paziente oncologico.
I principi generali sono elencati in articoli che
affermano la necessità della ricerca oncologica, della prevenzione della
patologia, della qualità delle cure e del miglioramento della qualità della
vita del malato.
L’obiettivo primario tende al miglioramento globale dell’assistenza ai
malati attraverso il rafforzamento del dialogo e una maggiore attenzione ai
suoi bisogni emotivi.
In questa ottica, particolare attenzione deve essere data
all’integrazione operativa tra Medicina di Famiglia e Psichiatria di
Consultazione, tramite un percorso formativo comune, allo scopo di gettare un
ponte tra sapere medico e vissuti psichici insorgenti nella relazione per
aiutare il curante nel quotidiano contatto, estremamente ansiogeno, con i
problemi della malattia e della morte.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala S. Pietro B
S10 - Psicopatologia delle forme
politiche estreme
Moderatori
S. Ferracuti, M. Marchetti
La condivisione
dei sentimenti elementari: i gruppi sociali estremi
M. Marchetti
Associato di Psicopatologia forense, Università di Roma «Tor Vergata»
Questa
comunicazione, il cui titolo è tratto da una acuta riflessione del filosofo
Emmanuel Levinas che nel 1934 pubblicava alcune sue riflessioni sul «risveglio
di sentimenti elementari» che Egli acutamente coglieva come la principale
espressione, a livello psicologico e sociale, che aveva accompagnato la
comparsa dell’hitlerismo, prende spunto dal presupposto che qualsiasi gruppo
umano, nel suo costituirsi e nel suo agire, risponde a precise e profonde
esigenze emotive dei suoi partecipanti e può essere il diretto riflesso delle
particolari caratteristiche del loro mondo interno.
«Saper tollerare tutto ciò che si può trovare nella propria realtà
interna» ricorda Winnicott «è una delle grandi difficoltà umane e armonizzare
la propria realtà interna con quella esterne costituisce una meta importante
per l’individuo» (1986).
Partendo da questo assunto vengono prese in considerazione le possibili
funzioni che alcuni gruppi sociali estremi, che nel loro proporsi appaiono
incarnare tutto l’inaccettabile possibile, svolgono nei confronti dei loro
partecipanti.
È possibile quindi che proprio la condivisione di questo inaccettabile
interno, sia alla base del loro costituirsi e del loro essere un punto di
riferimento ed una attrattiva per alcuni individui.
Se, da un certo punto di vista, la società ha senz’altro il diritto ed
il dovere di opporsi a certe forme di espressione di tali esperienze interiori
estreme essa ha anche il dovere di sapere che con questi «sentimenti
elementari», a volte molto violenti, ognuno di noi, nel corso della sua
esistenza, ha il compito, a volte estremamente doloroso, di fare i conti e che
essi, ed alcune loro espressioni, non possono essere cancellati «per legge» o
«per cultura», a meno di non cadere in una visione idealizzante del mondo e di
un suo progredire al di là delle caratteristiche umane.
Come già si ricordava in altra occasione (Marchetti, 2000) una società che
non sappia affrontare in modo maturo queste espressioni estreme rischia di
essere una società contraddittoriamente destinata al rischio di subire
maggiormente tali espressioni con una più grave perdita di libertà per i suoi
membri.
Bibliografia
Levinas E. Alcune
riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo. Quodlibet, Macerata 1997.
Marchetti M. Fenomeni transizionali e fenomeni violenti. In Abstracts VI° Congr.
Naz. SOPSI, Roma 21/25-2-2001. Giorn It Psicopatol 2001;(7 suppl).
Winnicott DW. Il bambino deprivato - le origini della tendenza antisociale. Raffaello
Cortina Ed., Milano 1986.
Il sistema di
convinzioni dei giovani naziskin; aspetti cognitivi e dinamiche di appartenenza
gruppale
G. De Leo
Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione,
Università di Roma «La Sapienza»
Introduzione: nei gruppi giovanili in cui prevalgono forme
estremistiche di comportamento sociale e politico tendono a incontrarsi, in
modo spesso differenziato e sorprendente, almeno due processi che interagiscono
fra loro: a) uno di carattere psicologico con possibili dimensioni
psicopatologiche; b) e uno di carattere socio-psicologico e micro-culturale. Il
mio intervento farà riferimento a questo secondo processo evidenziando come
l'estremismo giovanile, in questo caso il fenomeno dei naziskin, orienta le
proprie aggregazioni, le proprie scelte e i propri comportamenti sulla base di
una precisa micro-cultura di gruppo che si esprime, individualmente, attraverso
riconoscibili e tipici sistemi di convinzioni. L’ipotesi di base è dunque che
le convinzioni degli aderenti a questi gruppi hanno una forte coerenza interna
e rappresentano la più evidente funzione psicologico-sociale che media i
comportamenti individuali e di gruppo.
Metodologia: le conoscenze che riferisco derivano da un’indagine
esplorativa di tipo qualitativo orientata essenzialmente su due livelli: uno
tecnico-istituzionale, con l’analisi del contenuto delle relazioni di
osservazione di 5 adolescenti naziskin detenuti presso il carcere minorile di
Roma; uno di tipo biografico attraverso interviste approfondite e articolate su
varie dimensioni effettuate a tre giovani maggiorenni romani aderenti a gruppi
di naziskin, contattati per adesione volontaria. Le interviste sono poi state a
loro volta lette con il metodo dell’analisi del contenuto. Nella relazione
vengono presentati i risultati nelle specifiche prospettive del sistema di
convinzioni che interagisce funzionalmente con il Sé dei soggetti e con le loro
azioni.
Risultati e conclusioni: i ragazzi in carcere, come molti altri che commettono
reati di vario genere, hanno un curriculum scolastico incompleto, problematico,
famiglie a rischio e disfunzionali, aspetti di personalità non particolarmente
indicativi sotto il profilo psicopatologico. Le loro motivazioni esplicite al
reato fanno riferimento, in modo peraltro differenziato per i diversi soggetti,
a generici atteggiamenti di fastidio e di contrarietà alla presenza di
stranieri nei loro territori di vita e di esperienza relazionale. I giovani adulti
naziskin mostrano una maggiore acculturazione specifica: anzitutto evidenziano
una forte e costante tendenza cognitiva verso una rigida dicotomizzazione
(vero/falso, giusto/sbagliato, bello/brutto) rispetto a tutti gli oggetti dei
loro discorsi e dei loro riferimenti (valori, ambienti, gruppi, persone,
politica, ecc.). Mostrano inoltre una precisa caratterizzazione valoriale,
enfatica, retorica, sempre contrappositiva, del proprio «Sé», del proprio
«Noi», con una decisa e svalutante individuazione della categoria dei «Loro».
Vengono svolte alcune considerazioni psico-criminologiche su questi
risultati.
Considerazioni
sulla valutazione di personalità in naziskin
S. Ferracuti
Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica,
Università di Roma «La Sapienza»
Fin da dopo la II Guerra Mondiale è stato ripetutamente posto il
problema se vi siano caratteristiche di personalità specifiche legate ad una
ipotetica personalità «nazista», con risultati contrastanti. Studi sulla
personalità dei gerarchi nazisti processati a Norimberga non hanno fornito
risultati apprezzabili, mentre uno studio danese su un gruppo di SS ha
evidenziato alcuni tratti in comuni con le personalità psicopatiche. Il
fenomeno dei naziskin è comunque molto diverso dal movimento nazista degli anni
’30. È però vero che alcune ideologie politiche si prestano meglio di altre a
«contenitore» di forme peculiari o poco diffuse di comportamento, ed in tal
senso accolgono aspetti di devianza che altrimenti rimarrebbero disorganizzati.
In base ad alcune osservazioni peritali si presentano dei casi di giovani
appartenenti a gruppi naziskin, tutti diagnosticabili come personalità
schizotipiche, e dove le peculiarità del comportamento e dell’ideazione non
erano mai state percepite dal gruppo di riferimento nella loro dimensione
psicopatologica.
MERCOLEDÌ 20 FEBBRAIO 2002 - ORE 14,15-15,45
Sala Rodi
S11 - Informatizzazione dei
servizi tra problemi di gestione e problemi di clinica
Moderatori
M. Di Giannantonio, M.Tansella
I sistemi
informativi per la ricerca epidemiologica in psichiatria
F. Amaddeo
Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica,
Università di Verona
La necessità di monitorare l’attività svolta è stata sempre considerata
importante nella maggior parte delle discipline mediche; in psichiatria però la
complessità dei parametri da misurare, la difficoltà di definire le prestazioni
e la multidisciplinarità dei servizi hanno sempre scoraggiato e reso difficile
il monitoraggio. Inoltre, finché il sistema di finanziamento della sanità
italiana è stato basato sul pagamento ‘a piè di lista’, quasi nessuno ha
ritenuto opportuno o ha sentito il bisogno di affrontare queste difficoltà;
finalmente l’approvazione della legge 502 del 1992, con l’introduzione del
principio del pagamento prospettico o per prestazione, ha creato
improvvisamente una vera e propria rivoluzione, quasi un circolo virtuoso, e
l’interesse per il monitoraggio e la raccolta di dati è cresciuto
esponenzialmente negli ultimi anni.
Le esperienze di sistemi informativi (SI) che fanno riferimento a
popolazioni nazionali o che comunque coprono numeri elevati di soggetti sono
numerose e tutte utilizzano il modello strutturale dei registri psichiatrici
dei casi (RPC).
I registri psichiatrici dei casi sono sistemi strutturati per la
raccolta di dati sanitari relativi ad un’area definita geograficamente, che
registrano i contatti con determinati servizi sanitari e sociali di pazienti o
utenti residenti nell’area. Le informazioni sono immagazzinate in modo
cumulativo ed in file legati tra di loro; ciò permette di seguire nel tempo il
percorso assistenziale di un paziente o di un gruppo di pazienti, per quanto
complesso possa essere il modello organizzativo dei servizi di assistenza.
Le informazioni ottenibili da un buon SI possono essere utilizzate per
quattro scopi principali: lo sviluppo di politiche di assistenza sanitaria
pubblica, il controllo della qualità dell’assistenza, la ricerca epidemiologica
e sui servizi di salute mentale (Amaddeo et
al., 1996), ed infine, il SI può supportare le decisioni sull’allocazione
delle risorse e sul finanziamento dei servizi.
Saranno presentati, in forma sintetica, i risultati dei principali
studi condotti con il registro dei casi negli ultimi anni a Verona-Sud, dove un
RPC è operante fin dal 1979, per spiegare come un SI, che sia stato costruito
sul modello dei registri dei casi, possa essere utilizzato, ad esempio, per il
monitoraggio dell’assistenza psichiatrica, per confrontare l’assistenza fornita
in un’area con quella fornita in altre aree che hanno un diverso sistema
assistenziale e per studiare i fattori che influenzano i modelli di assistenza
nel corso del tempo; in secondo luogo, sarà presentata l’utilizzazione del SI
per la valutazione dei costi diretti dell’assistenza psichiatrica (Amaddeo et
al., 2000).
Bibliografia
Amaddeo F, Bonizzato P, Tansella M. A psychiatric case register for monitoring
service utilisation and evaluating costs. In: Making Rational Mental Health Services (ed. M. Tansella). Il
Pensiero Scientifico Editore, Roma 1996.
Amaddeo F, Bisoffi G, Bonizzato P, Tansella M.
Exploring the relationships between
patients’ characteristics and costs of community-based mental health care.
Mental Health Research Review 2000;7:28-32.